9 settembre e la guerra su Oggi 7
di Letizia Airos
“Un conservatore liberale diffida delle novità perché ne teme le ricadute rivoluzionarie. Ma non è Don Chisciotte e non scenderà mai in guerra contro le biotecnologie, le ricerche sul genoma e certe forme di ingegneria genetica. Quando confronto le mie posizioni con quelle di certi gruppi che si definiscono progressisti, ho l’impressione che i conservatori liberali siano oggi più modernizzatori di molti sindacalisti, ambientalisti e cattolici di sinistra”.
Sono parole di Sergio Romano e risaltano sulla quarta di copertina di “Memorie di un conservatore liberale”, quasi un’ autobiografia dell’ex Ambasciatore, ora saggista, editorialista, docente universitario. In quel libro (2002) Sergio Romano aveva raccontato la sua formazione culturale, ricordato attraverso la propria carriera dipolomatica un lungo percorso della storia più recente, ma soprattutto aveva tracciato un ritratto affascinante di quella figura in cui si era identificato.
La personalità e lo spirito di questo “conservatore liberale” si rivela appieno nell’intervista che vi proponiamo. Anche se parleremo d’altro, del suo ultimo libro, pubblicato a ridosso della Guerra in Iraq, intitolato: “Il rischio americano. L’America imperiale, l’Europa irrilevante”. Sono solo 129 pagine, ma 129 pagine provocatorie, che sono riuscite a far discutere molto l’Italia - a sinistra come a destra. Pagine importanti anche per chi l’America la vive dal di dentro, e l’Europa dal di fuori.
Il titolo può trarre in inganno, non è il solito trattato schierato su un antimperialismo o antiamericanismo di parte. Quella che esprime Romano in questo volumetto è una critica all’America, coerente, senza colore politico, di chi non ha timore “di litigare apertamente e schiettamente con gli USA” (ricordiamo che nella prefazione al libro “Maledetti americani”, di Massimo Teodori, Romano aveva scritto: ''Fra i molti danni prodotti dall'anti-americanismo, il peggiore è che ci impedisce di litigare apertamente e schiettamente con l'America'').
Un libro che ci è parso lucido, concreto, disincantato, da leggere con attenzione, soprattutto da questa parte dell’oceano. Sergio Romano scompone le argomentazioni utilizzate dagli Stati Uniti per motivare l’attacco all’Iraq, e smaschera molte credenze. Il suo è un percorso da storico che si attiene rigorosamente ai fatti. Comincia lontano nel tempo, dal desiderio di leadership presente negli Americani anche nell’800, fino ad arrivare ai giorni nostri e alla fase che si è aperta dopo 9/11. Accanto ad un’America superpotente descrive un’Europa fragile, divisa, indecisa. Gli Stati Uniti agiscono con “arroganza imperiale”, anche perchè l’Europa non ha parlato e non ha agito con l’autorità di cui potrebbe disporre.
Il rischio americano per Romano diventa “un altro volto dell’impotenza europea”. E il futuro pone mille interrogativi. Si intravedono un'America potentissima ma isolata, un Europa per nulla convincente, frammentata, che non nuoce solo a se stessa, ma all’equilibrio di tutto il mondo. Continuando così prenderebbe forma un nuovo impero. Un impero che rischia di controllare il mondo con una rete di basi militari sparse su tutto il pianeta. Che colpirà chiunque cerchi di sfidare l’America, anche attraverso le guerre preventive.
Un impero ancor più pericoloso perchè mosso da ragioni ideologiche più che concrete, reali. Difronte a questa prospettiva, il vecchio continente è chiamato, secondo Romano, a una scelta. Da assente ed insignificante deve trasformarsi, utilizzando la propria esperienza e contando sulla propria unità: “Credo che il fatto più grave di questi ultimi mesi (più grave per molti aspetti dell’attacco alle Torri) sia l’irrilevanza dell’Europa.”
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Nel forum aperto sul sito web del nostro giornale - dedicato alla guerra in Iraq e l’antiamericanismo (www.oggi7.info) - abbiamo registrato una grande differenza tra italiani che vivono in Italia e italiani che vivono in America. Questi ultimi hanno mostrato un atteggiamento generalmente molto più “morbido” verso l’amminitrazione Bush, rispetto ai loro concittadini. Se dovesse spiegare a degli italiani che risiedono e lavorano in America da anni, le ragioni dell’avversità alla guerra degli europei, cosa direbbe?
“Esiste certamente, in una parte della società italiana, unpregiudizio antiamericano ispirato dalla cultura anticapitalista di alcuni movimenti marxisti e cattolici di sinistra. Ma il fenomeno, nel caso della guerra irachena, è stato più diffuso e importante. Come in altri paesi europei la maggioranza degli italiani non credeva che il regime di Saddam Hussein rappresentasse una minaccia per la regione e per le democrazie occidentali. Gli europei non erano certi che l’Iraq possedesse armi di distruzione di massa e pensavano comunque che le ispezioni dell’Onu avrebbero esercitato un sufficiente controllo. Non erano convinti dell’esistenza di un legame tra Saddam e Osama bin Laden. Credevano che la lotta contro il terrorismo esigesse altri strumenti: polizia, intelligence, sorveglianza dei circuiti finanziari che alimentano i gruppi eversivi. Non hanno approvato infine l’indifferenza di cui il governo americano ha dato prova verso la maggiore organizzazione internazionale”.
Ambasciatore, lei scrive la “tentazione imperialista” degli Stati Uniti come “di antica data”. L’11 settembre avrebbe avuto poi un effetto scatenante. Gli attacchi terroristici avrebbero permesso ad una parte della classe politica americana di proporre soluzioni teorizzate da tempo. Secondo lei dopo la scomparsa del grande nemico, l’Unione Sovietica, gli USA erano in cerca di un effetto scatenante? E perchè?
Non credo che i gruppi neoconservatori della politica americana fossero deliberatamente alla ricerca di una causa scatenante. Ma erano convinti che la fine della guerra fredda avesse profondamente modificato la situazione internazionale e che l’America avesse il diritto-dovere d’imporre, se necessario, le proprie esigenze. La prima occasione che i neoconservatori credettero di potere sfruttare fu probabilmente l’incidente dell’aprile 2001, allorché un aereo spia americano fu costretto ad atterrare su un’isola cinese. Ma il presidente Bush preferì,in quella occasione, le armi della diplomazia. La gravità dell’attacco alle torri, invece, creò il clima nel quale i neoconservatori poterono convincere il presidente e perseguire, con il consenso di una larga parte della opinione pubblica, la loro strategia”.
Lei scrive che sta prendendo forma un nuovo impero che gli Stati Uniti realizzeranno attraverso guerre ''lampo'' e preventive, creando basi militari in ogni parte del mondo. Siamo insomma difronte ad un'America che decide autonomamente e strategicamente ogni azione senza tenere conto dell'ONU. Ma, in parole povere, qual è alla fine l’obiettivo dei “falchi” della politica americana?
“I ‘falchi’ sostengono che il mondo è destinato a divenire,col passare del tempo, sempre più minaccioso e insicuro. E credono che l’America, anziché rispondere agli attacchi, debba prevenirli colpendo duramente chiunque possa rappresentare un pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti. La tesi è in parte fondata su preoccupazioni giustificate. Ma sarebbe più convincente se gli Stati Uniti non pretendessero di scegliere autonomamente il nemico da colpire e da punire. È probabile quindi che dietro questa tesi si nascondano una forte insofferenza per i vincoli della società internazionale e la convinzione che l’America debba fare da sé. Ritenere che essi vogliano fare la guerra a tutti gli è palesemente assurdo. La guerra contro l’Iraq è stata concepita e preparata come un segnale e un ammonimento, affinché gli altri capiscano la lezione e accettino di piegarsi in futuro alle esigenze degli Stati Uniti”.
Robert Kagan ha scritto un saggio provocatorio (Paradiso e potere, America e Europa nel nuovo ordine mondiale), per invitare gli europei a svegliarsi, a smettere di aspettarsi sempre di essere difesi dagli Stati Uniti. La sua frase, rimasta ormai famosa, è che gli americani vengono da Marte e gli europei da Venere. Secondo lui è ora di smettere di fingere che europei e americani condividano la stessa visione del mondo, o che facciano parte dello stesso mondo. Anche lei Ambasciatore, pur in un una prospettiva storica diversa, ha parlato di una Europa in fieri, avviata su un corso molto diverso da quello americano. L’esperienza europea, che ha vissuto la guerra sul suo territorio per secoli, porterebbe il vecchio continente a cercare strade diplomatiche. Questo vuol dire che Europa e America non hanno più niente da darsi... o da dirsi?
“L’Europa è composta da paesi che sono passati, nel corso del Novecento, attraverso due devastanti conflitti mondiali e una dozzina di sanguinose guerre coloniali. E gli Stati dell’Europa continentale, a sud della Manica, hanno tutti, in misura diversa, perduto la Seconda guerra mondiale. Questo spiega in buona parte perché tanti europei, nel corso degli ultimi decenni, abbiano riposto molte speranze nella nascita di un ordine internazionale in cui ogni paese avrebbe delegato una parte della propria sovranità a organismi supernazionali. È questa la ragione per cui quasi tutti i governi europei hanno accolto con favore la nascita dei tribunali internazionali e hanno firmato convenzioni che limitano la produzione e la diffusione delle armi. La fine della Guerra Fredda ha rafforzato questa convinzione e ha favorito durante gli anni Novanta le correnti internazionaliste della società europea. Lo stesso avvenimento (la fine della Guerra Fredda) ha provocato quindi, sulle due sponde dell’Atlantico, reazioni opposte: aggressive in America, pacifiste e internazionaliste in Europa. Non è possibile sottovalutare questa spaccatura. Ma è sperabile che l’Europa e l’America si rendano conto, prima o dopo, dell’importanza e dell’utilità dei loro rapporti”.
Dopo l’11 settembre, secondo lei, l’Europa è stata assente o insignificante. Gli Stati Uniti hanno agito da soli anche perché l’Europa non ha parlato e non ha agito con l’autorità di cui potrebbe disporre. Il “rischio americano”, di cui si parla nel suo libro, in realtà sembra essere un rischio europeo, legato all’ impotenza europea. Ha scritto :”Questo libro è dettato da una convinzione e da un partito preso”, convinto del fatto che il rischio americano è solo “un altro volto dell’impotenza europea e di parlare dell’Europa parlando degli USA”. Come deve essere un’Europa che si propone di intavolare un dialogo nuovo con l’America? In che modo l’Europa può riappropriarsi di un ruolo da protagonista nella politca internazionale?
“La guerra irachena ha colto l’Europa in una difficile fase di passaggio. Dopo la creazione del mercato unico, della moneta unica e della frontiera unica occorreva accogliere dieci nuovi soci e rendere l’Europa governabile. La crisi è scoppiata quando questa nuova tappa dell’integrazione europea (la scrittura di una costituzione) era appena cominciata e l’Unione era priva dei meccanismi necessari alla formazione di una politica estera comune. Era inevitabile, in queste circostanze, che ogni paese fosse spinto a fare la propria politica estera e andasse alla ricerca della linea che avrebbe maggiormente favorito i propri interessi. Non so se l’esistenza di un ministro degli esteri, previsto dalla Convenzione europea, basterà a evitare che ogni paese, la prossima volta, vada per la propria strada. Ma credo che una posizione europea, decisa collegialmente, avrebbe avuto una certa influenza, alla vigilia della guerra, sulla politica degli Stati Uniti”.
Lei si è autodefinito un “conservatore liberale”. Che effetto pensa che possano avere in Italia, a destra come a sinistra, queste parole con cui ha descritto un’America che “recita nelle crisi internazionali tutte le parti: è poliziotto, pubblico ministero ed esecutore della sentenza, decide se e quando un fatto costituisce reato”?
“Un conservatore liberale è anzitutto un realista che cerca di trasmettere senza perifrasi il proprio pensiero. Francamente non mi sono chiesto quale sarebbe stato l’effetto delle mie parole”.
Nel suo libro lei parla di uno dei più famosi studiosi americani di politica internazionale: Hans J. Morgenthau. Da Chicago, il tedesco naturalizzato Morgenthau ha insegnato la politica estera usando un forte realismo in termini di rapporti di forza tra le nazioni. Un'azione è valida se porta benefici; non è valida se - anche se presa in nome d'alti ideali - aumenta i problemi. Quindi una delle regole sarebbe quella di non partire mai da convinzioni dettate dall'ideologia. L’Amministrazione Bush sembrava convinta a muoversi contro l'Iraq, non dai puri calcoli dell'interesse nazionale, ma quasi da un’ ideologica visione del mondo. È questo il vero pericolo per l’America e anche per il resto del mondo? Una politica estera non dettata dalla razionalità e dal “realismo”?
“Credo che a Morgenthau la guerra contro l’Iraq non sarebbe piaciuta. Non gli piacque, del resto, neppure la guerra del Vietnam”.
Per il nostro giornale abbiamo intervistato e messo a confronto Gianni Riotta e Vittorio Zucconi sulla loro esperienza di corrispondenti in America e sulla difficoltà di veicolare l’immagine dell’America in Italia. Come pensa si sia comportata la stampa italiana nel corso dell’ultimo anno rispetto alle vicende americane?
“Il panorama giornalistico italiano è molto diverso da quello degli Stati Uniti. In Italia molti giornali appartengono a proprietari (partiti, associazioni, istituzioni, corporazioni) che hanno specifici interessi politici od economici. Ma i grandi giornali di opinione hanno trasmesso ai loro lettori, nelle loro corrispondenze, un quadro aggiornato di tutti gli aspetti della società americana”.
Per quanto riguarda la stampa americana, lei ha parlato - per esempio - di propaganda che accreditava la tesi secondo cui la campagna contro Saddam era il proseguimento della guerra contro il terrorismo. Ha scritto di un clima creato da “manipolatori dell’informazione” atto a far apparire la guerra come inevitabile. È stata veramente una manovra consapevole? Come può accadere che i media di un paese come l’America siano così schierati?
“La guerra contro Saddam è stata presentata dall’amministrazione americana come la tappa necessaria di una più vasta guerra contro il terrorismo. Credo che questa presentazione fosse propagandistica e strumentale. Molti giornali americani sono giunti alle stesse conclusioni. Ma hanno dovuto tenere conto del consenso della pubblica opinione per la politica dell’amministrazione e, dopo l’inizio delle operazioni, hanno obbedito a una naturale riflesso patriottico. A differenza della televisione, tuttavia, i maggiori giornali hanno conservato, anche durante la guerra, il loro spirito di osservazione e di analisi”.
Lei ha detto che il terrorismo non può essere sconfitto con le forze armate. Ha anche chiaramente separato Saddam da Bin Laden, ha analizzato i due leader vedendo in loro due personalità e tendenze in conflitto. I fenomeno terroristico è un fenomeno generazionale. Gli europei in particolare hanno vissuto sulla propria pelle tale fenomeno, pensa che possano fare qualche cosa?
“Fra il regime laico e nazional-socialista dell’Iraq di Hussein, da un lato, e il fondamentalismo islamico di Al Qaeda, dall’altro, non può che esservi reciproca ostilità. Saddam e Osama sono due diverse anime del mondo islamico e due opposte soluzioni dei problemi che esso non è riuscito a risolvere nel corso del Novecento. Ma anche all’interno del fenomeno terrorista occorre fare delle distinzioni. Esiste il terrorismo religioso dei gruppi radicali musulmani, il terrorismo nazional-religioso degli irlandesi, quello secessionista dei baschi, quello nazionale di Al Fatah, quello nazional-religioso di Hamas, quello social-rivoluzionario delle Brigate Rosse in Italia e della Rote Armee Fraktion in Germania. Pensare che questi fenomeni possano essere combattuti con le stesse armi è, a mio avviso, sbagliato”.
Ma gli Stati Uniti rimangono una grande democrazia. Lei è d’accordo. Scrive però qualcosa che sicuramente non le darà molta popolarità. Dice che le democrazie non sono necessariamente saggie e che “la maggioranza” in molti casi può avere clamorosamente torto. La maggioranza linciava i neri nel sud, sostenne la segregazione razziale, scatenò il “maccartismo” negli anni 40... Dice che quello democratico è un regime politico discreto, ma che non è virtuoso. Simili tesi sono tra l’altro molto discusse attualmente in America, dopo l’uscita del libro-scandalo di Fareed Zakaria “The Future of Freedom”. Che cosa potrebbe aggiungere per coloro – da una parte e dall’altra – che si vedono vaccinati dalla democrazia a possibili errori?
“Non credo che esistano sistemi politici migliori dellademocrazia. Mi limito a osservare che i regimi democratici non hanno il monopolio della verità e che molti errori politici sono stati compiuti con il consenso delle masse tra folle plaudenti. Per fortuna le buone democrazie (e l’America è certamente una di queste) finiscono quasi sempre per correggere le loro intemperanze”.
Finita la guerra in Iraq può azzardare una previsione sulle prossime mosse americane? E quale dovrebbe essere la posizione europea? Tra le condizioni di un Europa protagonista lei ha messo anche che essa deve essere armata: “La democrazia della pace non è credibile se dietro di essa l’avversario non vede in trasparenza l’ombra delle armi”. Cosa vuol dire con “vede in trasparenza”?
“La prossima mossa americana dipenderà anzitutto dal successo dell’operazione irachena. Se gli Stati Uniti riusciranno a ricostruire l’Iraq, politicamente ed economicamente, senza scontrarsi con difficoltà impreviste e disordini difficilmente controllabili, i paesi della regione constateranno il successo e molti di essi ne terranno conto. In caso contrario, alcuni paesi si sentiranno sollecitati a sfidare la potenza americana. Esistono poi molte altre variabili: gli umori delle masse arabe, la stabilità dei regimi del Medio Oriente, l’evoluzione del regime iraniano, la posizione della Turchia, la questione nordcoreana.L’efficacia dell’Europa nelle crisi prossime venture dipende dalla sua unità. Le armi sono importanti, ma temo che verranno molto più tardi”.
Infine il Vertice del G8 di Evian. Può darci una valutazione? Ha visto segni di un effettivo disgelo tra Usa e Europa (in particolare Francia e Russia)? Che prospettive vede nei rapporti tra “Vecchia e Nuova Europa”?
“A Evian tutti si sono comportati educatamente perché ildissenso, di fronte alle telecamere di tutto il mondo, avrebbe avuto effetti devastanti per tutti. Ma credo che gli Stati Uniti siano decisi a favorire le divisioni dell’Europa. E credo che per meglio ottenere questo risultato continueranno a dividere l’Europa in buoni e cattivi...”
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