da La Stampa del 15 marzo 2007, pag. 17
di Domenico Quirico
Non è difficile scoprire il metodo di François Bayrou, basta osservarlo: con chiunque parli, in mezzo alla folla in un mercato o al giornalista che gli chiede per la millesima volta se è di destra o di sinistra, dà sempre l'impressione di essere uno che ti conosce da quarant’anni, che sa tutto di te, che è venuto a chiederti il consiglio giusto perché si fida. Era, da noi, la povera magia dei politici democristiani degli Anni Cinquanta. Sembrava mercanzia vecchia, spazzata via dalla televisione. Funziona ancora.
Sovversivo o calcolatore
Bayrou è dunque uno che ascolta. Questo lo distingue dai due avversari, non il suo centrismo che a qualcuno pare addirittura sovversivo e ad altri semplicemente furbo calcolo. Sarkozy è un tipo da balcone, un pasionario tonitruante che ordina e impone. Ségolène Royal è sfacciatamente impegnata a sedurti, ma è sempre lei al centro, che comanda il gioco. Bayrou, con le sue pupille furbe e infantili allo stesso tempo, somiglia fisicamente al suo stile, sta a sentire, al massimo ti sollecita interpolando piccole domande banali; e anche quando tira fuori la ricetta politica lo fa dando l'impressione di averla scovata in quel momento, grazie a te, parlandoti. Forse ha capito cosa vogliono i francesi che sono «ni ni», mezzi giacobini e metà chouans: non mamme invadenti o uomini di acciaio, ma uno comune, un eroe ragioniere. Ebbene l'hanno trovato. Nell'unico politico, attenzione, che esce davvero dal popolo, che rivendica il suo provincialismo come una medaglia e sbuffa allo strapotere dei «parigini», di destra e di sinistra.
Facciamo un pezzo di strada elettorale insieme con questo Mosè centrista straconvinto della sua predestinazione presidenziale come un «Dio lo vuole». Vuole formare una coalizione inedita con i riformisti delle due parti. E ha capito che per questa rivoluzione che straccia la quinta repubblica l'unica strada è partire dall'alto, ovvero dall'Eliseo. Perché, bisogna riconoscerlo, dal basso questa République, pigra e autocompiaciuta, è irriformabile. Scartiamo allora i viaggi nella Francia profonda, è il suo mondo d'origine, lo fiutano subito come uno di loro, figlio di contadini poveri di quella che un tempo si chiamava Navarra, con una storia da romanzo naturalista fatta di studi classici e di contemporanei sudori nei campi. Chissà mai perché i satireggiatori lo tratteggiano da ingenuo beota. Anzi quando parla attinge a una cultura che si sente ma non si vede. Dunque la più profonda.
Seguiamolo semmai in una giornata in banlieue; dove Sarkozy, per esempio, vorrebbe tanto andare. Ma non può. E dove il leader dell'Udf arriva, non in auto blu, ma in metrò. Son terre straniere per il suo personalismo cristiano, per la democrazia sociale, per il Maritain sempre pronto nello zaino. Questa è o dovrebbe essere zona socialista, il mondo degli immigrati musulmani, degli alloggi popolari a 300 euro al mese, messe facilissima da falciare per Ségolène. Peccato, come ricordano alcuni ragazzi che inneggiano al «presidente Bayrou» alla stazione di Saint-Denis, che «qui Ségolène non l'abbiamo mai vista. E' andata solo a Clichy ma perché era l'anniversario dei due ragazzi bruciati nel trasformatore e c'erano tutte le televisioni. Bayrou invece è un habitué».
Un mese fa l'avrebbe accompagnato un seguito smilzo, l'amico e stratega Philippe Lapousterle, ex reporter di guerra, la bionda Marielle de Sarnez direttrice della sua campagna, rari giornalisti rassegnati al taglio basso. Era, allora, l'uomo del 6,8 per cento alle presidenziali del 2002, che aveva perso per strada tutti i notabili del suo partito tra scoraggiamenti e secessioni, da de Villiers diventato sovranista a Douste-Blazy infeudato a Sarkozy. Senza un'intendenza di sindacati, reti tv, padrini industrialmediatici. Non era nemmeno il terzo uomo, contava forse per quanti voti avrebbe potuto mercanteggiare al secondo turno. Che metamorfosi! Adesso alla Gare du Nord lo individui subito: perché attorno a lui si increspa un mare in tumulto, taccuini, telecamere ma soprattutto gente comune che lo chiama «presidente». Per arrivare al binario impiega un'ora, e sono da percorrere poche centinaia di metri. Si fermano e ripartono tre treni prima che riescano a spingerlo, di forza, su un vagone.
A Saint-Denis ancora sulla pensilina, cala come una ghigliottina il solito sipario del sorriso e si mette al «lavoro». E' un titano della stretta di mano, nessuno gli sfugge, procede a zigzag per non omettere una mamma col carrozzino, un gruppo di anziani magrebini o di giovanotti neri in uniforme rap. Non si inceppa mai, non si limita alla stretta di mano frettolosa, si ferma a lungo, non parla, conversa, cioè sta a sentire l'opinione altrui senza impazienza di imporre la propria. Un ragazzo, appitonato su un palo per vederlo passare, gli grida: «Presidente, ma lo hai comperato il biglietto del treno?». Lui s'arresta e serafico tira fuori di tasca il tagliandino. Lo applaudono. Bel colpo! Si imbocca la via del mercato, la cattedrale dove ungevano i re di Francia biancheggia sullo sfondo. Infaticabile stringe accalappia scuote accarezza si informa, crea infettivo entusiasmo. E' un trionfo, un sincero tripudio: giovanotti che un anno fa bruciavano le auto adesso si illuminano di gratitudine. «Qui avrai l'ottanta per cento dei voti, sta’ sicuro!», gli promettono. Ecco come si succhiano i voti ai socialisti. E' il miracolo quotidiano di un politico che ha fornicato parecchio con i governi di destra ma riesce a far sì che nessuno se ne accorga. Nemmeno in banlieue.
Più tardi a Epinay-sur-Seine con un collettivo di donne (un paio di ragazze col velo), sono ancora cateratte di domande: le pensioni, la discriminazione, la scuola. «Non ho la bacchetta magica, non faccio come gli altri che fanno promesse sapendo di non poterle mantenere, ma costruiremo insieme una bella Francia». Eccolo Bayrou: non un idealista ma un politico zampa di velluto, tempista e temporeggiatore, che conosce bene le schivate. Ed è sorretto da una sola spavalda fede: che il presidente sarà lui.
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