da La Stampa del 16 gennaio 2007, pag. 32
di Bruno Villois
Il tempo corre veloce e il mondo accelera. Cina e India fanno da traino, gli Usa subito dopo e anche in Eurolandia le cose non vanno male, vista la crescita media del Pil a un + 2,6%. Il caso Italia fa capitolo a sè. Cresciamo meno, di quasi un punto percentuale, dei nostri partners europei e soprattutto cresciamo in maniera disarmonica, sempre più al Nord e in Emilia poi al centro e staccato il Sud. Negli ultimi 10 anni l’aumento del Pil è stato inferiore alla media europea di oltre 15 punti, che fa 200 miliardi e oltre: un’enormità. Intanto molte cose si sono modificate, tra queste il progressivo azzeramento del ceto medio, il consumer ideale degli Anni 70 e 80, con un reddito suppergiù, quando c’era la Lira, intorno agli 80/100 milioni, poi, con l’avvento dell’euro, il tracollo.
Poca attenzione a università e processi formativi
Il rilevante reddito di prima è in caduta libera, con 50 mila euro l’anno si fa appena fronte alle spese correnti che si sono moltiplicate: telefonino, viaggi, vacanze, seconde case, più la stangata del costo energetico, in salita. Milioni di famiglie hanno scoperto in meno di tre anni che il potere d’acquisto si è eroso fino a costringere a rinunce. Un quadro che destabilizza e livella, a cui la società non era pronta, e che nei primi tre anni di Euro ha rappresentato il massimo punto negativo per i consumi. Solo da inizio 2006 le cose sono migliorate. I consumi lentamente ma progressivamente hanno ripreso corso, il Pil ha ricominciato a crescere, niente di speciale, meno degli altri di Eurolandia, ma comunque un +1,7/1,8 che apre a nuovi orizzonti. Merito di chi? Sicuramente, di una minoranza che ha saputo riattivare il filo conduttore di produzioni ad alta specializzazione, di nicchia ma interessanti, redditizie e soprattutto superiori alla concorrenza. Poco ha fatto la politica. Un po’ a destra un po’ a sinistra, il galleggiare è stato il comune denominatore. Investimenti per dare concretezza allo sviluppo bassi. Attenzione ai processi formativi, a cominciare dall’Università, insignificante. Sburocratizzazione e mercato, molto nelle parole poco nei fatti.
Sotto il peso dell’alimentazione e delle bollette
Indubbiamente Berlusconi ha dovuto confrontarsi in uno dei momenti peggiori per il mondo con terrorismo e recessione congiunturale globale protagonisti. Prodi, un po’ per la varietà e ampiezza della coalizione, un po’ per la sua leadership offuscata è finito in una confusione assai preoccupante. Non resta che continuare a credere nella capacità degli italiani di tirarsi su le maniche e battersi per conquistare, o almeno mantenere, quanto acquisito nei decenni scorsi. E il ceto medio? Brutte notizie. Nel prossimo decennio le categorie sociali non saranno più tre, bassa, media e alta, ma solo due: la bassa, la stramaggioranza della popolazione, per riprendere a consumare dovrà avere offerte sempre più convenienti e sarà sotto pressione per i costi ordinari, con bollette e alimenti in gran predominanza, e l’alta, in crescita e disposta a spendere ma alla ricerca di lusso, qualità, personalizzazione. Poca sarà l’offerta trasversale per entrambi i ceti, molta quella differenziata. Da qui inizia un nuovo modus vivendi, diverso ma non necessariamente peggiore. Politica per decidere e business per offrire. Alla prima le maggiori responsabilità: imparare a farlo bene e in fretta. Alla seconda grandi opportunità, e c’è da scommetterci che saprà coglierle.
NOTE
Professore di economia aziendale, Space Bocconi
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