Stefano Menichini da Europa
6/5/06
In questi giorni è aperta nella politica italiana una grande questione generazionale. Peccato solo che riguardi i nati fra il ’45 e il ’55, a essere larghi. Mentre il cinquantatreenne Blair si avvia a raggiungere il pari età Aznar e il sessantenne Clinton sulla strada di una ben remunerata pensione, i loro coetanei qui ancora combattono battaglie decisive per conquistarsi sudate e naturalmente meritate postazioni istituzionali e di governo. Tra le altre cose, si discute molto su chi fra di loro sarà «il leader del futuro», in un curioso slittamento di senso visto che tra segretari, presidenti, ministri e sindaci, c’è già parecchia leadership da esercitare nel presente. È stato curioso leggere, fra le bizzarrie legate alla corsa al Quirinale, un retroscena secondo il quale in cambio del via libera a D’Alema Rutelli avrebbe ricevuto, la promessa di essere appunto «il leader » del nascente Partito democratico: come se l’avvio e la guida di un processo di tale portata possa essere distribuito a tavolino tra una vicepresidenza e un dicastero senza portafoglio. Niente da fare, la politica in sé non riesce a produrre un’alternativa a questo schema logoro e poco funzionale. Non si autoriforma. Questo vorremmo dire a coloro (tanti, pare) che oggi saranno all’appuntamento di Roma sotto il titolo Generazione U. Giovani e meno giovani che animano da settimane un dibattito che definire vivace è un eufemismo, e definire virtuale per una volta non è offensivo visto che s’è svolto al 90 per cento nei blogs e per il restante 10 per cento su un piccolo giornale come Europa. Lo spirito che ha attraversato la discussione è: qualcuno vuole fare un partito nuovo, e dice di volerlo davvero nuovo? Bene, dimostri che il suo non è il solito mascheramento, cedendo spazio e centralità a chi non ne ha mai avuti, cioè alla parzialità di opinioni e di interessi rappresentata dalle generazioni più giovani. Utili da far parlare nelle convention uliviste, effigiate nei depliant e nei videoclip, puntualmente ignorate in ogni autentico momento decisionale. In questo mood diffuso trova spazio chi vorrebbe costruirsi un partito generazionale su misura, chi vuole agire da lobby rispetto ai partiti esistenti per condizionarli o meglio per farsi strada al loro interno, chi non pensa a nulla e non ha obiettivi chiari in testa, però vuole almeno respirare un po’. Tutto bene, ma forse si può fare anche di più. Quali saranno le forme, i modi, i tempi di questa vicenda, le nuova facce che si affermeranno e quelle che verranno sbertucciate, lo scopriremo. Ma la chiave del successo di questa campagna politica sta nel capire quali sono i veri punti deboli della politica attuale se – come è anche giusto – essa va intesa un po’ come controparte. L’unico modo per individuarli consiste nel riferirsi a issues concrete. Abbattimento delle barriere corporative negli ordini, nelle professioni, nelle carriere. Sconfitta delle baronie nelle università e nella ricerca. Redistribuzione della spesa sociale a favore dei giovani lavoratori precari, fatalmente in danno di qualcun altro. Autentici criteri di valutazione per merito nella scuola, nell’università, nella ricerca, nella pubblica amministrazione, contro gli avanzamenti per motivi di famiglia o di iscrizione al sindacato giusto. Abbiamo sentito questo elenco recitato più volte, negli ultimi anni, da volenterosi politici riformisti di centrosinistra. Quando è stato il momento di passare dalle parole ai fatti, hanno sempre perso. Anche quando erano presidenti del consiglio. Perché erano forti soltanto delle loro buone idee (e di ottimi argomenti di fatto) contro l’elefantiaca potenza di un sistema ultradecennale, stratificato, egemone nella classe politica, insidioso perché disposto alla cooptazione, capace di allearsi con il diavolo pur di conservare l’esistente. Quando si sono girati nel momento della battaglia, questi volenterosi riformisti non hanno trovato nessuno dietro di sé. Senza soldati, senza armi, hanno sempre perso. I burocrati e tutti quelli che decidono chi può salire e chi scendere nella scala sociale sono ancora lì che si fregano le mani. La Generazione U può essere il fuoco di paglia di una primavera blog, ed è molto probabile che finisca così. Oppure dichiarare la sua pacifica guerra allo status quo, individuare con precisione gli obiettivi, gli amici e i nemici. E infine scegliere il Partito democratico non come un feticcio, non come un happening (anche se ci si potrebbe divertire parecchio…) né come la confluenza di antiche culture politiche (sai che interesse, per degli under 40) ma come lo strumento (uno degli strumenti) per conquistarsi una condizione di vita migliore. Sembra una banalità a scriverla, a pensarci bene è una cosa enorme.
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