da Il Sole 24 Ore del 17 gennaio 2007, pag. 2
di Nicoletta Picchio
Sarà arduo l'impegno del Governo per liberalizzare l'Italia. Anni ed anni di proclami, senza mai passare ai fatti, hanno lasciato il segno. E a dimostrarcelo ancora una volta sono le classifiche internazionali: il nostro Paese, valutato in base alla libertà economica, è al 60° posto nel mondo, su 157 Paesi presi in considerazione (punteggio 63,4%). Siamo al pari con l'Uganda. E certo è un accoppiamento che non ci conforta. Meno che mai ci fa piacere verificare che stiamo messi peggio della Namibia, del Belize, della Slovenia e del Kuwait e poco meglio del Perù. Non solo: dobbiamo prendere atto che rispetto all'anno scorso siamo peggiorati, e molto. Eravamo al 42° posto, in compagnia di Trinidad e Tobago, abbiamo perso quasi venti posizioni. Performance imbarazzante per un Paese industrializzato, presente nei consessi ristretti delle grandi potenze internazionali.
Non possiamo consolarci nemmeno con il proverbio "mal comune, mezzo gaudio": le altre nazioni del Vecchio Continente ci staccano nettamente e si posizionano di gran lunga avanti a noi. La Gran Bretagna è la migliore, al sesto posto, seguono l'Ir-landa (al settimo), la Germania al 19 "posto, la Spagna di Zapatero, che ha già lanciato la sfida di sorpassarci nel giro di tre anni, è al 27°, addirittura davanti alla Francia, al 45°.
In vetta, i protagonisti delle economie emergenti, Hong Kong e Singapore, seguiti da Australia, Stati Uniti, Nuova Zelanda. A stilare la pagella è la ricerca annuale, nota coma «Index of economie freedom», condotta dalla Heritage Foundation e dal «Wall streel journal», in collaborazione, per l'Italia, con l'Istituto Bruno Leoni, che sarà presentata a Bologna il 16 febbraio.
Se si restringe il campo all'Europa, l'economia italiana è 28esima su 41 Paesi, e il suo punteggio è in linea con la media europea. La diagnosi della ricerca è impietosa: la libertà dall'intervento dello Stato, i diritti di proprietà, la libertà dalla corruzione sono deboli. La spesa pubblica, le aliquote fiscali raggiungono livelli straordinariamente elevati, al fine di finanziare un pervasi vo Stato assistenziale. «La cosa grave è che non c'è nulla di nuovo. L'"Index of economic freedom" ci vede galleggiare da anni, senza la capacità di trasformare in riforme gli slogan elettorali. L'Italia scivola perché il resto del mondo sa far crescere la propria prosperità», dice Alberto Mingardi, direttore dell'Istituto Leoni.
I peggiori risultati in termini di punteggio riguardano il mercato del lavoro troppo rigido (57,6), la libertà fiscale, per le aliquote troppo alte (68,5), la tutela dei diritti di proprietà (50%), la libertà dallo Stato (464%), troppo pervasivo. Il livello di corruzione, inoltre, è alto per un'economia avanzata. E il compito di garantire il rispetto delle leggi e delle sentenze viene ulteriormente ostacolato da un'amministrazione pubblica inefficiente.
Analizzando alcuni aspetti specifici, la politica italiana relativa agli scambi è identica a quella degli altri Stati membri Ue: la media ponderata delle tariffe doganali è all'1,7 per cento. Avviare un'attività economica richiede in media 13 giorni, contro i 47,5% di media mondiale. Ma sotto questa voce l'esperienza delle imprese dimostra che i tempi sono nettamente maggiori.
«L'indice non è solo un campanello d'allarme, sembra la campana dell'ultimo giro», ha commentato il presidente della commissione Attività produttive, Daniele Capezzone. «L'Italia rischia di perdere la partita. Mi auguro che la politica faccia qualcosa», ha detto il deputato della Rosa nel pugno, primo firmatario della proposta di legge che consente di aprire un'impresa in sette giorni. Per Maria Paola Merloni (Margherita) l'indice è un giudizio negativo sul governo Berlusconi ed uno stimolo a questo Esecutivo di andare avanti con le liberalizzazioni.
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