sabato 3 febbraio 2007

Dini: il voto Cdl? Meno male, evitata la sfiducia a Parisi

Corriere della Sera


03-02-2007

ROMA — «Dovremmo essere contenti che è stato approvato l'ordine del giorno della Casa delle libertà. Io dico: meno male che è stato approvato». Parla Lamberto Dini, presidente della commissione Esteri del Senato, che si definisce «convinto sostenitore di Prodi. Perché è soddisfatto di un voto che ha messo il governo in minoranza sulla base di Vicenza? «Col voto della Cdl il governo ha avuto la maggioranza. Meno male davvero. Altrimenti al Senato non ci sarebbe stata maggioranza. Il ministro della Difesa Parisi sarebbe stato sfiduciato, le sue dichiarazioni avrebbero ricevuto una bocciatura e lui si sarebbe dovuto dimettere subito. Mi hanno biasimato per non aver partecipato alla votazione, ma non potevo votare contro il governo». Lei dà ragione al leghista Castelli, il quale dice che al Senato sulla politica estera la maggioranza è della Cdl. «Su un aspetto della politica estera. E' chiaro che nel governo convivono posizioni estreme che tendono a minare i pilastri della politica estera e di sicurezza. Gli va fatto capire che questo non è accettabile». La sinistra radicale sostiene che sono stati i moderati a mettere il governo in minoranza. «Al contrario. Subito dopo l'intervento del ministro Parisi ci siamo resi conto dell'aria che tirava: gli esponenti della sinistra dicevano chiaramente di non condividere l'impostazione del titolare della Difesa. Erano contro. Non potevano votare l'ordine del giorno dell'opposizione perché esso diceva: ascoltate le affermazioni, approviamo. Per loro era inaccettabile il discorso del ministro. Difatti hanno poi detto sì a un documento della maggioranza molto vago, che semplicemente prendeva atto della relazione di Parisi». Il no all'ordine del giorno della Cdl è stato giustificato col fatto che era strumentale. «Un errore. E' evidente che l'opposizione voleva mettere alla prova la maggioranza. Ma non contano le motivazioni, conta il voto». E fra poco arriverà l'appuntamento col voto sul finanziamento della missione in Afghanistan. «Quelli di Rifondazione già respingono il testo del decreto. Lo considerano inaccettabile. Eppure la missione militare in Afghanistan ha tutti i crismi della legalità internazionale. Siamo lì con la Nato e non vedo come l'Italia possa sganciarsi, non può fissare da sola una exit strategy, una data entro cui ritirare i soldati». E se Diliberto, Giordano, Russo Spena s'impuntano? «Tocca a Prodi convincerli. Fino al punto di sfidarli. Prodi dovrebbe rimanere fermo sulle sue posizioni, anche se non condivise. Poi toccherebbe a loro votare a favore o contro». Messa così, quasi sicuramente al Senato la maggioranza non sarebbe compatta. «Sull'Afghanistan la Cdl voterebbe a favore. Ma, vista l'importanza della posta in gioco, il ministro degli Esteri, e anche altri ministri, lo stesso Rutelli, hanno detto chiaro che la maggioranza deve essere autosufficiente sulla politica estera, altrimenti il governo deve dare le dimissioni. Questa è la posizione limpida». Più volte i senatori a vita hanno salvato il governo. Potrebbe accadere anche in questa occasione? «Se vengono in aula. Perché ho notato che per la prima volta, a parte Andreotti e Colombo, gli altri non c'erano. Cominciano a disertare le votazioni importanti perché, secondo me, non amano essere tirati per la giacca». Se il governo cade quali alternative vede? «Ma il governo in questo momento ha interesse a sopravvivere. E' talmente calato a picco nei sondaggi che, se si dovesse andare alle elezioni, il centrosinistra prenderebbe una batosta tremenda. E si potrebbe scordare il governo per altri vent'anni. Questo dovrebbe essere un incentivo forte a cercare di stare insieme. A meno che non prevalga l'ideologia. L'appartenenza alla Nato, l'alleanza con gli Stati Uniti, l'Europa non sono ideologia, rappresentano la politica tradizionale dell'Italia. Un importante leader del Pci disse: se devo scegliere tra la verità e la rivoluzione scelgo la rivoluzione. Questa è l'ideologia. Spero che a sinistra non scelgano la rivoluzione». Se cade Prodi potrebbe nascere un governo istituzionale? «I leader di Rifondazione sospettano che io lavori per un governo di grandi intese. Ma non è vero. E' una maggioranza in cui alberga molta diffidenza. La ragione sta nel fatto che le sinistre non hanno avuto modo di formarsi una cultura di governo. Hanno cavalcato la protesta sociale. E per compiacere la loro area elettorale assumono posizioni sempre più avanzate. Sono rimasti soli. I Paesi ex comunisti premono per entrare nella Nato, in Vietnam hanno adottato un'economia di mercato. Qui la sinistra è rimasta indietro».

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