mercoledì 29 novembre 2006

Liberare la leadership dei giovani

Il bullismo può prodursi anche per l’assenza di prospettive e di grandi richiami. Troppi adulti si comportano come addetti alla protezione civile.

• da La Stampa.it del 27 novembre 2006

di Franco Garelli


Di tanto in tanto, nuovi e incresciosi fatti di cronaca riaprono la questione dei giovani, di quale sia cioè la vera faccia delle nuove generazioni e in che mani sarà la società del futuro. Il riferimento, ovviamente, è ai casi di bullismo che si diffondono nel Paese, con tanto di vittime e di carnefici che appartengono alla stessa classe di età. Giustamente Gramellini sulla Stampa ha invitato a non fare di ogni erba un fascio. Un conto è il bullismo leggero (o goliardia), attraverso cui ogni generazione costruisce i suoi codici di comportamento e impara a stare al mondo; altro conto è accanirsi contro coetanei palesemente deboli e in difficoltà, o addirittura menomati, con l’intento di costruire sullo stigma altrui la propria forza e identità distorta.

L’inquietante ricerca di «audience»
Di questi tempi, poi, uno esiste soltanto se partecipa ad un’«isola dei famosi», per cui le proprie bravate o nefandezze devono essere non solo filmate, ma anche messe a disposizione di un ampio pubblico di ammiratori o di emulatori. Proprio l’esistenza di un’audience è l’aspetto più inquietante della faccenda, assieme al fatto che dei filmati della vergogna possano circolare tranquillamente su siti Internet per molto tempo. La depravazione, dunque, non appartiene solo ai carnefici, ma sembra ben più diffusa.
Questi fatti non producono solo indignazione pubblica, ma anche sconcerto e inquietudine. Sono questi i nostri giovani? Chi stiamo crescendo? Quali le nostre responsabilità di adulti? Pure in questo caso ci vogliono dei distinguo. Non è detto che i bulli incalliti siano il prototipo dei nuovi giovani, anche se in pochi si oppongono alle depravazioni e i più pensano ai propri affari. La nostra gioventù non sarà la meglio della storia, ma comunque è sana e robusta, anche se tende a vivere nel proprio mondo. La maggior parte non si macchia di nefandezze, ma non si distingue nemmeno per particolari virtù o prese di posizione. Si servono di varie risorse che hanno a disposizione, ma non danno il meglio di sé negli spazi pubblici.

Capire una generazione ambiziosa
Questo discorso chiama in causa gli «imperativi culturali» con cui crescono i nostri giovani. Alcuni anni fa, due ricercatori di Chicago hanno pubblicato un libro sulla gioventù americana, descrivendola come The Ambitious Generation, un libro che non è stato tradotto in Italia, per l’improponibilità da noi di considerare in tal modo i nostri giovani. In America, come si sa, non esistono soltanto i giovani ambiziosi, ma anche le gang dei quartieri violenti delle metropoli e molti altri casi marginali. Ma accanto a questa povertà culturale e umana, si coglie anche che molti giovani intendono esercitare la loro leadership nella società, e si usa questa immagine trainante per richiamare tutti alle loro responsabilità.
Da noi, invece, prevalgono altri richiami, per cui l’idea dei giovani è perlopiù associata a quelle del disagio, del rischio, dell’assenza di prospettive, del condizionamento sociale. Si mette molto più l'accento sui problemi che sugli stimoli, con il rischio di disagiare la condizione giovanile nel suo complesso, di creare degli alibi anche in quanti hanno risorse e potenzialità. Questo atteggiamento assistenzialistico è tipico di una società in cui troppi adulti si comportano nei confronti dei giovani come degli addetti della protezione civile, come dei pompieri troppo ingombranti perché i giovani facciano delle loro scelte e diano il meglio di sé nelle diverse circostanze.
La questione educativa è dunque sempre più al centro dell’agenda sociale, magari da affrontare col motto coniato di recente da un gruppo francese: «Transmettre: partager des valeurs, susciter des libertés».

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