Da Europa del 2 giugno 2006
di Federico Orlando
«Viva l’Italia» è il logo scelto dal governo e dalle Forze armate per la parata di oggi, 2 giugno, sessant’anni dalla nascita della repubblica.
Per quanto ciampiano, il logo non è riuscito a unificare intorno al tricolore tutte le forze sociali e politiche rappresentate nel governo. Una parte della sinistra radicale non sarà ai Fori imperiali ma alla contromanifestazione “pacifista” del Lungotevere.
Probabilmente non offenderà l’Italia e il tricolore, come hanno fatto per anni i Bossi e i Borghezio fra le rampogne e gli sberleffi degli italiani.
Ma ne offenderà la Costituzione, continuando a darne la lettura unilaterale e opportunistica di un p a c i f i s m o ideologico o i r e n i s t i c o : quella che ripete come un disco interrotto solo le prime tre parole dell’articolo 11 («L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»); e salta a pie’ pari, anzi per accidia o viltà non arriva a leggerlo, l’articolo 52 della stessa Costituzione: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino»: l’unico dovere definito “sacro” fra quanti la carta costituzionale ne richiami.
Contestare la parata del 2 giugno, in cui il popolo italiano può ammirare gli uomini le donne e i mezzi votati permanentemente alla difesa della Patria (la maiuscola è nella Costituzione), vuol dire essere contro la Costituzione e contro la Patria, in una tradizione mai smentita di diserzione e di orrore della responsabilità.
In questo clima di confusione fra nobili comportamenti quali la non violenza e l’obbiezione di coscienza, tra convincimenti comuni come quelli enunciati da Bobbio sull’impotenza del diritto di fronte alla minaccia atomica, e l’ennesimo unilateralismo antiamericano e antioccidentale che nasce dalla guerra fredda e dalle colombe della pace schierate con Stalin e Mao, bene ha fatto il capo dello Stato a ricordare agli italiani: «Festeggiare insieme il compleanno della repubblica, onorare i simboli della nazione, esprimere un sentimento di più intensa appartenenza e comunanza patriottica, non significa fare vuota retorica, ma rafforzare le basi e le motivazioni del nostro agire individuale e collettivo». Basi e motivazioni che furono create non da pacifisti e irenisti, ma da soldati con le stellette e da uomini e donne che, con le armi, con gli ideali della libertà e molti anche per fedeltà allo Stato, combatterono contro il nazismo e il fascismo: donde la liberazione, la repubblica, la Costituzione, l’alleanza euroatlantica, la Nato, l’Europa unita e la pace fra gli europei. In questa realtà della storia, che appunto non è vuota retorica, Napolitano sente di dover aggiungere: «Un particolare omaggio rivolgiamo alle nostre Forze armate, il cui ruolo è segnato nella Costituzione come presidio e garanzia di pace».
Perciò quelli che oggi contestano, con la contromanifestazione, la presenza delle Forze armate nella festa della repubblica, contestano paradossalmente la pace, di cui loro sono i coribanti e le Forze armate il presidio reale insieme alle altre istituzioni democratiche. Da sessant’anni: ieri contro le minacce del mondo bipolare, oggi contro il terrorismo, che dalle parti di Teheran punta dritto all’arsenale nucleare, alla bobbiana “guerra senza ritorno”, nel più totale silenzio dei pacifisti italiani. E non solo italiani.
Essi vedono, così come li vediamo noi, fondamentali problemi di risorse a favore dei mondi abbandonati, drammi dell’ambiente inquinato, sopraffazioni dei ricchi sui poveri, dei dogmatici sui poveri in spirito. Ma non vedono che l’ostacolo ad affrontare oggi questi problemi planetari non sono le Forze armate delle democrazie, ma i fondamentalismi e gli integralismi di opposte matrici, alleati oggettivi dei rispettivi Moloch finanziari che contestano lo sviluppo intellettuale, etico, economico,democratico, giuridico di miliardi di donne e di uomini.
Contro i Leviatani di tutti i continenti, i pacifisti – a parte le eccezioni nobilissime – o non si battono affatto o si limitano a slogan e violenze contro i soli simboli demonizzati da sempre.
Costoro oggi portano nell’area di governo del centrosinistra la stessa dissonanza che i leghisti hanno rappresentato nel governo della destra. Per fortuna c’è stata la pedagogia di Ciampi, che ha unito storia e democrazia, pace e patria, libertà e nazione, unità e autonomie, Stato e diritto, esercito e popolo.
Di questa pedagogia, che Napolitano è la persona più adatta a sviluppare, farebbe male a dimenticarsi qualche sottogruppo della nuova maggioranza.
Perché, dimenticata o scolorita quella pedagogia unificante, diventerebbe difficile ai partiti di governo chiedere agli italiani di difendere la Costituzione e respingere il 25 giugno, con un No massiccio, lo stravolgimento che ne hanno fatto gli estremisti della destra, leghisti e berlusconiani per primi.
O la maggioranza ribadisce di riconoscersi nella riunificazione nazionale di Ciampi, nel rigoroso messaggio di Napolitano, nei nostri impegni internazionali assunti per mandato dell’Onu, nell’indissolubilità del rapporto tra gli italiani e le loro Forze armate e tra le Forze armate e la pace, e in nome di questi riconoscimenti si legittima a difendere la Costituzione e a migliorarla. Oppure essa rischia di rimanere nel guado, così come vi rimase il Pci di Enrico Berlinguer, tra la lungimiranza del leader e di quanti (fra essi Napolitano) puntavano a trasformare la “via nazionale” in socialdemocrazia europea, e quanti s’ancorarono al fondo di una storia finita, con la pretesa di rifondarla o di continuarla. Né il governo Prodi, né l’Unione che lo sostiene, né l’auspicato Partito democratico possono rischiare l’impantanamento nelle culture e nei voti dei contromanifestanti.
Che non significa voltar loro le spalle, ma disponibilità a dialogare anche con loro su una nuova cultura dell’impegno italiano nel mondo, della ripartizione fra risorse civili e risorse militari, del rapporto fra nostra politica estera e politica della difesa, fra sicurezza degli italiani e aperture agli stranieri, fra responsabilità nazionali e responsabilità europee e atlantiche. Appunto quei «problemi dell’oggi e del domani» che – come scrive Napolitano nel messaggio – potremo affrontare con successo solo riconoscendoci nella nostra storia: valori, diritti e doveri.
Sacri e ordinari.
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