sabato 23 settembre 2006

Le soluzioni del partito democratico

da La Stampa del 21 settembre 2006, pag. 7

di Claudia Mancina


Con la ripresa autunnale riprende anche il cammino del Partito democratico. Prima Fassino alla chiusura della festa di Pesaro, ieri Prodi con la lettera ai parlamentari dell'Ulivo, hanno riaperto la discussione. Si riparte, dunque? E' difficile evitare un certo scetticismo, dopo anni di stop and go. Eppure, il Partito democratico è una necessità, oltre che una volontà chiaramente espressa dagli elettori. Ma mentre tutti sembrano convergere sulle ragioni storiche e politiche di un nuovo partito, molti sono i contrasti sul suo profilo politico.

I nodi principali sono la questione cattolica e quella socialista; nodi che a volte sembrano insormontabili. Chiamo questione cattolica il riferimento a «valori non negoziabili» derivati dall'etica cattolica, perchè in realtà qui, veicolato dal tema certamente importante dell'etica, si manifesta un problema più generale, che riguarda lo smarrimento e il disagio con cui molti cattolici vivono la fine del cattolicesimo politico. Il riferimento ai valori religiosi, talvolta anche con una certa rigidità militante, riempie il vuoto lasciato dall'assenza di una riconoscibile identità dei cattolici in politica.

E' un problema serio, che è stato lucidamente analizzato da Scoppola in diversi suoi scritti, e che traspare nelle parole di molti leader della Margherita, soprattutto se provenienti dall'esperienza della Democrazia cristiana. Simmetricamente, i Ds hanno il problema di preservare l'identità socialista, di recente acquisita. L'adesione al gruppo socialista europeo viene vista perciò come un elemento costitutivo dell'identità del nuovo partito.

Posti così, in termini di identità precostituite e contrapposte, questi nodi non si possono sciogliere. L'unica soluzione - se si condividono le ragioni storiche e politiche per un nuovo partito - è investire le proprie identità nel Partito democratico e cercare lì le forme nuove in cui viverle. Nel nuovo partito l'essere cattolici e l'essere socialisti possono essere fonte attiva di elaborazione politica anziché blocchi di resistenza ideologica. Questo però comporta due cose: da un lato, che i cattolici accettino il pluralismo etico e non pretendano di imporre la dottrina della Chiesa; dall'altro, che i Ds rinuncino alla pretesa di imporre preliminarmente l'appartenenza al gruppo socialista europeo.

Molti e convincenti sono gli argomenti che sostengono la naturale affiliazione del Partito democratico al socialismo europeo, i cui partiti sono ormai lontani dall'ideologia novecentesca. Ma non si può pretendere che la Margherita accetti questo approdo come condizione preliminare. Che male ci sarebbe se per qualche anno gli eletti del nuovo partito afferissero a gruppi diversi del Parlamento europeo? Il punto è che questa condizione preliminare serve alla dirigenza Ds per cercare di evitare l'allontanamento dell'ala sinistra del partito. Anche questo è un problema serio; ma così si resterà in mezzo al guado, condizione che Fassino ha giustamente denunciato come la peggiore.

La discussione attuale somiglia molto a quella che si svolse tra il 1989 e il 1991 sulla svolta di Occhetto. Anche in quel caso il timore di emorragie a sinistra produsse frenate e ambiguità che finirono con l'oscurare la novità e la forza della proposta. La svolta abortì, e il Pds non riuscì mai a realizzare la promessa della Bolognina. Quello che allora non si riuscì a capire è che indebolire la prospettiva politica non serve a convincere gli oppositori interni, mentre una iniziativa forte e aumenta i consensi e indebolisce quegli stessi oppositori.

Oggi siamo allo stesso punto. Trascinare nel tempo una discussione stanca, puntigliosa, burocratica, dà forza alle resistenze interne, perché vanifica l'entusiasmo dei militanti e degli elettori che aspettano da dieci anni la formazione di questo nuovo partito. Ci vuole un po' più di coraggio, sia da parte della Margherita che dei Ds.

Infine, c'è la questione della costituente. Sembra un tema tecnico, ma proprio qui si annida il veleno. Seguire una o l'altra modalità, dare più o meno spazio al cosiddetto «popolo delle primarie», significa dare più o meno spazio ai gruppi dirigenti dei partiti o al gruppo prodiano. Qualcuno teme che il Partito democratico finisca con l'essere il partito di Prodi; ma sembra un timore sproporzionato. Piuttosto, sarà il partito del prossimo candidato premier: forse proprio da questo derivano le più forti e profonde resistenze.

Nessun commento:

Posta un commento