"Berlusconi è l’uomo che ha maggiormente contribuito a creare le condizioni per un nuovo sistema politico italiano. Ma è anche l’uomo che maggiormente gli ha impedito di funzionare bene. È stato per un certo periodo la soluzione dei nostri problemi. È divenuto il maggiore problema del Paese."
Sergio Romano sul Corriere della Sera 8/4/06
Alla fine della campagna elettorale occorre anzitutto confessare che l’insistenza con cui abbiamo chiesto a Berlusconi e a Prodi di parlarci dei loro programmi e del modo in cui avrebbero affrontato i problemi del Paese è stato fiato sprecato. Anche quando la discussione, finalmente, ha toccato il nodo delle tasse, il vero problema all’ordine del giorno era sempre e soltanto Silvio Berlusconi. La sinistra non ha mai nascosto che la cacciata del leader di Forza Italia fosse il principale scopo della sua unione, e l’interessato, dal canto suo, ha enormemente contribuito alla personalizzazione della lotta politica facendo di se stesso, deliberatamente, la posta in gioco, la materia del contendere, il tema ossessivo e ricorrente della battaglia politica. Non poteva essere diversamente. Per dodici anni, dal 1994 a oggi, Berlusconi è stato, nel bene e nel male, la maggiore novità della politica italiana.
Il suo principale merito è stato la creazione di una democrazia bipolare. Se Berlusconi non avesse colto l’occasione offertagli dalla legge elettorale del 1993 e non avesse organizzato la coalizione con cui vinse le elezioni dell’anno seguente, gli italiani continuerebbero a rilasciare cambiali in bianco di cui i partiti, dopo la chiusura delle urne, farebbero l’uso che maggiormente corrisponde ai loro interessi. Può darsi che a parecchi italiani non piaccia dover scegliere soltanto fra Tizio e Sempronio, ma credo che sbaglino. Oggi possono votare un governo e mandarlo a casa, se lo ritengono opportuno, cinque anni dopo. Non basta. Berlusconi ha avuto ilmerito di cambiare lo stile della comunicazione pubblica. Dopo cinquant’anni in cui gli uomini politici hanno parlato soprattutto a se stessi e si sono scambiati messaggi che soltanto i frequentatori del Palazzo erano in grado di decrittare, Berlusconi ha dimostrato che occorre parlare al Paese. Non ci piacciono le gaffe, le parole grevi, gli attacchi personali, le battute goliardiche. Ma dobbiamo riconoscergli il merito di avere rotto il diaframma che separava la classe politica dalla società nazionale. È un merito, del resto, che gli hanno implicitamente riconosciuto anche i suoi avversari, tutti costretti a modificare lo stile e il contenuto della loro comunicazione.
Il demerito è il conflitto di interessi. Non so quali e quanti vantaggi le aziende di Berlusconi abbiano tratto dalle funzioni pubbliche del loro proprietario. Ma so che il prezzo pagato dal Paese è stato molto alto. Il conflitto ha dominato il dibattito nazionale. Ha suscitato sospetti legittimi. Ha offuscato l’immagine dell’Italia all’estero. Si è portato dietro, come un fiume in piena, le azioni giudiziarie di cui il presidente del Consiglio è stato protagonista. E le azioni giudiziarie hanno spinto Berlusconi a pretendere che la sua maggioranza approvasse in Parlamento, per difenderlo, una raffica di leggi, ad personam. Quelle leggi hanno prodotto un doppio danno. Hanno dato al Paese la sensazione che il codice può essere modificato per risolvere un problema personale. E hanno acceso un debito del presidente del Consiglio verso coloro che erano corsi in suo aiuto. Quanti provvedimenti sbagliati o riforme mancate dobbiamo a quel debito?
Da questo confronto tra meriti e demeriti emerge una singolare contraddizione. Berlusconi è l’uomo che ha maggiormente contribuito a creare le condizioni per un nuovo sistema politico italiano. Ma è anche l’uomo che maggiormente gli ha impedito di funzionare bene. È stato per un certo periodo la soluzione dei nostri problemi. È divenuto il maggiore problema del Paese.
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