sabato 3 febbraio 2007

O la maggioranza tiene, oppure andrà trovata

Europa

di STEFANO MENICHINI
03-02-2007

Dopo la figuraccia unionista (e ulivista) di palazzo Madama, Prodi si muove su due piani. Da una parte respinge le deboli richieste di dimissioni della destra, con l’argomento che le votazioni del senato non configurano alcuna crisi di governo. In questo senso, deve minimizzare l’accaduto. Dall’altra parte, però, il presidente del consiglio ha capito (come tutti) che per durare non sono suf- ficienti la sua determinazione, le rassicurazioni di Bertinotti e neanche la tenuta del gruppone dell’Ulivo, peraltro a rischio di cedimento. La Giordano’s version della giornata al senato non sta in piedi. Con banale automatismo, Rifondazione e i suoi satelliti/competitori reagiscono a ogni evento riproponendo l’accusa del complotto neocentrista contro Prodi. Per aggiustare questa tesi al piccolo particolare che i voti in libertà di giovedì erano prodiani, Liberazione deve inventarsi che addirittura, a questo punto, chi vorrebbe cambiare la geometria della maggioranza sarebbe Prodi medesimo. Ridicolo. A meno che Rifondazione non stia cominciando a mettere le mani avanti in vista di un replay del ’98. Dovremmo ribaltare così la loro accusa a Rutelli di lavorare per un diverso quadro politico? Siamo seri, recuperiamo lucidità. Nel dibattito al senato si sono ascoltati discorsi d’altri tempi. Questo perché, ben al di là di Vicenza, l’antiamericanismo rimane vivo nel cuore della sinistra antagonista. Non è uno scandalo, è una realtà dalle radici antiche, diremmo perfino più forte fuori del Prc, che dentro. Ed è un problema di tutti. Se Bertinotti e i suoi non avessero intrapreso, anni fa, una revisione ampia di posizioni politiche e background culturale, noi oggi non parleremmo di un governo Prodi. Non va dimenticato. Come non si può nascondere che questi comunisti al governo in un paese capitalista hanno accettato il risanamento finanziario, le liberalizzazioni, la privatizzazione di un gigante pubblico come Alitalia. Se con loro non si fosse potuto discutere e trattare, l’Unione non sarebbe neanche nata. Fuori da un accordo rinnovato, non esiste governo del centrosinistra. Quindi i termini del compromesso ci sono tutti. Riformisti e radical condividono però due problemi, e devono cercare di condividerne la soluzione. Il primo riguarda la politica estera. Fin qui il governo ha quasi rovesciato l’impostazione della destra, attirandosi casomai critiche per questo, anche nell’alleanza. La linea è sostenibile solo se non sfiora mai lo strappo con Washington: lo capiscono anche i sassi. Certo non può essere messa a repentaglio per l’allargamento di una base, che non è come bombardare i villaggi. Ai senatori che giovedì straparlavano dell’Italia avamposto della guerra preventiva di Bush, queste cose vanno spiegate con pazienza, ma anche con durezza. L’antiamericanismo infantile va curato intanto con la pedagogia. Qui è il secondo problema, che si fa scottante in vista del voto sul decreto Afghanistan. C’è qualcuno che vorrebbe riaprire anche questa partita, che pareva chiusa con l’impegno governativo per un maggiore impiego di civili e per la conferenza internazionale. Ebbene, non ci sono alternative, in vista del ritorno a palazzo Madama. O questo qualcuno accetta il compromesso raggiunto e lo sostiene. Oppure il decreto passerà con la maggioranza che troverà. Senza drammi per il voto determinante dell’opposizione: dall’Albania alla ratifica della Costituzione europea, i precedenti non mancano. Ecco cosa significa «sostituire i pezzi che mancano », come scriveva ieri Europa. È pericoloso, perché si aprono scenari imprevedibili? Perché la destra ne approfitterà? Perché qualcuno potrebbe essere tentato di cambiare la geometria politica in modo più duraturo? È pericoloso, sì. Ma è un dato della realtà, con la quale i comunisti dovrebbero saper fare i conti. È un problema anche loro, non solo di Prodi e dell’Ulivo: o condivideranno la via d’uscita, o la subiranno, oppure non ci sarà via d’uscita.

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