domenica 21 gennaio 2007

Ecco perché bisogna aumentare l’età pensionabile

da Il Messaggero del 18 gennaio 2007, pag. 1

di Franco Reviglio


LO scenario demografico si caratterizza per l’allungamento delle aspettative di vita. Nel periodo 1961-2005 la vita media si è allungata di oltre 11 anni ed ulteriori aumenti sono prevedibili in futuro. Il principale problema che nasce da questo scenario è la capacità della previdenza di garantire in futuro una pensione adeguata a mantenere i livelli di vita precedenti, in altre parole si pone il problema della sostenibilità delle pensioni future.
Poiché il finanziamento delle pensioni avviene con i contributi dei lavoratori attivi, l’allungamento della vita, insieme alla riduzione del numero dei lavoratori attivi, richiedono alla classe politica di attuare le modifiche necessarie per assicurare la sostenibilità. Altrimenti, senza aumenti dell’età pensionabile che seguano l’andamento delle aspettative di vita, diviene inevitabile che ai nostri figli non sarà possibile assicurare le pensioni dei loro padri.
Questo problema è stato affrontato dalla riforma delle pensioni del 1995 del governo Dini. Essa disponeva che per garantire la sostenibilità ogni decennio fossero verificati i coefficienti di trasformazione per calcolare le nuove pensione necessarie per garantire la sostenibilità. Si è calcolato che nel luglio 2006 i coefficienti, e quindi le nuove pensioni, avrebbero dovuto essere ridotte del 6-8%.
Ma questa riduzione non è avvenuta perché nel 2005 il governo Berlusconi ha evitato di dare corso alla verifica. La patata bollente è ora nelle mani del governo Prodi che deve garantire le pensioni future, applicando concretamente la revisione dei coefficienti prevista dalla riforma Dini.
Questa garanzia è diventata un impegno assunto nei confronti dell’Unione Europea. Infatti il programma dei conti pubblici di medio periodo prevede un andamento della spesa previdenziale aggiornata con l’aggiustamento dei coefficienti per calcolare le pensioni. Inoltre esso sconta anche gli effetti di riduzione della spesa prodotti dal cosiddetto scalone, previsto dalla riforma Maroni, in base al quale l’età minima per la pensione di anzianità è alzata dal 2008 da 57 a 60 anni.
Senza la revisione dei coefficienti e il rispetto dello scalone nel 2050 la spesa previdenziale aumenterebbe di quasi 3 punti di Pil. E’ quindi del tutto comprensibile il recente richiamo all’Italia del commissario Almunia di rispettare gli impegni assunti in materia previdenziale, perché altrimenti il debito pensionistico diverrebbe insostenibile.
Sull’aumento dei coefficienti e sull’applicazione dello scalone il governo è diviso, perché una parte dei ministri sono contrari all’applicazione dei coefficienti di riduzione delle future pensioni e al meccanismo dello scalone e nello stesso tempo richiedono maggiori pensioni per i più bisognosi.
Per assicurare la sostenibilità il governo non è strettamente obbligato a rivedere i coefficienti e ad applicare lo scalone, perché lo stesso effetto quantitativo può essere ottenuto ricorrendo anche ad altre misure, quali l’aumento dell’età pensionabile in linea con l’allungamento delle aspettative di vita e la graduale unificazione dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini, la trasformazione dello scalone in più scalini per ammorbidirne il meccanismo, l’applicazione del metodo contributivo a tutti, l’inasprimento delle pensioni di reversibilità ai superstiti.
Se si vuole rivedere i coefficienti ed eliminare lo scalone e nello stesso tempo assicurare pensioni più elevate ai cittadini che si trovano in situazione di bisogno, bisogna allora essere disponibili ad aggiustare il sistema con misure compensative oppure ad adottare altre misure che abbiano gli stessi effetti sui conti pubblici.
Tra le misure compensative non serve l’utilizzo del Tfr già trasferito all’Inps, perché esso è già stato incluso nei conti pubblici presentati a Bruxelles che stanno alla base delle valutazioni delle Agenzie di rating sul merito del nostro debito pubblico. Questi conti potrebbero essere “abbelliti” dalle maggiori entrate tributarie che stanno affluendo all’erario, sostituendo così le entrate del Tfr, ma questo trattamento equivarrebbe ad un artificio per finanziare la spesa previdenziale con le maggiori entrate, distogliendole dalla destinazione loro propria, la riduzione del debito pubblico.
La riforma deve riportare i conti della previdenza in linea con gli impegni assunti verso l’Europa per assicurarne la sostenibilità. Il contenuto della riforma può cambiare, in relazione agli equilibri politici, ma esso deve comunque rispettare i vincoli assunti verso l’Europa e verso i mercati.
Come previsto dal memorandum siglato in autunno con i sindacati, un negoziato sulla previdenza sta per iniziare. I tempi indicati per la sua conclusione (fine marzo) non sono perentori, ma non possono essere troppo dilatati. La logica del rinvio non aiuta ad assicurare l’Europa e i mercati, né a consolidare la ripresa e fare ripartire la crescita.

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