da Il Sole 24 Ore del 1 dicembre 2006, pag. 1
di Marco Onado
Di fronte al pericolo di vedere intaccata la leadership dei loro mercato finanziario, gli americani hanno reagito con decisione e rapidità. Ieri è stato pubblicato il primo rapporto della commissione guidata da Glenn Hubbard e Hal Scott che nello scorso settembre era stata incaricata da Hank Paulson, Segretario ai Tesoro, di indagare sulla natura e le cause della perdita di competitività della finanza americana. Il lavoro contiene importanti lezioni per l’Italia, in particolare per la lunga e laboriosa gestazione di una legge sul risparmio tuttora non definitiva.
Il rapporto muove da due segnali di allarme preoccupanti: New York attira sempre meno imprese dall'estero (la quota sulle offerte iniziali è scesa dal 50% al 5% in pochi anni) mentre aumenta in modo significativo il numero di imprese americane che decidono di cancellarsi dal listino e di quelle che ricorrono al mercato del private equity. Ciò rischia di intaccare la tradizionale forza del mercato finanziario americano e la sua capacità di offrire agli emittenti un vantaggio cospicuo in termini di minor costo del capitale rispetto agli altri Paesi.
Da qualche anno le critiche si sono concentrate sulla regolamentazione, resa ancora più severa dopo la legge Sarbanes-Oxley approvata in seguito ai gravi scandali finanziari di inizio secolo; e dal mondo delle imprese e delle banche sono venute richieste sempre più pressanti di una sostanziale revisione delle norme. L'amministrazione Bush, come Cavour, non poteva essere insensibile al grido di dolore che si levava dalla comunità finanziaria e con questo rapporto apre ufficialmente la stagione della riforma delle regole.
Dopo aver messo in evidenza la perdita di competitività del mercato finanziario americano (in una sezione curata da Luigi Zingales), la commissione riconosce che la globalizzazione non poteva non determinare una diversa distribuzione delle quote di mercato fra le principali piazze finanziarie. Avrebbe anche potuto riconoscere che l'euro qualche effetto l'ha avuto, se non altro sul mercato delle obbligazioni. Anche al netto di questi fenomeni, la perdita di competitività viene attribuita al sistema di regole americane, ma non alla legge recente (che viene anzi lodata) ma alla protezione dell'investitore che gli Stati Uniti hanno da sempre realizzato.
Un sistema basato da un lato su norme molto dettagliate (emanate dalla Sec, dalle istituzioni competenti in materia di principi contabili, da altri organi di controllo) e dall'altro su un sistema di enforcement civile e penale noto per la sua rapidità e severità.
Il rapporto richiede innanzitutto alla Sec di essere meno prescrittiva e invadente e più attenta all'analisi costi-benefici dei suoi interventi. In una parola, di adottare come modello quello della Fsa britannica. Un autentico schiaffo per la Sec: come richiedere a un napoletano di imitare la pizza che si mangia a Pechino. In secondo luogo, suggerisce una serie di limiti alla responsabilità di revisori, manager e altri soggetti Su questo fronte il giudizio è drastico: si è andati troppo in là. Nel 2005, imprese e banche hanno pagato per le sanzioni in sede civile 4,7 miliardi di dollari, più di cento volte rispetto al Regno Unito (40,5 milioni); come se non bastasse, i risarcimenti delle class ac-tion sono costati 3,5 miliardi. Per non parlare poi dell'onere, monetario e no, collegato alle azioni penali.
Le proposte sono precise. Le imprese devono essere in grado di porre limiti precisi alla propria responsabilità, la via dell'arbitrato bilaterale deve essere preferita all'azione collettiva e infine l'azione penale (compresa quella nei confronti delle società) deve essere limitata ai casi «autenticamente eccezionali». Qui non si tratta come si vede di adottare un altro tipo di approccio, ma di cambiare sostanzialmente la filosofia del sistema americano di protezione degli investitori.
È difficile non vedere in una svolta del genere una sorta di corsa al ribasso imposta dalla globalizzazione: anche se realizzato nel principale mercato, finora considerato il migliore in assoluto, il sistema di regolamentazione degli Stati Uniti deve adeguarsi agli standard internazionali. Si tratterà di vedere dalle misure concrete di attuazione (e dai prossimi rapporti che la commissione dovrà pubblicare) fino a che punto si spingeranno la politica da una parte e le stesse autorità di controllo dall'altra. Una conclusione appare scontata: l'investitore singolo viene in qualche misura sacrificato sull'altare delle esigenze della globalizzazione. La sua protezione sarà quindi sempre più affidata agli attori del risparmio gestito: è da sperare che per essi vengano potenziati gli strumenti di intervento e difesa.
Il rapporto merita di essere attentamente considerato in Italia. Per il metodo (il lavoro di una commissione altamente qualificata); per i tempi (due mesi per arrivare a proposte precise); per i contenuti: da questo punto di vista va detto che nonostante le correzioni apportate con il decreto legislativo di riforma della normativa sul risparmio che sarà fra poco definitivamente approvato, il nostro sistema continua a essere molto prescrittivo, poco attento all'analisi costi-benefici delle regole e troppo ricco di soluzioni che non trovano riscontro in altri Paesi. Qualcuno prima poi dovrà occuparsi non solo a parole della competitivitò dell'industria italiana dei servizi finanziari.
Ps: a proposito di risarcimenti, il rapporto Hubbard-Scott non chiarisce se è possibile chiedere il rimborso delle cospicue somme spese per comprare i libri (curati anche da componenti della commissione) che dimostravano scientificamente la superiorità del sistema americano di norme. Si attendono le prossime puntate.
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