venerdì 8 dicembre 2006

Troppi convegni poche idee

da Corriere della Sera del 8 dicembre 2006, pag. 1

di Michele Salvati


Fa bene Ernesto Galli della Loggia a mettere in rilievo una forte asimmetria tra centrodestra e centrosinistra. Nel primo sembrano esserci «i leader, il popolo e niente in mezzo», come titolava il suo articolo del 5 dicembre. Nel secondo c'è certamente stato abbastanza popolo da vincere di stretta misura le elezioni; ma soprattutto «in mezzo» c'è molto. Ci sono poteri istituzionali, sociali ed economici corposi ed organizzati, dai sindacati a quei «poteri forti» che D'Alema ha riunito a Sesto San Giovanni lo stesso giorno in cui Berlusconi riuniva il suo popolo a San Giovanni in Laterano.



E fa anche bene Galli della Loggia a respingere le irrisioni di Tremonti («noi in piazza col popolo, la sinistra nei salotti»). In una democrazia è fisiologico che un partito o una coalizione abbiano rapporti stretti con corpi economici e sociali intermedi, con interessi organizzati, con le élite dei diversi settori della società. Se Dio vuole, non siamo nel Venezuela di Chavez.



L'asimmetria notata dall'editorialista si spiega facilmente. Margherita e Ds, il cuore dell'attuale centrosinistra, sono gli eredi della sinistra democristiana e del Pci: i due grandi partiti della Prima Repubblica avevano speso quarant'anni a costruirsi un robusto radicamento sociale, a stabilire rapporti organici con le èlite dei più diversi segmenti della società ed ora i loro eredi hanno messo in comune l'antico patrimonio.



Forza Italia e Lega sono partiti nuovi guidati da homines novi; e il Msi, di cui An è l'erede, non aveva mai avuto un portafoglio di rapporti molto ricco con i salotti buoni del Paese. Questi tre partiti del centrodestra e qui sta una delle ragioni del conflitto con l'Udc di Casini non avevano altra via per competere col centrosinistra se non quella di cavalcare l'ondata antipartitica e populistica che si scatenò in Italia nei primi anni '90, e l'hanno fatto alla grande: anche se finora la loro piazza (quella di Berlusconi) è stata la televisione, anche se è la prima volta che sono scesi in una piazza fisica con un successo che compete con quello del sindacato, la piazza, il rapporto diretto tra popolo e leader, è una dimensione tipica del loro rapporto con gli elettori. Ma nè la piazza, televisiva o reale, nè i grandi convegni con i potenti di turno, sono modi di «fare» politica: sono modi di «comunicare» politica, di ottenere consenso, di rapportarsi con gli elettori. E vanno entrambi bene se una politica c'è, se c'è un disegno credibile per uscire dallo stallo in cui il nostro Paese si trova. Anzi, dato che ci sono due schieramenti, se ci sono due disegni chiaramente comprensibili. Se il centrodestra ha un disegno, al di là della demonizzazione di Prodi, Padoa-Schioppa e Visco, dalla piazza di S. Giovanni in Laterano non s'è capito proprio. Ma neppure s'è capito il disegno del centrosinistra nella più pacata atmosfera del convegno di Sesto San Giovanni. Queste passerelle di banchieri, imprenditori e uomini di governo (per fortuna adesso c'è anche una donna grintosa, Linda Lanzillotta), che le organizzino i Ds o i Dl, D'Alema o Rutelli, si assomigliano un po' tutte: si sentono molte cose intelligenti, si fanno analisi sottili, ma un'idea forte, realistica e sostenuta dall'intero governo dunque politica vera, non un intervento di tipo Aspen non esce, non prende forma.



Lo è forse l'idea lanciata da D'Alema e accolta da Montezemolo di un «patto sociale» per affrontare la crisi di produttività che attraversa il nostro Paese? Anzitutto dovrebbe esserci un'analisi condivisa di quali ne sono le cause (nanismo delle imprese, lavoratori e quadri poco preparati, sindacato che intralcia le ristrutturazioni, pubblica amministrazione che non fornisce in tempi ragionevoli servizi essenziali...?). Poi, fatta una gerarchia, dovrebbe esserci un programma condiviso per rimuoverle, misure ben disegnate e fattibili. Solo a questo punto ci si può chiedere se è utile fare un «patto» e con chi, o se è invece il caso che il governo intervenga d'autorità.



Per ora è difficile prevedere come andrà a finire. Ma già sin d'ora si può dire che c'è più politica nella decisione del governo di vendere Alitalia di quanta ne abbiamo vista nel convegno di Sesto.

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