domenica 24 settembre 2006

Il Partito democratico, tanto spazio per tutti

da Europa

di ANTONIO MACCANICO
23-09-2006

Credo si debba partire da un giudizio sui cinque anni di governo di centrodestra che sia più meditato di quanto si sia fatto finora. La sconfitta della Casa della libertà non è stato solo il fallimento politico personale di Berlusconi, ma la rivelazione della sostanziale inconsistenza di un intero ceto politico alternativo. È risultato evidente che una coalizione di governo nella quale è predominante un populismo antipolitico, protezionistico, antieuropeo, xenofobo, autoritario, corporativo e neoconfessionale, con una minoranza ex dc parzialmente dissidente, non è in grado di guidare l’Italia, nei difficili anni che ci sono davanti. Gli italiani lo hanno capito con il voto referendario sulla riforma costituzionale, che hanno respinto con una maggioranza di voti e di partecipazione inattese. Hanno capito che quella dissennata riforma era la vera carta di identità del centrodestra. Se questo è vero, v’è da chiedersi se la coalizione dell’Unione, che ha vinto di un soffio le elezioni, così come è configurata, sia in grado non solo di durare cinque anni alla guida del governo, ma di incidere seriamente sui problemi di fondo del paese, la cui soluzione è prevedibile andrà oltre l’arco di una sola legislatura; v’è da chiedersi se ha chiara la consapevolezza della immensa responsabilità che ha sulle spalle. La risposta a questa domanda, dopo una prima fase di attività del governo con innegabili luci, ma anche con molte ombre, e soprattutto con un tono politico tutt’altro che univoco, non può essere positiva. V’è il rischio che il paese cada preda di una sensazione che i Greci antichi chiamavano “Lipsandria”, e cioè convinzione di una carenza di uomini adatti ad esercitare azioni veramente utili alla vita dello Stato. Ciò provocherebbe demoralizzazione e disincanto, e quindi sicuro fallimento. In questa condizione è certamente positivo lo sforzo di creare il Partito democratico facendo leva sull’attività di governo e sulla esperienza nei due rami del parlamento dei gruppi unici, che ogni giorno saldano insieme sempre più fortemente le componenti cattoliche- democratiche, riformiste, di democrazia liberale della coalizione. Ma credo che ciò non basti e che siano i rapporti interni all’interno di tutta l’Unione, che devono essere accuratamente esaminati, valutati e chiariti. La realtà dei governi nelle democrazie contemporanee, nelle democrazie dell’alternanza è nota: vi sono nel governo posizioni tutt’altro che univoche con differenze al loro interno anche abbastanza marcate. Nel partito repubblicano americano il take-over dei neo conservatori Kristol, Perle, Wolfowitz ha incontrato il dissenso aperto della vecchia guardia dei vari Scowcroft, Kissinger, Baker; ma questi non si sono certo distaccati dal loro partito. Così in Gran Bretagna la schiacciante vittoria del gruppo di Tony Blair e di Gordon Brown non ha messo in fuga i vari Scargill e Livingstone, che hanno continuato a battersi come minoranza nel Labour, senza creare trappole al loro governo. Queste differenze di posizioni all’interno dei partiti al governo non incidono sulla loro capacità di guida e sulla chiarezza della loro azione, per una ragione molto semplice: perché questi partiti sono guidati dal principio maggioritario. Il partito e il governo sono guidati dalla formazione interna che ha la maggioranza dei consensi; e chi è in minoranza rende palese il suo dissenso, ma si attiene di norma alla disciplina di partito, nei comportamenti parlamentari e pubblici. Si può rispondere che questo è possibile nei paesi nei quali l’alternanza è tra due partiti, non tra due coalizioni di partito. Ciò è certamente esatto, ma quale è la natura della coalizione che abbiamo battezzato Unione? Quando una coalizione si presenta alle elezioni sulla base di una legge elettorale proporzionale, ma con premio di maggioranza, credo che assume una natura diversa da quella di una coalizione che si costituisce non prima, di fronte al corpo elettorale, ma dopo le elezioni. La spinta proporzionalistica nel nostro caso deve cedere di fronte all’esigenza di sopravvivenza della coalizione, perché vi è stato un collante pre-elettorale presentato agli elettori, il patto di coalizione, che è fondato su un programma comune, e il premio di maggioranza. In questo tipo di coalizione il principio di maggioranza deve essere valido come nei sistemi di alternanza bipartitica. E l’interpretazione autentica del programma comune è data dal leader, presidente del consiglio. Questo significa che le varie componenti politiche dell’Unione possono esprimere tutte le critiche, le riserve, i dissensi, che vogliono. Ma mai infrangere la solidarietà di coalizione. Non deve, cioè, essere sempre necessaria la posizione della questione di fiducia da parte del governo per assicurare il sostegno di tutte le componenti della Unione alle decisioni prese dalla maggioranza e dal leader della coalizione che è anche guida del governo. Sono necessarie il massimo rispetto per le posizioni di dissenso e la ricerca del consenso più ampio in ogni circostanza; ma alla fine la decisione è a maggioranza, con la conseguente accettazione di essa da parte di tutti, con tutte le riserve, aperte e trasparenti del caso. Un chiarimento nei rapporti interni all’Unione di questo tipo rafforzerebbe enormemente la coalizione, la sua credibilità, la efficienza del governo, e il suo prestigio nell’opinione pubblica. Si tratta di porre un limite alle pulsioni proporzionalistiche, perché cedano il passo alle esigenze di tenuta della coalizione. Quanto alla costruzione del Partito democratico mi pare evidente che si tratta di un processo che rende più facile l’accettazione della regola della maggioranza. I due centri propulsivi del processo sono sicuramente l’esperienza dei gruppi unici alla camera e al senato e l’attività di governo; più si accentuano le convergenze in seno ai gruppi e nel governo delle componenti democratiche e riformiste, più si accelera il processo di costruzione del nuovo partito. Sono convinto che in politica si opera prevalentemente dall’alto verso il basso. Ma il consenso si acquista alla base, e lì occorre avviare un lavoro più impegnativo di quello fatto finora, ispirato ai passi in avanti fatti in sede nazionale. Si sono svolti dibattiti appassionati sul socialismo e sui cattolici in politica; a me pare che sia giusto arrivare a due conclusioni. La prima. Il socialismo del 2006 è, consapevolmente o inconsapevolmente, quello della Terza via laburista. Ciò significa che ha subìto un vero mutamento genetico, che lo ha avvicinato alla democrazia, liberale o cattolica. La seconda. Quanto ai cattolici la loro unità politica è finita e non può essere ricostruita. Il cattolicesimo politico in Italia ora o è democratico o neoclericale, e le due posizioni non possono non essere in totale antitesi. In questo quadro la formazione di un Partito democratico che metta insieme tutte le tradizioni democratiche e riformiste e che guardi al futuro e ai problemi nuovi che sono nati dalla “globalizzazione” mi pare una evidente necessità storica. Ma nella nostra Italia la propensione a chiudere gli occhi di fronte alle necessità storiche è una tradizione assai consolidata, e spesso invincibile. Speriamo che in questo caso sia clamorosamente smentita.

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