Da Europa del 4/5/06
di FEDERICO ORLANDO
Adesso sotto il fuoco delle superstiti artiglierie liberali – già di per sé scarse in un paese al venti per cento cattolico, al venti comunista e al cinquanta qualunquista – finiranno il governo Prodi, la maggioranza di centrosinistra, i vertici istituzionali espressi la settimana scorsa dal parlamento e gli altri che via via emergeranno. L’annuncio l’ha dato Barbara Spinelli, la signora del giornalismo liberale, con uno squillante articolo di domenica 30 aprile sulla Stampa, ripreso, onore al merito, dal Foglio dei fogli lunedì l° maggio, insieme ad altri due scritti: un’intervista di Alain Elkann a Marco Travaglio sempre nella Stampa, sulla grave carenza di leadership della sinistra, e un’altra intervista di Claudio Sabelli Fioretti a Luca Ricolfi nel Magazine del Corriere della sera, sull’altrettanto grave abitudine della sinistra di fare prima le elezioni e poi il programma (quello vero) di governo. Se le due interviste mettono a nudo difetti del centrosinistra che il centrosinistra non sa riconoscere, l’articolo della Spinelli colpisce quelle carenze morali diffuse nella maggioranza degli italiani che però il governo e il sistema berlusconiani hanno eretto a religione di stato e hanno battezzato liberalismo.
L’ultimo rito di questa religione senza dio (entrare in politica per levarsi «sassolini dalle scarpe» senza neppure «dare uno scopo a sé e anche alla polis ») è stato celebrato la settima a scorsa con la candidatura Andreotti: un politico che – dice Spinelli – la giustizia ha assolto solo in apparenza, ribadendone invece un’autentica, stabile e amichevole disponibilità verso i mafiosi.
«Se la legalità italiana non fosse da tempo e in misura crescente qualcosa di opinabile, Andreotti non avrebbe potuto osare esporsi così, e offrire un pessimo esempio ai politici dei due campi ». Si potrebbe obiettare alla Spinelli che però almeno i politici di un campo, quello berlusconiano, avevano dato pessimi esempi ad Andreotti, o che si erano sorretti a vicenda. Ma non è questo che interessa, quanto l’allungamento del fuoco spinelliano in direzione della maggioranza e del governo Prodi: «Certo siamo in emergenza e ogni emergenza richiede larghe intese per fronteggiare ingovernabilità e maggioranze esigue. Ma larghe intese su cosa, precisamente? Su quali requisiti personali, pubblici? Se il terreno comune non ha come base la maestà della legge e la moralità da restaurare, le larghe intese sono un complice patto che perpetua il fango e rende grotteschi i paragoni con la grande coalizione tedesca».
Musica per le nostre orecchie: maestà della legge, restaurazione della moralità, inciuci complici di perpetuare il fango. Allora non è solo Travaglio ad avercela (vedi intervista citata) col «Parlamento dei 17 condannati». Allora c’è forse qualche speranza che il centrosinistra si metta a riflettere su antichi valori liberali che ha invece cercato in ogni modo di rimuovere. Anche se a ricordarglieli sono – secondo la definizione dell’antipatizzante Ricolfi – i “rifugiati”: cioè uomini di destra quali Sartori, Travaglio, Zanone, Montanelli, che «stanno a sinistra finché la destra non sarà di nuovo praticabile».
Ricolfi sottovaluta che in queste cose conta il risultato, come insegnava il suo conterraneo per eccellenza, Cavour, che per fare cose “di destra” andò a sinistra, visto che la destra pensava a quelle contrarie.
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