da Corriere della Sera del 1 dicembre 2006, pag. 1
di Giuseppe De Rita
L'iter della Legge Finanziaria ha prodotto in luce due risultati inattesi: da un lato ha consumato la spinta programmatica a fare equità attraverso la leva fiscale, visto che è difficile pensare di imporre ancora tasse per «dare ai poveri»; e dall'altro lato ha consumato la possibilità di una collettiva condensazione degli interessi particolari.
E questo visto che le disponibilità ottenute attraverso la manovra fiscale hanno permesso al Governo di premiarne alcuni, e penalizzarne altri. Questi due risultati resteranno vivi nel tempo, a dispetto degli interessi che andranno in piazza sabato prossimo, e a dispetto della finale configurazione della Legge finanziaria come atto di una politica di equità.
Il declino delle due stelle polari della sinistra e della destra (fare equità e difendere gli interessi) sembra però avere messo in crisi anche la tensione alle riforme, immancabilmente strutturali. Mi spinge a tale sensazione la lettura delle intenzioni riformiste che affollano da settimane i giornali; intenzioni che cercano una strada in avanti, progettando una eventuale fase «due» corredata dal solito elenco di settori da riformare: liberalizzazioni, pensioni, scuola, pubblica amministrazione, federalismo, professioni.
Con tutta la stima che si può nutrire per i propagatori di questo elenco, mi permetto di segnalare loro il rischio di imboccare un percorso pericoloso: un percorso che li allontana dall'esistente per portarli sul nobile scenario del dover essere e della «esigenzialità» a tutto campo. Un percorso dove ci si impicca con la propria corda. Al di là quindi delle rituali dispute in cui mi trovo spesso coinvolto (io profeta dell'esistente e gli altri assertori del dover essere) mi sembra utile segnalare le tre ragioni pratiche che mi fanno dubitare sulla possibilità di una politica riformista.
La prima, banale ma insuperabile, è che non ci sono al momento attuale le compattezze e/o le convergenze parlamentari per fare riforme serie e vere. La seconda è che nell'agenda politica italiana le riforme sembrano più in uscita che in entrata, giacché su di esse manca quell'intensità psichica collettiva che è necessaria per fare un qualsiasi radicale intervento (chi si può oggi entusiasmare di fronte all'ennesima proposta di riforma della scuola, della pubblica amministrazione o del federalismo?). E la terza ragione di ostacolo non ancora pienamente compresa, sta nel fatto che l'attuale modo di governare sta dimostrando un «empirismo continuato» (si veda lo stesso adattativo iter della Finanziaria) che nei fatti sbarra la strada ad ogni disegno riformista di medio-lungo periodo.
In conclusione chi va verso l'ipotesi riformista rischia di brutto, anche se in lui si può ammirare la volontà di costruire una nuova leadership, centrata sul coraggio di affrontare i grandi temi della società e sul coraggio di esprimere su di essi un conseguente impulso politico.
Nel Paese circola una sorta di mitridatizzazione verso il dover essere delle riforme. Non è notazione confortante, ma la politica deve anche avere realismo.
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