martedì 16 gennaio 2007

Comunicazione introduttiva al seminario dei gruppi parlamentari dell’Ulivo 16 gennaio 2007.

16-01-2007


Tiziano Treu

Questo seminario si concentra sul lavoro e sul welfare perchè riteniamo che su questi temi si gioca una parte essenziale del nostro programma politico, dei nostri partiti, del governo e del partito democratico. L'impegno e le proposte su questi temi, fra loro strutturalmente connessi, non sono scontati: perchè le radicali trasformazioni in atto nell'economia e nella società richiedono innovazioni non marginali, ma delle stesse categorie fondamentali che applichiamo su entrambi i versanti. Non basta una politica di ordinaria amministrazione. Una forte discontinuità è richiesta se si vuole mantenere e rivitalizzare i valori fondamentali delle nostre tradizioni riformiste, quella socialdemocratica, quella cattolica democratica, quella liberale, per dare ancora senso ai valori della dignità e sicurezza del lavoro, della solidarietà e del benessere. Questi valori vanno reinterpretati per contrastare le spinte alla frammentazione dei lavori, per dare risposte alle incertezze e alle disuguaglianze sociali indotte dalla concorrenza globale.
Una premessa và ribadita per dare il giusto quadro (politico ed) economico alle nostre proposte in tema di lavoro e di welfare: queste proposte si sostengono solo se diamo un importanza prioritaria alla crescita; non ad una crescita qualsiasi né a una competitività basata sulla riduzione dei costi, ma a uno sviluppo sostenibile e di qualità che faccia leva sulla ricerca e l'innovazione e che valorizzi la buona occupazione. Per questo è importante l'indicazione del vertice di Caserta che ha posto il rilancio della crescita come obiettivo principale dei prossimi mesi di governo. Solo una crescita sostenuta e durevole permette di ottenere lavoro e benessere diffuso; fornisce le risorse necessarie per soddisfare i tanti bisogni sociali che si sono accumulati negli anni passati, e aggravati dalle politiche dissennate del centro destra.
Inoltre non si dimentichi che la crescita influisce sulla misura delle pensioni: il rendimento della previdenza è indicizzato al Pil; solo con più crescita possiamo combattere il depauperamento delle pensioni che si sta realizzando per la debolezza del nostro sviluppo in questi anni.
Una seconda premessa riguarda le condizioni e le modalità politiche necessarie per raggiungere gli obiettivi di una piena e buona occupazione e di un nuovo welfare. Le sfide del cambiamento sociale ed economico si vincono solo con la concertazione, mobilitando su obiettivi comuni di riforma di tutte le energie del paese: delle cittadine e dei cittadini, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle parti sociali e delle istituzioni. La fiducia nella concertazione non ci esime dalla responsabilità politica dei nostri partiti. A noi spetta elaborare i principi e indicare le direzioni di marcia di una strategia riformista su lavoro e welfare. Come pure ci compete di valutare e attuare le indicazioni risultanti dai tavoli di concertazione che saranno istituiti fra governo e parti sociali. Noi sollecitiamo che questa concertazione sia avviata sollecitamente, perché i tempi di riforma sono maturi oggi. All'approfondimento comune di questi principi e alla costituzione del consenso sulle proposte conseguenti deve servire questo seminario.
E' importante che nell'affrontare i temi del lavoro e del welfare la maggioranza di governo e i nostri gruppi in particolare si presentino con una agenda condivisa secondo priorità definite. L’Ulivo deve fare una proposta che favorisca una sintesi positiva del governo.
Questo significa riprendere organicamente l'ispirazione del DPEf 2006, lodata da (quasi) tutti, con interventi nelle aree definite dal documento, e previste anche nel programma dell'unione: liberalizzazioni, politiche industriali, riforma della pubblica amministrazione, welfare e previdenza. Al rilancio della crescita e dell'occupazione devono essere finalizzate sia l'insieme delle politiche economiche e sociali del governo sia l'impegno delle parti sociali. Per questo sollecitiamo sindacati ed organizzazioni imprenditoriali a concordare un patto per la competitività e lo sviluppo che accompagni gli impegni specifici da assumere sui tavoli riguardanti la disciplina del mercato del lavoro, della previdenza e del welfare.
Un impegno per la competitività e lo sviluppo è necessario in particolare per costruire su basi solide una politica di sostegno dell'occupazione e capace di alzare il tasso di occupazione e combattere la mancanza di lavoro di qualità che è la debolezza principale del nostro modello economico e una ingiustizia inaccettabile del nostro modello sociale. L'obiettivo è di allargare le opportunità di lavoro per tutti. Politiche specifiche sono necessarie per i gruppi ora sottorappresentati sul mercato del lavoro e per le aree deboli del paese. Indicazioni significative su questi punti sono contenute nel programma dell'Unione: ma vanno specificate e approfondite: più investimenti per l'occupazione dei giovani e per la loro entrata nella vita attiva; politiche che favoriscano il riequilibrio delle responsabilità familiari e rispondano alle esigenze particolari dell'occupazione femminile, una efficace azione per la vecchiaia attiva, per dare nuove opportunità anche alle persone cd anziane troppo prematuramente espulse dal mercato del lavoro.
Non ci limitiamo a perseguire più alti tassi di occupazione, come richiedono gli standard europei. Un modello di sviluppo equilibrato e socialmente sostenibile richiede anche che si promuova una occupazione di buona qualità. Ciò non significa negare le esigenze di lavoro flessibile; ma richiede che la flessibilità sia negoziata e che si contrasti la precarietà, ora cresciuta in misura intollerabile e altrettanto decisamente si combatta il lavoro sommerso che costituisce la più grave negazione dei diritti dei lavoratori e una distorsione di una economia sana. Per questo vogliamo affermare il contratto a tempo indeterminato come forma normale di impiego. Già in finanziaria abbiamo dato impulso in questa direzione, riservando la riduzione di 3 punti del costo del lavoro ai datori di lavoro solo per i lavoratori assunti a tempo indeterminato. Così come pure abbiamo preso alcune prime significative misure per il contrasto al lavoro sommerso.
La buona qualità dell'occupazione richiede che tutte le lavoratrici e lavoratori siano adeguatamente tutelati nelle varie fasi della vita e nelle varie tipologie contrattuali, con condizioni di lavoro migliori; a cominciare dalle retribuzioni che ora non garantiscono un reddito adeguato per troppi lavoratori. Per questo vogliamo costituire un sistema di tutele che integri quelle contenute nello statuto dei lavoratori del 1970, secondo le linee indicate nel progetto della carta dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori elaborato dall'Ulivo già alla fine della scorsa legislatura.
Un'occupazione ed una crescita di qualità richiedono più investimenti sulla formazione: da quella di base a quella professionale e continua nel corso della vita. Nella società della conoscenza la buona occupazione si costruisce anzitutto alzando i livelli qualitativi e quantitativi della formazione.
La priorità del nostro programma deve essere data alla creazione di una rete di sicurezza e di tutele attive a disposizione di tutti i lavoratori; troviamo un nome diverso da quello fuorviante di ammortizzatori sociali. Questa riforma, da troppo tempo rinviata; è necessaria per rendere sostenibile la flessibilità e per combattere l'insicurezza e i rischi di precarietà presenti nel mercato del lavoro. Nel contempo serve a facilitare i processi di riorganizzazione produttiva ricorrenti nell'attuale sistema, rendendo non traumatici i percorsi di mobilità dei lavoratori. Una rete di protezione generalizzata ma attiva è un elemento essenziale di un nuovo welfare e anche di un modello sociale ed economico equilibrate. E' una forma di previdenza necessaria nei momenti di perdita del lavoro e insieme di sostegno ai percorsi di mobilità e al reinserimento dei lavoratori.
L'estensione di questa rete di sicurezza è particolarmente urgente per i lavoratori precari e discontinui: in primo luogo per i giovani, che ora ne sono largamente sprovvisti. Deve fornire non solo un'integrazione adeguata al reddito ma anche un sostegno ai percorsi pensionistici dei lavoratori discontinui, con contributi figurativi o simili e alla totalizzazione dei contributi maturati in diverse posizioni di lavoro. Per questo noi ribadiamo la sua priorità nell'ambito dell'azione di governo e nell'ambito specifico della previdenza.
Il tema della previdenza va collocato in questa prospettiva ampia di rilancio dello sviluppo e dell'occupazione nel quadro di un welfare rinnovato e con un occhio particolare per i giovani. Le nostre proposte, comprese quelle sull'accesso alla pensione, non possono ridursi in un ottica finanziaria di breve periodo.
Nè tanto meno assumere contenuti punitivi, come spesso viene annunciato. Al contrario sono utili a promuovere un miglioramento delle condizioni complessive degli anziani e dei giovani, e quindi a un welfare più giusto e sostenibile. Questo è l’obiettivo positivo che và ribadito e comunicato. L'accento và posto sull'obiettivo prima che sugli strumenti. L'obiettivo è offrire più opportunità ai lavoratori di continuare un lavoro accettabile. Occorre contrastare l’attuale tendenza, basata su pregiudizi diffusi, a espellere prematuramente dal lavoro i lavoratori over 50 che anziani non sono, o che è lo stesso, a non offrirgli occasioni di lavoro decenti e regolari. Se si alzasse il tasso di occupazione degli over 50, che oggi è al 30% fino al target europeo del 50% avremmo altri 2-3 milioni di persone valide, che potrebbero essere utili al paese e allargare la base imponibile dei contributi per le pensioni. Le misure per prolungare la vita attiva degli anziani sono molteplici e sperimentate in Europa: part time misto a pensione (per una uscita graduale dal lavoro), riduzioni contributive o fiscali per chi assume anziani, forme di tutoraggio da parte di anziani a favore dei giovani, incentivi al prolungamento del lavoro (aumento dei rendimenti pensionistici, contributi sociali ridotti) e penalizzazioni extra per ogni licenziamento di over 50; in generale promozione di una cultura dell'active aging e lotta ai pregiudizi.
Queste misure sono decisive per contrastare gli effetti negativi dello squilibrio nella popolazione attiva e per rendere praticabile l'innalzamento dell'età pensionabile in corrispondenza dell'allungamento dell'aspettativa di vita. I migliori incentivi all'elevazione dell'età di pensione sono le opportunità di lavoro "decente". A questo si possono aggiungere incentivi specifici; non tanto il bonus previsto da Maroni, che è conveniente solo a chi ha pensioni alte (perchè da più soldi in busta paga, ma blocca la crescita della pensione). Servono più incentivi come una valutazione maggiore ai fini pensionistici per ogni anno in più di attività.
In questo modo noi vogliamo seguire le indicazioni del programma dell'Unione in tema di pensioni. Non si tratta di fare una nuova riforma, ma di continuare e aggiornare le direttive della legge Dini del 1995, con la necessaria "manutenzione", come dice il Ministro Damiano. Rifiutiamo la logica dello "scalone" della legge Maroni, perchè è ingiusta e discrimina ingiustamente fra gruppi di lavoratori. Vogliamo mantenere la flessibilità e la gradualità, che sono, insieme all'equilibrio del sistema, le caratteristiche principali della legge 335/1995. Si tratta cioè di adeguare le soglie dell'età pensionabile all'allungamento delle aspettative di vita, in modo graduale e senza le ingiuste penalizzazioni della legge Maroni, ma effettivo.
Flessibilità ed equità presuppongono anche che si tenga conto delle particolari caratteristiche dei lavori, con trattamenti differenziati per i lavori usuranti (e precoci). In questo noi miglioriamo la situazione rispetto alla legge del centro destra e rendiamo più sostenibili le condizioni dei lavoratori: non un innalzamento brusco dell'età ma un suo adeguamento graduale. Le nostre proposte realizzano un miglioramento complessivo del welfare e della stessa normativa sull’età pensionabile. Questo punto andrebbe reso più chiaro nella nostra comunicazione.
Una riflessione specifica va fatta a proposito della pensione di vecchiaia per le donne. L'attuale differenziazione di età 60 anni per le donne e 65 per gli uomini appare anche agli occhi della corte di giustizia europea sempre meno giustifcata, dato che le aspettative di vita delle donne sono nettamente più alte di quelle degli uomini. Se questa differenza non è giustificata lo è invece un altra riguardante quelle età e quelle funzioni che impegnano in modo particolare le donne per la nascita dei figli e spesso per l'assistenza agli anziani. Per questo si può ipotizzare di riconoscere per queste funzioni (alle donne anzitutto, ma anche agli uomini) congedi e periodi di contributi figurativi utili anche ai fini pensionistici. Così hanno fatto altri paesi, a parziale compensazione della parificazione dell'età pensionabile delle donne con quelle degli uomini. E' un ipotesi da affrontare seriamente perchè viene incontro a bisogni veri soprattutto delle donne, e può giustificare un progressivo innalzamento dell'età di acceso alla pensione di vecchiaia.
In ogni caso le modalità e i tempi di questi adeguamenti (dell'età, delle contribuzioni o di una somma delle due variabili) andranno definiti, tenendo conto delle indicazioni risultanti dalla concertazione fra governo e parti sociali.
Per un altro aspetto le nostre proposte vogliono essere attente alle aspettative dei lavoratori, a differenza di quanto fatto dal centro destra. Vogliamo garantire ai lavoratori che hanno già maturato con l'attuale normativa il diritto alla pensione (35 anni di età + 57 di contributi, o 40 di contributi) che tale diritto, debitamente certificato dall'Inps, non verrà pregiudicato da modifiche future dell'età pensionabile. Una questione particolarmente delicata è quella dei coefficienti di trasformazione per il calcolo della pensione (contributiva). La sua revisione è prevista dalla legge Dini per mantenere in equilibrio il sistema in rapporto alla speranza di vita. Non aggiustarli altera strutturalmente l'equilibrio: anche se in modo strisciante. Sul principio non si può cedere. Più si tarda (lo doveva fare il governo passato nel 2005) più lo squilibrio diventa grande. Si possono negoziare le modalità e le implicazioni della revisione. Il problema è di bilanciare il trattamento dei pensionati prossimi con quello dei pensionati futuri. Attuare l’aggiustamento dei coefficienti significa guardare all'equilibrio di lungo periodo del sistema, non per manie ragionieristiche, ma per non gravare ancora più sul futuro dei giovani; per evitare di caricare fra 20-30 anni il costo dei pensionati attuali (sui cinquantasettenni), fortunatamente longevi, sulle spalle dei nostri figli.
L'allungamento dell'età pensionabile, deve andare insieme con politiche che favoriscono il prolungamento della vita attiva degli attuali anziani, e per altro verso dobbiamo garantire pensioni adeguate agli attuali giovani. La garanzia ai giovani si deve realizzare in due direzioni: anzitutto con la previsione di contributi figurativi a fini pensionistici nei periodi di non lavoro, che dobbiamo prevedere nella riforma degli ammortizzatori sociali; in secondo luogo con misure di sostegno volte a impedire che la revisione dei coefficienti di trasformazione non pregiudichi in futuro un livello minimo adeguato di pensione di base (cui si aggiunga una pensione complementare). Queste misure sono essenziali perchè noi vogliamo pensare non solo alla sostenibilità del sistema, garantito dalla revisione dei coefficienti, ma anche alla adeguatezza delle pensioni future.
Il tema và approfondito nei particolari tecnici e nei costi. Per valutare l’impatto della revisione occorrerà tener conto sia della crescita economica futura, che vogliamo più alta, sia dell’allungamento della speranza di vita (Livi Bacci ritiene possibile che il ritmo futuro dell’allungamento rallenti). Si potrebbe prevedere che qualora le pensioni (contributive) risultino inferiori a una cifra ritenuta adeguata siano integrate da una somma posta a carico della fiscalità generale, graduata a seconda dell'anzianità contributiva e del reddito, in modo tale da garantire nel complesso un livello adeguato di pensione.
Valutazioni distinte andranno fatte per i lavoratori autonomi coinvolgendo le loro rappresentanze, riguardo ai diversi aspetti rilevanti (età pensionabile, rapporto fra contributi e livelli pensionistici).
Il rigore nel risolvere questi aspetti è tanto più richiesto in quanto i bisogni da soddisfare in materia e di previdenza e welfare sono molteplici (l'elenco contenuto nel programma dell'Unione è comprensibilmente alquanto esteso). Per garantire trattamenti pensionistici equi a carriere lavorative diversificate (sempre più frequenti) occorre, come ho già detto, sostenere l'iter previdenziale dei lavoratori precari e discontinui nonchè prevedere un sistema non penalizzante di totalizzazione. Inoltre occorre definire condizioni particolari di accesso alla pensione per i lavoratori cd usuranti: una deroga per l’età pensionabile di questi lavoratori è giustificata in base al principio che non si tratta in modo eguale chi ha avuto condizioni di lavoro diverse. Restano da definire le caratteristiche di questi lavori, secondo criteri oggettivi, che tengano conto delle mutate caratteristiche del lavoro nella società terziaria. Vanno stabilite le modalità del finanziamento dei trattamenti relativi. In terzo luogo va mantenuto l'impegno, preso esplicitamente nei confronti dei pensionati di rivalutare le pensioni, a cominciare da quelle basse, per compensarle della grave perdita di potere di acquisto. anche qui secondo modalità da concordare.
Gli interventi così accennati richiedono risorse consistenti: a conferma che vanno nel senso del miglioramento del welfare. Costa non solo l'estensione degli ammortizzatori sociali, ma anche la rivalutazione delle pensioni (a seconda dell'intensità), i contributi figurativi ai precari e le deroghe per i lavori usuranti: insomma i costi sono rilevanti. Senza contare che esistono altre aree di welfare sottofinanziate rispetto ai bisogni: dall'assistenza ai non autosufficienti, agli asili nido e alla famiglia, alla formazione, alle politiche attive del lavoro.
Per questo è necessario valutare attentamente le risorse disponibili e le priorità. Personalmente ritengo che le priorità siano quelle indicate: la tutela dei giovani e dei precari con gli ammortizzatori sociali e l’adeguamento delle pensioni rispondono ai bisogni più urgenti che mandare in pensione a cinquantasette anni d’età. Per queste priorità possiamo chiedere ai cinquantasettenni di lavorare qualche anno in più. Per questo la spesa delle pensioni già alta, non può crescere. Lo scalone di Maroni vale a regime lo 0,7 del PIL (9 miliardi di €). Non si tratta di fare cassa con le pensioni; ma neppure di spendere ancora troppe risorse, perché non adeguiamo l’età pensionabile all’allungamento della vita.
Se non vogliamo tenerci lo scalone, dobbiamo riequilibrare in altro modo: sostituirlo con misure equivalenti, cioè con l'allungamento graduale dell'età pensionabile (scalini al posto dello scalone) e più in generale con interventi a sostegno dell'occupazione per allargare la base imponibile.
Queste proposte vanno tutte approfondite, discusse fra noi, confrontate nella maggioranza e con le parti sociali. Ma ribadisco è importante mantenere una visione ampia a tutto campo. Il tema dell'età pensionabile non và visto a sè perchè è parte di un sistema di welfare che noi vogliamo migliorare nel suo complesso. Esso può trovare soluzioni rispondenti ai criteri di sostenibilità ed equità se lo si inquadra in un potenziamento generale del welfare che tenga conto delle mutate condizioni del lavoro e dei cicli di vita, quindi dei bisogni sociali più urgenti. Questo vuol dire spostare risorse a favore dei giovani, della stabilizzazione del loro lavoro, degli investimenti in formazione nel corso della vita, nel sostegno al reddito e alla previdenza nei periodi di non lavoro, in una migliore tutela della salute e nell’assistenza per i casi di non autosufficienza, fino alle politiche per una vecchiaia attiva.

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