lunedì 11 settembre 2006

Amartya Sen: «Identità plurale per fermare le guerre»

Intervista all'economista indiano.
da www.corriere.it

Si scusa per il ritardo, come se fosse colpa sua, lui che a 73 anni è chiuso da ore in una stanza d’albergo a ricevere uno a uno qualche (fortunato) giornalista. Colpisce il garbo e la sorridente pacatezza di Amartya Sen. L’economista indiano, un Nobel all’attivo, è arrivato al Festivaletteratura di Mantova per presentare il suo nuovo libro “Identità e violenza”. Ognuno di noi, sostiene, è tante cose insieme, quando invece si riduce la nostra identità a una sola di esse, sia religiosa, etnica o politica, si rischia di arrivare allo scontro di civiltà.

Di recente a pochi chilometri da qui, una ragazza pachistana, Hina, è stata uccisa dal padre proprio perché tentava di avere quell’”identità plurale” che lei auspica.
“Io non credo che sia un problema di identità qui si tratta di un crimine. La cultura di partenza è sì importante ma il tentativo di qualcuno di limitare la libertà, il diritto che una persona ha di scegliere come vivere è un problema di diritti umani non di cultura. Ognuno di noi deve scegliere l’identità e la vita che vuole vivere, non si può prendere la cultura come spiegazione di comportamenti violenti e di violazione dei diritti umani”.

Lei è un caso ben riuscito di identità plurale: è un indiano che vive tra Cambrige e Harvard, è un economista ma anche un filosofo. Perché invece la ricerca di identità si trasforma così spesso in culto delle origini?
“Ci sono due ragioni che spiegano questa esigenza di ritorno alle radici. La prima è che ciascuno di noi ha la tendenza a vedere il mondo in maniera più semplice di quello che è. Per identificare una persona prendiamo il primo aspetto che ci si presenta e non consideriamo gli altri. Il secondo motivo è che spesso nella ricerca delle origini c’è una ricerca di giustizia. Prendiamo il caso degli afro-americani in America: per combattere contro una discriminazione nei loro confronti hanno usato l’argomento di una comune identità africana. Oggi alcune frange dei fondamentalisti islamici per esempio usano dire che negli ultimi due secoli e mezzo il mondo è stato dominato da imperi giudaico cristiani. Finché ci si ferma qui, finché il problema è lottare contro la discriminazione e l’ingiustizia l’uso dell’identità comune può essere compreso e genera conseguenze che possono non essere negative. Il problema è quando si fa uso dell’identità comune per imporla contro le altre: gli ebrei possono certamente rivendicare la propria identità comune contro i maltrattamenti subiti soprattutto in Europa più che nel Medio Oriente, ma questa rivendicazione non può diventare un motivo per maltrattare i palestinesi. Nel mio libro spiego come la violenza è anche un problema intellettuale. Per disinnescarla occorre insistere sulle identità plurime, identità che un individuo ha contemporaneamente”.

Lei sembra ottimista, è convinto che si può ancora correggere la rotta, però parla anche di crisi del multiculturalismo.
“Il multiculturalismo nasce come affermazione dei diritti umani, vale a dire sull’assunto che non ci devono essere discriminazioni basate su religione, cultura o appartenenza razziale. Poi però è diventato qualcos’altro: oggi a volte diventa un pluralismo delle monoculture. Come navi che si incrociano nella notte senza condividere nulla. E questo è molto pericoloso. Noi dobbiamo conoscere le altre culture. I ragazzi italiani anche se frequentano una scuola tradizionale devono sapere che la parola algoritmo deriva da al-Khowarizmi, il nome del matematico che nel IX secolo ha prodotto un concetto che noi tutti usiamo nella cultura occidentale”.

Che tipo di multiculturalismo c’è in una città come New York?
“New York è un caso interessante, è la città dove vive mia figlia. Fa la giornalista e vive a Williamstown, divisa da un braccio di mare da Manhattan. Lei è figlia mia e della mia prima moglie che era italiana. E’ di origine ebraica ma atea e vive vicino a una comunità ebraica, ma anche a un gruppo di portoghesi e uno di italiani, distinti per cultura. Poi succede che organizzano un incontro per valutare la politica del presidente Bush: e a quel punto le comunità si dividono. All’interno di ciascuna comunità c’è chi è d’accordo con Bush e chi è contro. E’ evidente qui che le identità sono molto più complesse di come si presentano di primo acchito. E’ importante che nessuno vieti ad altri e in particolare che noi non vietiamo ai nostri figli di essere liberi nella scelta dell’identità”.
Alessandra Muglia

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