da Il Riformista del 1 dicembre 2006, pag. 3
di Ettore Colombo
«Sì, mi rendo conto che quell'ordine del giorno Binetti-Baio Dossi qualche discussione e qualche problema in più per la coalizione e anche per la costruzione del partito democratico l'ha creato. Ma da parte loro non c'era alcun tentativo di macchinazione politica. Non è stata un'imboscata tesa al governo, questo lo posso garantire. E poi, non giochiamo alla politica del "più 1", sulle firme. La Magistrelli e altri sostengono in modo infantile di averne raccolte 53, due più di noi, in appoggio alla Turco. Ma la nostra raccolta di firme che contestava la direttiva sulla cannabis e chiedeva un incontro, che poi abbiamo avuto, al ministro, partiva dalla Camera, dove sono stato subissato di richieste per firmarlo. Abbiamo evitato di fare la parte del leone, ma se avessimo voluto saremmo arrivati agevolmente a una ottantina e forse oltre, con firme di esponenti di molti partiti della coalizione. I "teo-dem" remano contro il partito democratico? Ma non diciamo sciocchezze. Siamo solo una libera associazione di persone che la pensano allo stesso modo e cercano di far valere le loro ragioni». Parola di Enzo Carra, deputato della Margherita e politico di lungo corso, ma soprattutto esponente della corrente "teo-dem". La tessera numero 3, per così dire, considerando che la numero 1 spetterebbe di diritto alla sena-trice Paola Binetti, la numero 2 al senatore Luigi Bobba, e la numero 4 all'onorevole Marco Calgaro, anche se ora a pressarlo c'è la possibile tessera numero 5, quella della senatrice Ema-nuela Baio-Dossi.
Proprio la Baio-Dossi è finita sotto accusa non solo nel gruppo dell'Ulivo al Senato ma anche dentro i DI, da parte degli ulivisti, i più inviperiti contro i teo-dem. Carra difende la sua sodale di corrente: «Attenzione a chiedere dimissioni e purghe staliniane, perché si sa dove si comincia e non si sa dove si finisce. Anche noi potremmo chiedere le dimissioni di qualcun altro, a quel punto... Binetti e Baio-Dossi non sono donne di manovre da bassa politica e da traffici sottobanco, non sono De Gregorio, per capirci, hanno solo condotto una battaglia limpida, come abbiamo fatto io e Calgaro alla Camera, parlando apertamente e direttamente alla Turco, che qui ci è venuta a rispondere in aula sulle sue iniziative sulla cannabis. Forse lo scollegamento è di qualcun altro che, al Senato, non si è reso conto o ha sottovalutato la lettera dei 51 spedita alla Turco: 26 di noi fanno i senatori. Perché non li hanno convocati? Perché non hanno chiesto loro, e per tempo, quali problemi avevano sul tema?». Sembra avercela con la Finocchiaro e Zanda, Carra, e questi sembrano avercela, ancora e fortemente, con le sue colleghe del Senato. Passata la Finanziaria faremo i conti, promettono senza velare nemmeno troppo la minaccia i capi-gruppo di Ds e Margherita. E promette tempesta anche e soprattutto la ministra Livia Turco, furibonda per la censura subita sulla cannabis da parte della commissione Sanità: chiede «una approfondita verifica politica» (passata la Finanziaria, s'intende), la Turco, all'interno del gruppo ulivista al Senato, «che parta da quanto scritto nel nostro programma di governo, in cui ritengo che ognuno sia tenuto a farsi carico delle proprie responsabilità e dei danni causati alla compattezza della maggioranza su una questione così
importante come il futuro e la salute dei giovani, all'interno di una vera politica di lotta alla droga fatta non di slogan e proclami, ma nel nome di quella "via sociale nella lotta alle tossi-codipendenze" che sempre ci ha differenziato dalla cultura della punizione».
Ma se la contro-offensiva dei liberal e antiproibizionisti ulivisti è forte ed è partita anche dentro la Margherita, dalla senatrice Magistrelli al deputato Gia-chetti («Giachetti conta per Giachetti», è la sferzante risposta di Carra), la mente politica dei teo-dem, e cioè sempre Carra, non ha dubbi, su come ci si dovrà regolare in futuro, e cioè dentro il partito democratico, su questi temi: «Esattamente come facciamo nella Margherita e cioè garantendo libertà di coscienza sui temi eticamente sensibili, non certo secondo l'idea che prima si discute, magari all'infinito, e poi si vota a maggioranza e la minoranza non capisce ma si adegua, compatta e disciplinata». Il problema è che lo spettro delle questioni "eticamente sensibili" è abbastanza ampio, nell'elencazione che ne fa Carra: si parte dai Pacs, si passa per l'eutanasia e il testamento biologico («temi che nel programma dell'Unione non ci sono, sfido chiunque a dimostrare il contrario»,) e si arriva alla fecondazione assistita. Tagliando corto, «tutto quello che riguarda la vita e la famiglia», per Carra. «Noi preferiamo dire subito quello che vogliamo fare e parliamo a una parte importante della società italiana che abbiamo ascoltato a lungo, sul problema droghe: famiglie, comunità terapeutiche, parlamentari. Gli altri con chi parlano?». È nel Pd del futuro, che sarà difficile parlarvi, onorevole... «Il Pd non è e non può essere il partito del pensiero unico. Vogliono fare il Pd? Bene. Allora io rispondo: il partito democratico è questo, bellezza».
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