sabato 2 dicembre 2006

Quale imboscata, parola di teo-dem «E' il Partito democratico, bellezza»

da Il Riformista del 1 dicembre 2006, pag. 3

di Ettore Colombo


«Sì, mi rendo conto che quel­l'ordine del giorno Binetti-Baio Dossi qualche discussione e qualche problema in più per la coalizione e anche per la costru­zione del partito democratico l'ha creato. Ma da parte loro non c'era alcun tentativo di macchinazione politica. Non è stata un'imboscata tesa al go­verno, questo lo posso garantire. E poi, non giochiamo alla politi­ca del "più 1", sulle firme. La Magistrelli e altri sostengono in modo infantile di averne raccol­te 53, due più di noi, in appoggio alla Turco. Ma la nostra raccolta di firme che contestava la diret­tiva sulla cannabis e chiedeva un incontro, che poi abbiamo avu­to, al ministro, partiva dalla Camera, dove sono stato subissato di richieste per fir­marlo. Abbiamo evi­tato di fare la parte del leone, ma se aves­simo voluto sarem­mo arrivati agevol­mente a una ottanti­na e forse oltre, con firme di esponenti di molti partiti della coalizione. I "teo-dem" remano contro il partito democratico? Ma non diciamo sciocchezze. Siamo solo una libera associa­zione di persone che la pensano allo stesso modo e cercano di far valere le loro ragioni». Parola di Enzo Carra, deputato della Margherita e politico di lungo corso, ma soprattutto esponente della corrente "teo-dem". La tessera numero 3, per così dire, considerando che la numero 1 spetterebbe di diritto alla sena-trice Paola Binetti, la numero 2 al senatore Luigi Bobba, e la nu­mero 4 all'onorevole Marco Calgaro, anche se ora a pressar­lo c'è la possibile tessera nume­ro 5, quella della senatrice Ema-nuela Baio-Dossi.



Proprio la Baio-Dossi è fini­ta sotto accusa non solo nel gruppo dell'Ulivo al Senato ma anche dentro i DI, da parte degli ulivisti, i più inviperiti contro i teo-dem. Carra difende la sua sodale di corrente: «Attenzione a chiedere dimissioni e purghe staliniane, perché si sa dove si comincia e non si sa dove si fini­sce. Anche noi potremmo chie­dere le dimissioni di qualcun al­tro, a quel punto... Binetti e Baio-Dossi non sono donne di manovre da bassa politica e da traffici sottobanco, non sono De Gregorio, per capirci, hanno so­lo condotto una battaglia limpi­da, come abbiamo fatto io e Calgaro alla Camera, parlando apertamente e direttamente alla Turco, che qui ci è venuta a ri­spondere in aula sulle sue inizia­tive sulla cannabis. Forse lo scol­legamento è di qualcun altro che, al Senato, non si è reso con­to o ha sottovalutato la lettera dei 51 spe­dita alla Turco: 26 di noi fanno i senatori. Perché non li hanno convocati? Perché non hanno chiesto loro, e per tempo, quali problemi ave­vano sul tema?». Sembra avercela con la Finocchiaro e Zanda, Carra, e questi sembrano avercela, an­cora e fortemente, con le sue colleghe del Senato. Passata la Finanziaria faremo i conti, pro­mettono senza velare nemme­no troppo la minaccia i capi-gruppo di Ds e Margherita. E promette tempesta anche e so­prattutto la ministra Livia Turco, furibonda per la censura su­bita sulla cannabis da parte del­la commissione Sanità: chiede «una approfondita verifica poli­tica» (passata la Finanziaria, s'intende), la Turco, all'interno del gruppo ulivista al Senato, «che parta da quanto scritto nel nostro programma di governo, in cui ritengo che ognuno sia te­nuto a farsi carico delle proprie responsabilità e dei danni cau­sati alla compattezza della mag­gioranza su una questione così

importante come il futuro e la salute dei giovani, all'interno di una vera politica di lotta alla droga fatta non di slogan e pro­clami, ma nel nome di quella "via sociale nella lotta alle tossi-codipendenze" che sempre ci ha differenziato dalla cultura della punizione».



Ma se la contro-offensiva dei liberal e antiproibizionisti ulivisti è forte ed è partita anche dentro la Margherita, dalla sena­trice Magistrelli al deputato Gia-chetti («Giachetti conta per Giachetti», è la sferzante risposta di Carra), la mente politica dei teo-dem, e cioè sempre Carra, non ha dubbi, su come ci si dovrà re­golare in futuro, e cioè dentro il partito democratico, su questi te­mi: «Esattamente come faccia­mo nella Margherita e cioè ga­rantendo libertà di coscienza sui temi eticamente sensibili, non certo secondo l'idea che prima si discute, magari all'infinito, e poi si vota a maggioranza e la mino­ranza non capisce ma si adegua, compatta e disciplinata». Il pro­blema è che lo spettro delle que­stioni "eticamente sensibili" è abbastanza ampio, nell'elenca­zione che ne fa Carra: si parte dai Pacs, si passa per l'eutanasia e il testamento biologico («temi che nel programma dell'Unione non ci sono, sfido chiunque a di­mostrare il contrario»,) e si arri­va alla fecondazione assistita. Tagliando corto, «tutto quello che riguarda la vita e la fami­glia», per Carra. «Noi preferia­mo dire subito quello che voglia­mo fare e parliamo a una parte importante della società italiana che abbiamo ascoltato a lungo, sul problema droghe: famiglie, comunità terapeutiche, parla­mentari. Gli altri con chi parla­no?». È nel Pd del futuro, che sarà difficile parlarvi, onorevo­le... «Il Pd non è e non può esse­re il partito del pensiero unico. Vogliono fare il Pd? Bene. Allo­ra io rispondo: il partito demo­cratico è questo, bellezza».

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