La Repubblica
TONY BLAIR
27-05-2006
È oggi opinione universalmente condivisa che il mondo moderno è caratterizzato dall´interdipendenza. Ma non abbiamo avuto ancora tempo di riflettere sulle conseguenze o di capire che le regole internazionali non valgono più. L´interdipendenza, il fatto che una crisi localizzata diventi ubiqua, si fa beffe degli interessi nazionali tradizionalmente concepiti. Le nazioni, seppur grandi e potenti come gli Stati Uniti, oggi subiscono rapidissimamente e profondamente l´impatto di eventi esterni ai loro confini. Come mai l´immigrazione è attualmente il principale tema di politica interna in gran parte d´Europa e negli Usa? Perché la globalizzazione fa della migrazione di massa una realtà, e solo lo sviluppo globale la renderà una realtà gestibile. Come mai la politica energetica ha assunto a sua volta carattere di priorità a livello nazionale? Perché paesi come la Cina e l´India hanno bisogno di alimentare il loro rapido sviluppo e perché bisogna rispondere alla minaccia posta dal cambiamento climatico. La soluzione risiede in un contesto internazionalmente accettato che consenta alle nazioni in via di sviluppo di crescere, ai paesi ricchi di mantenere il loro livello di vita e che permetta di evitare il disastro ambientale. È quindi impossibile oggi definire con precisione l´interesse nazionale in assenza di un concetto chiaro di comunità internazionale. È una sfida che riguarda tutti e che può essere affrontata con efficacia solo insieme. Né possiamo, come in passato, temporeggiare per vedere che piega prendano le sfide globali. Esse esigono una risposta preventiva, non semplicemente reattiva, basata sulla precauzione, non solo sulla certezza, e spesso esterna al nostro territorio nazionale. Perché il terrorismo che combattiamo in Gran Bretagna non è nato qui, anche se il 7 luglio dell´anno scorso a uccidere sono stati terroristi nati in Gran Bretagna. La soluzione va cercata tanto nelle scuole e nei campi di addestramento e di indottrinamento a migliaia di chilometri di distanza quanto nelle città della moderna Gran Bretagna. La soluzione alla migrazione di massa è da ricondurre alle radici di quest´ultima, non alle nazioni che ne sperimentano le conseguenze. Ma non si troverà l´intesa su un´azione comune se non fondandola su valori comuni, di libertà, di democrazia, di tolleranza, di giustizia. Sono questi i valori universalmente accettati in tutte le nazioni, credo e razze, ma non da tutti gli individui al loro interno. Sono valori capaci di motivare e di unire. Serve una comunità internazionale che incarni questi valori globali e agisca nel loro perseguimento. La portata degli obiettivi che abbiamo di fronte è enorme. E sempre più aumenta il divario irrimediabile tra le sfide globali che ci fronteggiano e le istituzioni globali chiamate ad affrontarle. Dopo la seconda guerra mondiale ci si rese conto della necessità di una nuova architettura istituzionale internazionale. In questa nuova era, all´inizio del ventunesimo secolo, bisogna rinnovarla. In un discorso tenuto negli Stati Uniti ieri ho abbozzato alcune proposte mirate al cambiamento. Innanzitutto il segretario generale dell´Onu, Kofi Annan, ha compiuto un´opera straordinaria in circostanze spesso al limite del possibile e il suo programma di riforme merita sostegno. Ma un Consiglio di Sicurezza tra i cui membri permanenti figurano la Francia, ma non la Germania, la Gran Bretagna, ma non il Giappone, la Cina ma non l´India, per non parlare dell´assenza totale di rappresentanza dell´America Latina o dell´Africa, non può godere di legittimità nel mondo moderno. Se necessario esorto a trovare una qualche forma di modifica transitoria, in vista di un futuro assetto. Sarebbe opportuno rafforzare la facoltà del segretario generale dell´Onu di avanzare proposte di intervento al Consiglio di Sicurezza per dar soluzione a conflitti di lunga data e incoraggiarlo a esercitarla. In secondo luogo, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale. Esiste, come precedentemente sostenuto, una tesi a favore della fusione, ma in ogni caso, esiste anche una valida tesi a favore della riforma, che prevede un rapporto decisamente migliore con i paesi in via di sviluppo e una maggiore rappresentanza delle economie emergenti. Terzo, esiste una forte tesi a favore dell´istituzione di un sistema multilaterale di "arricchimento sicuro" per il nucleare. L´Aiea sovrintenderebbe ad una banca internazionale dell´uranio per garantire forniture affidabili di combustibile ai paesi che utilizzano l´energia nucleare senza bisogno che dispongano ciascuno di un proprio ciclo di combustibile. Quarto, il G8 ormai si riunisce regolarmente come G8+5. Questa composizione dovrebbe costituire la norma. Infine, occorre che l´organizzazione ambientale dell´Onu si adegui all´importanza che il tema oggi riveste nell´agenda internazionale. Non sottovaluto i rischi che comporta realizzare questi cambiamenti. Ma sono anche consapevole che il principale ostacolo è costituito dal fatto che nel creare istituzioni multilaterali più efficaci le single nazioni devono rinunciare a parte della loro indipendenza. Le nazioni potenti auspicano istituzioni multilaterali più efficaci ma solo ipotizzando che tali istituzioni agiscano secondo le loro intenzioni. Il loro timore è che agiscano secondo intenzioni proprie. Ma in presenza di una base comune su cui lavorare, di obiettivi e propositi condivisi, i paesi, indipendentemente dalla loro potenza, beneficiano della possibilità di subappaltare problemi che non sono in grado di risolvere da soli. Vedono soddisfatto il proprio interesse autonomo nazionale tramite un´efficace azione comune. Oggi dopo tutto il fermento e i contrasti degli ultimi anni si presenta l´opportunità reale di unire le forze per affrontare il terrorismo globale, garantire un sistema finanziario globale sano, fornire energia sicura e pulita, e sanare conflitti di lunga data, incluso, punto cruciale, il progresso verso una soluzione a due stati del conflitto Israelo-palestinese. Noi tutti abbiamo interesse alla stabilità e temiamo il caos. È l´impatto dell´interdipendenza. Sono anche convinto che noi tutti abbiamo comune interesse a sostenere la democrazia in Iraq. Non intendo in questa sede giustificare la decisione presa in origine o riaprire vecchie discussioni. Intendo promuovere una nuova concordia in luogo dell´antica contesa. Sono passati tre anni da quando Saddam ha lasciato l´incarico, tre anni di lotte e sangue. Ma nonostante il terrore si è sviluppato un processo politico democratico. La settimana scorsa mi sono recato in visita a Bagdad ad incontrare il nuovo governo liberamente scelto dal popolo iracheno, sunniti, sciiti, curdi e non schierati. Da questi leader non ho udito messaggi discordi di fazioni in guerra tra loro ma un unico semplice, chiaro, ragionamento comune. Vogliono la democrazia per l´Iraq e la libertà per il popolo iracheno. Intendono tollerare le differenze e esaltare la diversità e vogliono che sia lo stato di diritto e non la violenza a determinare il loro destino. La guerra ha diviso il mondo. La lotta degli iracheni per la democrazia dovrebbe unirlo. Potrete forse non condividere la decisione presa in origine. Potrete pensare che sono stati compiuti degli errori. Ma se gli iracheni possono dimostrare la loro fede nella democrazia alle urne non dovremmo dar dimostrazione della nostra sostenendo il loro cammino democratico? Questo dovrebbe essere un momento di riconciliazione non solo in Iraq ma in seno alla comunità internazionale. Perché la loro lotta assume dimensioni più ampie. L´obiettivo del terrorismo in Iraq è di sconfiggere non solo la democrazia irachena ma i valori democratici ovunque. Dal momento in cui gli afgani sono andati alle urne nella prima elezione della loro storia, il mito della democrazia come concetto occidentale è saltato. Non tutti i governi del mondo credono nella libertà. Ma la gente del mondo sì. Nei miei nove anni da primo ministro non ho sviluppato un atteggiamento più cinico riguardo all´idealismo. Ho semplicemente maturato una più forte convinzione che distinguere tra una politica estera ispirata ai valori e una mossa da interessi è chiaramente sbagliato. La globalizzazione crea interdipendenza. L´interdipendenza crea la necessità di un sistema comune di valori che la faccia funzionare. In altre parole l´idealismo si fa realpolitik. I nostri valori sono la nostra guida. Affinché sia così però dobbiamo essere pronti a pensare in anticipo e ad agire più rapidamente in difesa di tali valori, definiamola se volete prevenzione progressista. Esistono obiettivi da accorpare in un´agenda, capaci di unire un mondo un tempo diviso. Sarebbe il momento migliore per farlo. Questo non eviterà affatto le battute d´arresto, gli errori, le contraddizioni e le ipocrisie che accompagnano nella pratica il processo decisionale in un mondo difficile. Ma significa che la parte migliore dello spirito umano che, nei tempi, ha spinto l´umanità al progresso è anche la più grande speranza per il futuro del mondo. L´autore è premier britannico Traduzione di Emilia Benghi
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