sabato 8 aprile 2006

«Partito democratico e Prodi sarà più saldo»

Veltroni: bene Fini, è un moderato, ma i suoi dirigenti inseguono gli estremisti

Intervista a Veltroni sul Messaggero del 8/4/06

di NINO BERTOLONI MELI

Convinto: «Il Paese ha deciso di voltare pagina». Promette: «Il centrosinistra riporterà stabilità e soprattutto unità, basta divisioni». Si impegna: «Il Partito democratico si farà e presto, è lo strumento per permettere a Romano Prodi di governare a lungo e bene». Il sindaco della ”bonheur” romana, il Walter Veltroni che secondo Le Monde ha reso i romani felici di essere tali, è già al lavoro di buon mattino nel suo studio che guarda sui Fori invidiato dai potenti della terra. Deve incastrare gli impegni di primo cittadino con le chiusure della campagna elettorale (Torino, Trieste, piazza del Popolo, Terracina), alla quale non ha fatto mancare il suo contributo. Per il Lazio in particolare, regione considerata in bilico, Veltroni si mostra più che fiducioso: «Vedrete, ci sarà un risultato positivo, e Roma farà da grande traino». Non cita mai per nome Berlusconi, presente comunque in vari passaggi sotto le sembianze di Caimano che azzanna e dilania.
Sindaco Veltroni, una vigilia elettorale molto diversa da quella di cinque anni fa?
«Nel ’96 fu una campagna elettorale bellissima, con tanti chilometri macinati, poca tv e tanto rapporto con gli elettori, che partì in un clima di scetticismo sulla possibilità di farcela. Adesso, grazie alla nuova assurda legge elettorale, è stata una campagna a base di tv, anche se Prodi è stato saggiamente assai parco e si è dedicato molto al rapporto con la gente. Ora il clima è molto positivo. Il Paese probabilmente ha già voltato pagina. C’è in giro voglia di ritrovare stabilità, serenità, sicurezza, coesione, non se ne può più di giornalieri appelli alla divisione».
Si riferisce ai recenti ormai famosi appelli a base di parti intime?
«Quel che più mi ha colpito non è stato tanto l’epiteto, quanto il seguito, la spiegazione: quell’appello a curare solo i propri interessi è veramente emblematico del berlusconismo, il suo esatto contrario è quel che distingue il centrosinistra dal berlusconismo. Vale il principio di John Kennedy: ”Non chiedere cosa il tuo Paese può fare per te, ma quello che tu puoi fare per il tuo Paese”».
E che cosa distingue l’Unione dal berlusconismo?
«Gli italiani sono un popolo saggio, che proprio nei momenti difficili tira fuori le migliori virtù. Se gli italiani pensassero solo ai propri affari, non si sarebbe affrontato e sconfitto il terrorismo, non si sarebbe raggiunto l’obiettivo dell’ingresso in Europa. Un’altra cosa sbagliata è stato quel passaggio dove si negava che il figlio dell’operaio possa eguagliare il figlio del professionista. Nessuno vuole l’egualitarismo per decreto, ma le pari opportunità nella vita, beh, questo è proprio il sale di una sinistra riformista e democratica. L’egoismo sociale provoca tensioni, conflitti, frammentazione. E un’altra cosa vorrei aggiungere».
Dica, sindaco.
«Fanfani e Berlinguer erano com’è noto avversari e si avversavano. Ma non si insultavano, e mai a nessuno venne in mente di offendere la parte del Paese che si riconosceva nell’altro. Questa volontà di spaccare il Paese tra Nord e Sud, tra destra e sinistra, tra ricchi e poveri, deve finire. E Prodi è la persona giusta per riportare serenità e unità».
L’altro giorno ha proposto di cambiare la legge elettorale, ma non è che potrà essere al primo punto dell’agenda prodiana.
«Non sarà al primissimo punto, ma questa legge elettorale rocambolesca dev’essere cambiata. Anch’essa è figlia della divisione e favorisce ulteriore divisione. Assieme alla devolution, entrambe devono finire in soffitta».
Per essere sostituite con che cosa?
«Dobbiamo procedere con il metodo del pit stop chiesto da Montezemolo. La società moderna non si può permettere instabilità. Ci sono due modi per uscirne: o si va verso un maggioritario vero, all’inglese o alla francese; oppure si mantiene la base proporzionale ma vi si innesta l’investitura popolare del premier, si fa il ”sindaco d’Italia”, una legge che mutui quella per l’elezione dei sindaci».
La campagna elettorale si va esaurendo: sui Bot l’Unione ha barcollato?
«No. La ricetta del centrodestra sembra essere abbassare le tasse e aumentare le tariffe, il risultato è che per le famiglie non cambia nulla, anzi peggiora. Mi chiedo quanto tempo è che i capi del centrodestra non vedono come vive una famiglia vera. Il problema del centrosinistra è evitare il rischio di marginalizzazione del Paese. La prima emergenza sarà proprio questa: dire agli italiani come stanno veramente le cose, fare una grande operazione verità sui conti. E anche qui Prodi è l’uomo giusto per competenza, senso dello Stato, prestigio internazionale».
Neanche sull’Ici avete barcollato?
«Neanche. E perché, poi? Già la modalità dell’annuncio, fatto all’ultimo, tirato fuori dal cilindro, senza possibilità di contraddittorio, la dice lunga sulla portata della proposta. Se avessero convocato noi sindaci e ci avessero proposto ”volete mantenere l’Ici o volete una partecipazione al 3 per cento sull’Iva?”, io personalmente avrei optato per l’Iva. Ma così non è stato, né sarà. La demagogia delle proposte in zona Cesarini si smonta da sola».
Dal centrodestra vi accusano di sprechi comunali.
«Di quali sprechi degli enti locali si va parlando, se proprio le città sono il motore principale della possibile crescita del Paese, se a Roma il turismo è a più 6 e in Italia a meno 6, se l’economia è più 4,1 nella Capitale e 0,0 nel Paese? E’ chiaro che abbiamo investito sulla specificità italiana, la cultura, il turismo. Ora capisco perché l’Economist scrive che il premier se ne deve andare e Le Monde loda Roma come locomotiva d’Italia. Anticipo che quanto prima forniremo un’ampia documentazione di sprechi passati e presenti. Mi dispiace sinceramente, poi, che il premier, diversamente da quanto aveva promesso proprio al Messaggero, non abbia voluto o potuto incontrare il sindaco di Roma, che aveva chiesto ai candidati un impegno concreto sul futuro della Capitale».
Sindaco Veltroni, può spiegare perché, ogni volta che si parla di Partito democratico, preferisce farlo con Rutelli?
«Veramente sono dieci anni che ne parlo, anzi di più. L’altro giorno ero a Brescia, c’era Martinazzoli , e insieme abbiamo ricordato quel che facemmo dopo la sconfitta del ’94, quando fui il primo a parlare di ”centrosinistra”, parola allora impronunciabile».
E adesso? Si fa questo Partito democratico?
«Si fa, si fa. Ma non come una r ivisitazione trent’anni dopo del compromesso storico. No, dobbiamo pensare alla confluenza di culture diverse oltre a quella cattolico democratica e di sinistra riformista, l’azionista, l’ambientalista, anche suggestioni radical socialiste. Il Partito democratico non è solo un progetto giusto in sé, serve al Paese. E serve a Prodi, per farlo governare bene, per dare stabilità, per garantirgli la forza necessaria per fare le sue scelte. Mi auguro un successo significativo per Ds e Margherita».
E di là, un partito democratico del centrodestra, un Ulivo dei moderati?
«In primo luogo deve rimanere confermato il bipolarismo. Dopo di che, se di là nasce un soggetto politico moderato nuovo, non estremista, è più che augurabile».
Ma An non l’hanno voluta nel Ppe.
«Non ho gioito per questa esclusione di An dal Ppe. Ho stima di Fini, penso che abbia problemi reali per la natura reale di tanta parte del suo partito, che recalcitra a seguire la strada del suo leader, che vorrebbe portare An sulle orme di un Sarkozy all’italiana. A Roma in particolare agiscono alcune componenti tra le più estremistiche di An, non a caso galantuomini come Fisichella o Fiori se ne sono andati. Gli elettori di An somigliano molto più a Fini che a tanti altri dirigenti estremisti. Fini dopo le elezioni dovrà scegliere: convivere con culture e settori estranei a un progetto moderato, oppure avere la forza di lavorare a un centrodestra moderato postberlusconiano».
E il cosiddetto ”modello Roma”?
«E’ il riformismo di popolo, mettere al centro i disagiati, chi non ha. Ma anche l’idea di una crescita economica forte, in un clima di concertazione. Roma dimostra che ce la si può fare, che il declino economico non è inevitabile. Il nostro è un modello che dura da anni e anche per questo spero in un successo di Bettini e di Rutelli alle elezioni».
La Chiesa in questa campagna elettorale?
«Si è tenuta fuori, com’è naturale che sia. Non ho visto superamenti di confini. Che la Chiesa richiami i valori che la ispirano, è del tutto naturale; che lo Stato decida autonomamente, è altrettanto naturale».


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