venerdì 2 giugno 2006

Due poli o due partiti

da Corriere della Sera del 1 giugno 2006, pag. 38

di Giuseppe Galasso


Sono già molte, a caldo, le opinioni sulle elezioni del 28 maggio, ed è prevedibile che si moltiplicheranno col passare dei giorni e in attesa del referendum di giugno. Intanto, non sarebbe inutile, però, sottolineare subito qualche aspetto di queste elezioni di più immediato rilievo. Ci riferiamo ai risultati davvero mortificanti ottenuti dai numerosi candidati sindaci presentatisi a contrastare quelli delle due coalizioni maggiori, che in generale hanno avuto, insieme, dal 95% dei voti in su. Tipico il caso di Marco Rossi Doria a Napoli: uno scarso e magrissimo 3%, contro le previsioni di una votazione da tre a cinque o sei volte superiore e tale da impedire l'elezione al primo turno del sindaco uscente. Non parliamo di Milano, dove alcuni dei candidati sindaci hanno riscosso quasi lo 0% dei voti. A Roma si è rischiato il rinvio delle elezioni per una questione giuridico-regolamentare sollevata da uno dei candidati sindaci, che ha avuto lo 0,2% dei suffragi.



Naturalmente, il diritto è il diritto, e vale per 2 persone su mille tanto quanto per 998 persone su mille. Naturalmente, il senso di una candidatura non va giudicato solo dal numero dei voti. Naturalmente, la pluralità dei candidati è anche il segno di una vitalità del costume democratico nel sollecitare spinte e iniziative di qualsiasi portata siano: una vitalità preziosa rispetto a ogni tentazione o tendenza a imbalsamare il sistema politico nello schema di un bipartitismo o bipolarismo, che potrebbe essere asfissiante e non potrebbe mai pretendere, neppure in ipotesi, di rappresentare tutte le esigenze e le condizioni di una realtà.



Tutto questo (e altro ancora) è pacifico e resta fuori discussione, ma non esclude la considerazione a cui le recenti elezioni sembrano spingere: e cioè che l'orientamento elettorale degli italiani si è ormai polarizzato, in questa fase storico-politica, sul dualismo dei poli di destra e di sinistra, sull'antagonismo di uno specifico pro e contro. L'irrilevanza, o quasi, delle votazioni per scelte al di fuori di questo antagonismo conferma questa tendenza al di là di ogni previsione. Perfino là dove uno dei due poli si è diviso (come a Catanzaro), la somma dei loro voti ha, comunque, superato la soglia del 95%. Votazioni di qualche rilievo al di fuori di essi si sono delineate solo là dove c'era una concentrazione di voti legata a posizioni personali. Coloro che hanno parlato di «terzo poLo» non hanno avuto più di qualche eco giornalistica. Sicché si rafforza, alla fine, l'idea che di un «terzo incomodo» si potrà parlare solo se si avrà la reciproca convergenza di sezioni dell'uno e dell'altro polo, come più volte si è ipotizzato negli ultimi anni (il «grande Centro»!), senza che alle molte parole seguisse qualche modesto fatto. Ciò premesso, sembra pure da ritenere che un dilemma finora non affrontato in maniera stringente dalle forze politiche si ponga ormai in forma perentoria. Se gli elettori dimostrano di voler stare così nettamente a Destra o a sinistra, sarà il caso di chiarire, in maniera esplicita e, per così dire, conclusiva, se a essi, che hanno tutto il diritto di saperlo, si vuole offrire in definitiva un sistema bipolare o un sistema bipartitico Da qualche tempo si dice, a ogni scadenza elettorale, che, dopo, verrà sul tappeto la questione del «partito unico» di destra o di sinistra. Ora i termini generali del contesto di tale dilemma sembrano più che mai chiari: la dualità incontra in misura schiacciante l'orientamento degli elettori, tanto da far pensare che la tendenza debba durare a lungo.



Ai partiti, dunque, o meglio alle oligarchie che per lo più vi dominano, il dovere (che in queste condizioni è, però, anche una convenienza) di dire chiaro e forte quel che vogliono fare di «unico»: il partito o il polo (che non sono la stessa cosa nè in senso funzionale, nè in senso politico). E ciò prima che, delusi dal perenne stare a mollo nella palude dell'indecisione o dell'opportunismo e dell'arroganza di chi preferisce il mollo al solido, gli elettori, magari spinti da nuove esigenze o prospettive, prendano altre strade, facendo svanire l'idea stessa di una funzionale e moderna ristrutturazione del sistema politico nazionale.

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