domenica 21 gennaio 2007

In libertà economica l'Italia scivola a quota 60

da Il Sole 24 Ore del 17 gennaio 2007, pag. 2

di Nicoletta Picchio




Sarà arduo l'impegno del Governo per liberalizzare l'Ita­lia. Anni ed anni di proclami, sen­za mai passare ai fatti, hanno la­sciato il segno. E a dimostrarce­lo ancora una volta sono le classi­fiche internazionali: il nostro Pa­ese, valutato in base alla libertà economica, è al 60° posto nel mondo, su 157 Paesi presi in con­siderazione (punteggio 63,4%). Siamo al pari con l'Uganda. E cer­to è un accoppiamento che non ci conforta. Meno che mai ci fa piacere verificare che stiamo messi peggio della Namibia, del Belize, della Slovenia e del Ku­wait e poco meglio del Perù. Non solo: dobbiamo prendere atto che rispetto all'anno scorso siamo peggiorati, e molto. Erava­mo al 42° posto, in compagnia di Trinidad e Tobago, abbiamo perso quasi venti posizioni. Performance imbarazzante per un Paese industrializzato, presente nei consessi ristretti delle gran­di potenze internazionali.



Non possiamo consolarci nemmeno con il proverbio "mal comune, mezzo gaudio": le altre nazioni del Vecchio Continente ci staccano nettamente e si posi­zionano di gran lunga avanti a noi. La Gran Bretagna è la miglio­re, al sesto posto, seguono l'Ir-landa (al settimo), la Germania al 19 "posto, la Spagna di Zapatero, che ha già lanciato la sfida di sorpassarci nel giro di tre anni, è al 27°, addirittura davanti alla Francia, al 45°.



In vetta, i protagonisti delle economie emergenti, Hong Kong e Singapore, seguiti da Au­stralia, Stati Uniti, Nuova Zelan­da. A stilare la pagella è la ricerca annuale, nota coma «Index of economie freedom», condotta dalla Heritage Foundation e dal «Wall streel journal», in collabo­razione, per l'Italia, con l'Istituto Bruno Leoni, che sarà presenta­ta a Bologna il 16 febbraio.



Se si restringe il campo all'Eu­ropa, l'economia italiana è 28esima su 41 Paesi, e il suo punteggio è in linea con la media europea. La diagnosi della ricerca è impietosa: la libertà dall'intervento del­lo Stato, i diritti di proprietà, la li­bertà dalla corruzione sono de­boli. La spesa pubblica, le aliquo­te fiscali raggiungono livelli stra­ordinariamente elevati, al fine di finanziare un pervasi vo Stato as­sistenziale. «La cosa grave è che non c'è nulla di nuovo. L'"Index of economic freedom" ci vede galleggiare da anni, senza la capa­cità di trasformare in riforme gli slogan elettorali. L'Italia scivola perché il resto del mondo sa far crescere la propria prosperità», dice Alberto Mingardi, direttore dell'Istituto Leoni.



I peggiori risultati in termini di punteggio riguardano il mer­cato del lavoro troppo rigido (57,6), la libertà fiscale, per le ali­quote troppo alte (68,5), la tutela dei diritti di proprietà (50%), la libertà dallo Stato (464%), trop­po pervasivo. Il livello di corru­zione, inoltre, è alto per un'economia avanzata. E il compito di garantire il rispetto delle leggi e delle sentenze viene ulterior­mente ostacolato da un'amministrazione pubblica inefficiente.



Analizzando alcuni aspetti specifici, la politica italiana rela­tiva agli scambi è identica a quel­la degli altri Stati membri Ue: la media ponderata delle tariffe do­ganali è all'1,7 per cento. Avviare un'attività economica richiede in media 13 giorni, contro i 47,5% di media mondiale. Ma sotto que­sta voce l'esperienza delle impre­se dimostra che i tempi sono net­tamente maggiori.


«L'indice non è solo un campa­nello d'allarme, sembra la cam­pana dell'ultimo giro», ha commentato il presidente della com­missione Attività produttive, Daniele Capezzone. «L'Italia ri­schia di perdere la partita. Mi au­guro che la politica faccia qualco­sa», ha detto il deputato della Ro­sa nel pugno, primo firmatario della proposta di legge che con­sente di aprire un'impresa in set­te giorni. Per Maria Paola Merloni (Margherita) l'indice è un giu­dizio negativo sul governo Berlusconi ed uno stimolo a questo Esecutivo di andare avanti con le liberalizzazioni.

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