domenica 4 febbraio 2007

Italia, la grande delusa

da La Stampa.it del 1 febbraio 2007

di Luigi La Spina



Ogni tanto gli italiani scoprono una speranza. Vent’anni fa, si appuntò sul viso determinato e perbene di Mario Segni, con i suoi referendum destinati a intaccare l’ossificata partitocrazia della prima Repubblica. Poi, fu impersonata dal raffinato musicologo capo della procura di Milano, Francesco Saverio Borrelli e dal suo meno raffinato collega, Antonio di Pietro, che completarono la demolizione di quel sistema politico. In seguito, verso la fine del secolo, si nascose dietro l’affannosa rincorsa all’euro, simbolo del riscatto di un popolo che non voleva la serie B dell’Europa. Nei primi anni del millennio, quella speranza, così volubile, fu raccolta da Berlusconi nel cestino delle illusioni tradite dal repentino rialzo dei prezzi e trasformata in promesse tabellari formato 6x6. Infine, nel 2006, la strappò dalle mani del Cavaliere Prodi, per un pugno di voti. Ma ora, comprensibile contrappasso per le sue infedeltà, rischia di essere abbandonata da tutti.

È questa la riflessione forse più interessante che si può trarre dalla lettura dell’ultimo libro di Luca Ricolfi, edito da Guerini e associati e intitolato Le tre società. Si tratta del terzo di quei rapporti sul cambiamento sociale che l’Osservatorio del Nord Ovest pubblica annualmente, al fine di offrire all’opinione pubblica un prezioso strumento di documentazione per verificare impressioni e giudizi sulla politica e sull’economia italiana. La consueta analisi della congiuntura si arricchisce, però, in questa edizione che compare oggi in libreria, con una suggestiva ipotesi di tripartizione della nostra società che illustriamo, qui accanto, con le stesse parole dell’autore. Ma anche con il tentativo di decifrare quel profondo turbamento dell’Italia di questi tempi che ha sgomentato tanti commentatori e studiosi, colpiti dal moltiplicarsi delle proteste corporative, e spinto lo stesso Prodi a evocare una specie di impazzimento sociale.

Il sociologo torinese coglie questo nuovo rapporto tra opinione pubblica e politica italiana come un inedito fenomeno di «completa disillusione» che coinvolge «sia la destra sia la sinistra». Sembra, infatti, che, per la prima volta nella sua storia recente, l’Italia non riesca più a coltivare quella illusione di speranza che, sia pure volteggiando su personaggi diversi della nostra vita pubblica, ha sostenuto, tra l’altro, anche la svolta del bipolarismo e l’ha imposto come strumento di risolutiva soluzione ai nostri problemi.

Certo, una delusione che ha connotati diversi, innanzi tutto secondo la condizione sociale e la preferenza politica, perchè si manifesta specialmente tra quelli che Ricolfi chiama «i non garantiti della seconda società», «quella del rischio», «quella che sgobba, produce, lavora, ma non ha protezioni politiche». Un sentimento che ha colpito, nella passata legislatura, coloro che, votando il centrodestra, hanno visto «un governo Berlusconi, liberista a parole, ma statalista nei fatti». Ma che serpeggia ora negli elettori del centrosinistra «che speravano in una ventata di legalità e si sono ritrovati l’indulto. O di meritrocrazia e si ritrovano i concorsi riservati nel pubblico impiego».

Il rischio, allora, è quello non solo di un’Italia in cui le fratture sociali, geografiche e politiche si accentuino invece di colmarsi. Il pericolo maggiore, segnala l’autore, è forse un altro: poichè non esiste oggi «un segnale forte che costringa la classe dirigente del paese a scelte coraggiose», come fu, ad esempio, la battaglia per l’euro di fine secolo scorso, «il diluvio di ipocrisia» che il centrosinistra sparge sul nostro paese, all’insegna del più scontato «politichese corretto», può portare l’Italia «ad arenarsi più o meno dolcemente».

Il richiamo che Ricolfi rivolge è severo, ma è possibile che anche nella maggioranza governante si allarghi la consapevolezza di quel piano inclinato della delusione. La campagna sulle liberalizzazioni intrapresa da Prodi, al di là della sua efficacia concreta, sembra voler raccogliere quel sentimento dominante fra gli italiani e tentare di offrire agli elettori un diverso sbocco rispetto alla rassegnazione o alla difesa corporativa di interessi e privilegi di gruppo. Due atteggiamenti opposti ma assolutamente speculari, fondati sulla sensazione generalizzata che tutte le soluzioni offerte dalla politica agli italiani, negli ultimi vent’anni, non siano riuscite a impedire un complessivo arretramento del nostro paese nel confronto internazionale. Ipotesi davvero inquietante, perchè, se fosse fondata, condannerebbe all’impotenza lo strumento che finora ha giustificato l’esistenza di una nazione e di una comunità che si riconosce nello Stato. In attesa di un’Europa sempre troppo lontana, resterebbe la strada di una Italia feudale. Ma non sarebbe una prospettiva rassicurante.


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