martedì 16 gennaio 2007

Antiamericanismo

da Il Foglio del 16 gennaio 2007, pag. 2

di Antonio Polito




Che cos'è l'antiamericanismo? In teoria non dovrebbe essere difficile definirlo: chi contesta la scelte politiche del governo americano non è un antiamericano, chi le contesta in quanto americane lo è. Sulla base di questo assioma, pare assodato che cri­ticare "the surge", la nuova strategia per l'I­raq scelta da Bush, non configuri il peccato di antiamericanismo. Un sacco di americani lo fanno senza essere antiamericani. La commissione Baker aveva proposto la via opposta, i Democratici pure, Hillary Clinton ha detto a Baghdad cose più aspre di D'Alema, non mancano neanche tra i repubblica­ni, e perfino tra i neo-con, coloro che avreb­bero ritenuto più opportuno affidare pro­gressivamente agli iracheni, invece che ai marines, l'arduo compito di ristabilire l'or­dine. Se i nostri governanti dichiarano il lo­ro scetticismo, al massimo si rendono colpe­voli di imprudenza diplomatica. L'accusa di Silvio Berlusconi è dunque esagerata. (E un po' superficiale, soprattutto quando ci assi­mila alla Francia in un fronte pro Hezbollah: almeno questa colpa Chirac non ce l'ha).



Perché conservi i caratteri dì una di­scussione tra amici interessati allo stesso esito del conflitto, le critiche all'alleato devono però essere motivate. Non è motivata quella che si appunta sul ricorso allo stru­mento militare. Prima di tutto perché la nuova strategia di Bush prevede un "sur­ge" anche nell'aiuto economico e di rico­struzione, e una revisione della Costituzio­ne. Ma anche perché una delle cause pri­me dell'insuccesso in Iraq è stato proprio l'uso troppo limitato delle truppe sul terre­no. Nessuna guerra può essere leggera, e l'utopia di Rumsfeld l'ha confermato. Il manuale di contro-insorgenza, scritto dal lo stesso generale Petraus che ora ha pre­so il comando, prescrive un rapporto di 20-25 soldati per ogni mille civili. Come ricor­da l'Economist, in Kosovo quel rapporto fu rispettato, ed ha avuto successo. In Iraq ci vorrebbero dunque tra i 535 mila e i 670 mila soldati e poliziotti. Oggi le truppe dei willing sono appena 150 mila.



La vera critica che può essere rivolta alla nuova strategia di Bush - che noi dovremmo comunque augurarci abbia successo, perché le cose possono andare molto peggio di così, se gli americani andassero via ora la guerra civile divamperebbe, le potenze vicine par­teciperebbero al conflitto per spartirsi il paese, e la tragedia assumerebbe le dimensioni bibliche che ebbe la partizione tra India e Pakistan - la critica più seria è che gli americani stanno rafforzando la protezione a un governo che non fa quello che gli ame­ricani stessi pensano si debba fare. Se il pro­blema è conquistare i cuori e le menti degli iracheni che non stanno con nessuna delle fazioni in campo, bisogna ammettere che il comportamento partigiano del governo Ma ÌM ne ha ridotto il numero già esiguo. Funzionari anonimi dell'Amministrazione Bush hanno raccontato per filo e per segno al New York Times perché la gestione dell'ese­cuzione di Saddam è stata un grave errore, confermando l'idea che il governo Maliki non è il governo degli iracheni ma degli scii­ti, che protegge i loro squadroni della morte e che non vuole dividere il potere con i sun­niti ma solo vendicarsi.



Ostilità generale agli interessi vitali degli Usa
Sono invece direttamente ascrivibili a un pregiudizio antiamericano le condanne del raid aereo sulla Somalia e l'eventuale di­niego all'ampliamento della base militare di Vicenza. Perché entrambe queste deci­sioni sono del genere che ogni governo ame­ricano avrebbe preso; dunque respingerle non configura una critica politica, ma un'o­stilità generale agli interessi vitali degli Usa, che non passerà inosservata. Che un paese come l'Italia, storicamente responsa­bile per l'area del Corno d'Africa e nono­stante ciò silente quando le Corti islamiche si sono impadronite della Somalia, condan­ni ora il tentativo di eliminare un nugolo di terroristi che ha già fatto strage di america­ni e di africani, su richiesta del governo le­gittimo e riconosciuto dalla comunità inter­nazionale, è incomprensibile al di fuori di un pregiudizio antiamericano. L'hegelismo di sinistra per cui tutto il reale è razionale, dunque anche i terroristi islamici lo sono e con loro bisognerebbe scendere a patti, è al­l'origine di un malinteso realismo in politi­ca estera. Allo stesso modo sarebbe pregiu­diziale un no alla base Usa di Vicenza. n pe­ricolo più grave per i nostri interessi nazio­nali non è infatti la presenza degli america­ni in Europa, ma un eventuale loro ritiro, motivato da un rigurgito di isolazionismo. Quelli di "yankee go home" sono dunque davvero accecati da un pregiudizio antia­mericano, per giunta contrario all'interesse nazionale, e il governo non dovrebbe per­mettere loro di averla vinta.

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