Dal Riformista
lunedì 5 giugno 2006
DI ANTONIO POLITO
Dipendesse da me, non abuserei della metafora del «cantiere» per la costruzione del partito democratico. Intanto perché di cantieri così ne abbiamo già visti tanti, tutti chiusi prematuramente per mancanza di intesa sull'oggetto della costruzione. Che si tratti di Cose o di Case, di Fed o di Gad, l'incompiuta è sempre finita con la ricerca di un nuovo inizio. Ma anche se fosse la prima volta, è proprio la metafora del cantiere che non va. Evoca le rigidità dell'edilizia nell'epoca flessibile dell'information technology: fondamenta e pilastri, tetti e pavimenti, camere con vista e camere sul retro. I cantieri sono posti per muratori e geometri. Dove si lavora con ciò che c'è, mattoni e cemento, materiali inflessibili per eccellenza, e una volta che li hai montati puoi solo demolire, se in corso d'opera ti accorgi di un errore. Nei cantieri si suda sotto il sole con la cazzuola e la livella, senza alcuna possibilità di immaginare, di innovare, di cambiare, costretti dalle dure leggi della fisica e seguendo alla lettera un progetto che qualcun altro ha disegnato.
Prima o poi, è evidente, ci sarà bisogno di un po' di «patriottismo organizzativo», come lo chiama Michele Salvati. Ma prima servirebbe un buona dose di architettura, quel genere di attività intellettuale che si fa in uno studio, sulla base di una cultura, davanti a un computer, ricorrendo alle risorse della creatività, per decidere che cosa si vuol fare prima di fare. Ecco, anche in questo rinnovato entusiasmo per mettersi all'opra, io sento sì l'ansia di costruire un nuovo partito, ma non ancora la voglia di immaginare un partito nuovo.
Mi sembra cioè che la metafora del cantiere accentui il rischio di un gioco a somma zero: mettiamo insieme ciò che c'è, e facciamone una cosa più robusta e unita, capace magari di strappare alle elezioni un punto in più dei due partiti divisi, seppur sempre a scapito del resto dell'Unione. Mentre invece si trascura la grande capacità espansiva che il partito nuovo potrebbe avere quando l'Italia politica si scongelerà - perché prima o poi accadrà - e si dovrà lottare per i voti di chi oggi non vota per il centrosinistra. Temo che nel cantiere non si pensi a chi sta fuori dal cantiere, abita nei paraggi, passa per strada, e magari è anche infastidito dal rumore e dalla polvere. Non si pensa all'elettore comune.
Perciò abbiamo bisogno di architetti. Prima di tutto per decidere se vogliamo fare una casa popolare o un castello, una villetta a schiera o un condominio. E poi per decidere se lo vogliamo fare in acciaio e vetro o in mattoni e coppi, alla maniera del XXI secolo o a quella del Novecento. Gli architetti hanno troppo taciuto in questi anni. Dai loro studi, che in politica si chiamano think tank, non sono venute fuori grandi innovazioni, idee-forza capaci di sfondamento. Vedete, ci sono alcune parole chiave su cui i riformisti e i democratici non devono più ragionare molto, perché vengono dalla loro storia e sono il cibo quotidiano del loro popolo: uguaglianza, solidarietà, fraternità, pace, progresso, Europa, democrazia. Ma ci sono un sacco di parole chiave su cui riformisti e democratici non dicono e non pensano molto, e che invece sono il pane quotidiano di quel popolo che si vorrebbe un po' alla volta conquistare: libertà, merito, sussidiarietà, individuo, persona, valori, nazione, patria, America, tradizione. Questa parte ci manca, ed è una parte essenziale se il partito nuovo vuole presentarsi come un «one nation party», come partito nazionale, partito interclassista, partito centrale, che sconvolge con la sua triangolazione la dicotomia bipolare di nuova destra e vecchia sinistra. (Tra parentesi: dobbiamo anche cominciare a discutere tra laici e cattolici, non trattarci come due tribù ostili e incomunicabili, per cercare un accordo dove è possibile e un compromesso dove l'accordo non è possibile).
Senza questo tipo di «party building», che solo una discussione aperta pubblica franca e coraggiosa consente, il cantiere può al massimo assemblare ciò che già c'è, e che già oggi segna il limes dei due partiti interessati al progetto. Nemmeno la sua funzione di guida e di baricentro all'interno della più vasta coalizione di governo ne verrebbe poi tanto esaltata, perché non esprimerebbe egemonia, ma pura forza organizzativa. Negli Stati Uniti si pensava, si scriveva e si ragionava da vent'anni sul set di valori che ha portato Bush alla Casa Bianca: si costruiva senso comune. Si sono spesi fiori di miliardi di dollari in un progetto, in un'architettura. Si è disegnato il «frame», la cornice, prima di mettersi a dipingere la tela. I neo-con esistevano prima ancora di prendere il potere. Così si è compiuta una rivoluzione conservatrice. Se vogliamo fare in Italia una rivoluzione democratica, abbiamo bisogno di costruire un pensiero neo-dem, mentre facciamo un partito neo-democratico. Più del cantiere, ci serve il software.
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