venerdì 8 dicembre 2006

Alitalia, mela marcia di bandiera

da La Stampa.it del 8 dicembre 2006

di Mario Deaglio


La principale differenza tra la privatizzazione di Alitalia e le privatizzazioni che l’hanno preceduta sta in questo: telefoni e autostrade, per accennare solo ai principali settori privatizzati, erano, tutto sommato, mele buone, sia pure con qualche ammaccatura. Alitalia non è una mela buona bensì una mela marcia con oltre un milione di euro di perdita netta al giorno. È questa una realtà scomoda che né il mondo politico né l’opinione pubblica hanno mai voluto veramente affrontare per una sorta di viscerale affetto, pur in mezzo a molte critiche, per la «compagnia di bandiera». Se quindi c’era competizione tra i possibili acquirenti per telefoni e autostrade, ora il governo è costretto a correr dietro a compratori che si defilano e che hanno paura che Alitalia li faccia precipitare. Chiunque si prenderà Alitalia dovrà infatti risolvere due problemi tremendi, uno industriale e uno sindacale. Flotta simbolo del nostro declino produttivo Il problema industriale consiste nello scegliere tra Roma e Milano, tra Malpensa e Fiumicino quale principale nodo operativo; due nodi operativi sono diventati un lusso per qualsiasi compagnia e ciò è ancor più vero per una società con le perdite di Alitalia. Qualunque sia la scelta, si tratterà della presa d’atto di un ridimensionamento, della quasi scomparsa dell’Italia dalla scena del trasporto aereo europeo e mondiale, ossia di uno degli aspetti più appariscenti del nostro declino produttivo che per molto tempo si è preferito non voler vedere. Simbolo di tale declino è la flotta di Alitalia, composta prevalentemente di velivoli la cui vita commerciale è limitata a pochi anni ancora. L’unico vero cespite patrimoniale di Alitalia è rappresentato dalle rotte che gestisce, il che fa della compagnia poco più di un contenitore da ripulire prima di poterlo riempire con nuove, forti iniezioni di capitale. Primo di poter spiccare un nuovo volo, se mai lo farà, Alitalia deve riuscire ad «atterrare» senza troppi danni. Nessuno punterebbe come su un numero al Lotto Il problema sindacale deriva dal sovradimensionamento dell’organico, e dalla necessità di rivedere completamente la struttura organizzativa di un gruppo che ha accumulato inefficienze a tutti i livelli. Tutto ciò richiederebbe un consenso convinto dei lavoratori interessati e per conseguenza un sindacato forte, disposto a scambiare la sopravvivenza dell’azienda con sensibili riduzioni dell’occupazione. Il panorama sindacale dell’Alitalia è invece estremamente frammentato sia orizzontalmente (con la presenza di moltissime sigle e una maggioranza di sindacati autonomi) sia verticalmente (con sindacati separati e scarsamente coordinati per ogni figura professionale). Manca quindi un «tavolo» sul quale impostare veramente una discussione mentre ciascun sindacato, anche minuscolo, appare in grado di bloccare l’intera attività o di rallentarla con fortissimi danni economici e d’immagine. In queste condizioni, non si può chiedere a un eventuale compratore di puntare su Alitalia come si punta su un numero al lotto. Il rischio degli imprenditori è cosa ben diversa dall’azzardo dei giocatori: si deve trattare di una scelta meditata, basata sulla constatazione della necessità di investire molto per rimettere in sesto la società. Ad aumentare la difficoltà dell’operazione contribuisce la richiesta, di per sé non irragionevole ma alla quale è difficile rispondere positivamente, di alcune condizioni basilari, quali il mantenimento di una forte presenza in Italia e di non meglio precisati livelli occupazionali.

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