sabato 2 dicembre 2006

Cari riformisti sbagliate tutto

da Corriere della Sera del 1 dicembre 2006, pag. 1

di Giuseppe De Rita


L'iter della Legge Finanziaria ha prodotto in luce due risultati inattesi: da un lato ha consuma­to la spinta programmatica a fa­re equità attraverso la leva fisca­le, visto che è difficile pensare di imporre ancora tasse per «dare ai poveri»; e dall'altro lato ha consumato la possibilità di una collettiva condensazione degli in­teressi particolari.



E questo visto che le disponibilità ottenute attraverso la manovra fisca­le hanno permesso al Governo di pre­miarne alcuni, e penalizzarne altri. Questi due risultati resteranno vivi nel tempo, a dispetto degli interessi che andranno in piazza sabato prossi­mo, e a dispetto della finale configu­razione della Legge finanziaria come atto di una politica di equità.



Il declino delle due stelle polari del­la sinistra e della destra (fare equità e difendere gli interessi) sembra però avere messo in crisi anche la tensione alle riforme, immancabilmente strut­turali. Mi spinge a tale sensazione la lettura delle intenzioni riformiste che affollano da settimane i giornali; in­tenzioni che cercano una strada in avanti, progettando una eventuale fa­se «due» corredata dal solito elenco di settori da riformare: liberalizzazio­ni, pensioni, scuola, pubblica ammi­nistrazione, federalismo, professio­ni.



Con tutta la stima che si può nutri­re per i propagatori di questo elenco, mi permetto di segnalare loro il ri­schio di imboccare un percorso peri­coloso: un percorso che li allontana dall'esistente per portarli sul nobile scenario del dover essere e della «esigenzialità» a tutto campo. Un percor­so dove ci si impicca con la propria corda. Al di là quindi delle rituali di­spute in cui mi trovo spesso coinvol­to (io profeta dell'esistente e gli altri assertori del dover essere) mi sembra utile segnalare le tre ragioni pratiche che mi fanno dubitare sulla possibili­tà di una politica riformista.



La prima, banale ma insuperabile, è che non ci sono al momento attuale le compattezze e/o le convergenze parlamentari per fare riforme serie e vere. La seconda è che nell'agenda po­litica italiana le riforme sembrano più in uscita che in entrata, giacché su di esse manca quell'intensità psi­chica collettiva che è necessaria per fare un qualsiasi radicale intervento (chi si può oggi entusiasmare di fronte all'ennesima proposta di riforma della scuola, della pubblica ammini­strazione o del federalismo?). E la ter­za ragione di ostacolo non ancora pie­namente compresa, sta nel fatto che l'attuale modo di governare sta dimo­strando un «empirismo continuato» (si veda lo stesso adattativo iter della Finanziaria) che nei fatti sbarra la strada ad ogni disegno riformista di medio-lungo periodo.



In conclusione chi va verso l'ipote­si riformista rischia di brutto, anche se in lui si può ammirare la volontà di costruire una nuova leadership, cen­trata sul coraggio di affrontare i gran­di temi della società e sul coraggio di esprimere su di essi un conseguente impulso politico.



Nel Paese circola una sorta di mitri­datizzazione verso il dover essere del­le riforme. Non è notazione confor­tante, ma la politica deve anche avere realismo.

Nessun commento:

Posta un commento