domenica 21 gennaio 2007

L’Europa che non c’è

da La Stampa del 18 gennaio 2007, pag. 35

di Tommaso Padoa-Schioppa
Ieri nell’Aula Magna dell’Università di Torino il ministro Tommaso Padoa-Schioppa ha tenuto una lezione su «Mancanze d’Europa» nell’ambito degli incontri dedicati ad Altiero Spinelli dal Centro studi per il federalismo. Ne pubblichiamo i passi salienti.

Chiunque ami l’Europa e abbia fatto della sua unione politica un orientamento della propria vita di cittadino ha verso Altiero Spinelli un debito immenso. Della straordinaria combinazione di grande visione e realismo, di cui Spinelli ci ha fornito eccezionale esempio, l’Europa ha oggi più bisogno che mai.

In questa lezione, vorrei interrogarmi sulle cause delle difficoltà in cui si trovano oggi la società e i cittadini europei, e sulla direzione da prendere per cercare di superarle. Le difficoltà dell'Europa - quelle che tanto spesso vengono ora indicate come motivi che impediscono passi decisi verso il completamento della sua unione - dipendono essenzialmente dalla mancanza d’Europa, dall’unione che non c’è, non dall’Unione che c’è e che vediamo operare in modo tanto deludente; dipendono dall’insufficiente capacità di decidere e di mettere in atto le decisioni dell’Unione, un’insufficienza che scoraggia nuove iniziative, pur tanto necessarie. Di qui il diffuso disagio e avvilimento degli europei nel fronteggiare le sfide del nostro tempo, la loro insoddisfazione per i risultati dell’azione comunitaria, la loro crescente sfiducia nel progetto di unione.

La lettura dei fatti che propongo porta dunque a capovolgere la tesi oggi prevalente. Ci sentiamo continuamente ripetere che l’Europa è la causa dei molti mali che affliggono la nostra società e che ciò costituisce la ragione per abbandonare il disegno di un’Europa unita politicamente, anzi per bloccarne il progresso. Ritengo, al contrario, che le sfide di oggi non originino dalla costruzione europea, che esse esistano indipendentemente da essa; andrebbero fronteggiate comunque, e affrontarle senza (o con troppo poca) unione le renderebbe davvero insormontabili. Causa del profondo senso di impotenza e di estraniazione di fronte al farsi del mondo di oggi non sono le mancanze dell’Unione europea; è la mancanza d’Europa. La confusione tra le mancanze - gli errori, le lacune, le contraddizioni - e la mancanza è all’origine di una spirale di crescente delusione e di progressivo disimpegno che costituisce il pericolo mortale cui oggi è esposta l’intera società europea. (...)

Se la diagnosi è la mancanza d’Europa, qual è la cura? Qui è l’attualità del pensiero e dell’azione di Altiero Spinelli.

Il primo elemento della cura è uscire da un dibattito che insiste nella critica dell’Unione quale è oggi e nella proposta di qualche marginale modifica dell’assetto presente, mentre rifiuta di affrontare con chiarezza la scelta del modello di unione cui si vuole tendere. Spinelli non cessò mai, da Ventotene sino alla fine dei suoi giorni, di riferire l’oggi al punto di arrivo perseguito: se non conosci la meta non sei nemmeno in grado di capire dove ti trovi. Il punto d’arrivo del cammino europeo è, ora più che mai, l’elemento dal quale cominciare per definire la rotta che permetta di uscire dalle difficoltà dell’Europa.

Il secondo elemento è una scelta chiara tra i possibili modelli d’Europa.

L’Europa è oggi in difficoltà. L’idea di unione sembra fuori moda e diffuso appare il desiderio di fermarsi nel cammino dell’unificazione, se non di tornare indietro. Molti sostengono che ciò non deve stupire. L’Europa è, direttamente o indirettamente, responsabile di molti dei mali della nostra società - come vuole una retorica falsa e superficiale che attribuisce all'Europa immaginari misfatti, catastrofi ed eccessi. La mia lettura è diversa. Non è l’Europa a costituire il problema, è la mancanza d’Europa; è l’incapacità dell’Unione di prendere decisioni e di metterle in atto che aggrava i problemi della società nei Paesi dell’Europa. Ne deriva anche l’indicazione dell’unica risposta efficace: colmare la mancanza d’Europa, sancire l’uso del metodo maggioritario, assicurare i mezzi necessari per mettere in atto le decisioni.

La cura altro non è che la scelta consapevole del modello federale, quello che crea un effettivo potere di decidere e di agire a un livello superiore a quello degli Stati per le materie che gli Stati non sono più in grado di affrontare da soli. Solo questa scelta può, rimediando alla mancanza di Europa, rimediare alle pretese mancanze dell’Europa. Una tal scelta non si traduce in realtà senza una discontinuità nell’assetto costituzionale. È dunque una scelta di fondo che deve venire prima della determinazione delle specifiche forme, pur tanto importanti, che può assumere il modello federale nell'Europa ancora da costruire.

Spetta, per definizione, all’agire politico trovare il modo, il consenso, per realizzare il modello federale e per superare lo stallo europeo dell’ultimo decennio. La guida politica deve esplicitamente indicare l’obiettivo ultimo del federalismo e poi portare il dibattito sulle concrete questioni dei poteri e delle competenze da attribuire ai livelli di governo europeo, nazionale, locale. Confronto e mediazione su questi temi possono e devono portare a definire concretamente le forme di Europa, Stato nazione, governo locale che meglio rispondono alle sfide di oggi.

L’Europa, oltre a convincere le menti, deve (ri)conquistare gli animi. La politica può riuscirvi ritrovando uno slancio ideale e maturando la consapevolezza che il senso di appartenenza all’Unione non è in contrasto, né va a detrimento, dell’appartenenza alla comunità nazionale, locale, municipale. Nella ricchezza - politica, culturale e umana - delle molte appartenenze si trova il pieno valore politico, civile e morale della cittadinanza federale - senso ultimo della costruzione europea.

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