martedì 4 aprile 2006

IL CURATO DEL PAESE REALE

Dopo un´ora di dibattito Romano Prodi si è persuaso di avere vinto nuovamente, e allora ha potuto gigioneggiare: si è perfino attribuito da solo la personalità e la psicologia del curato di campagna.

La Repubblica

EDMONDO BERSELLI
04-04-2006

Dopo un´ora di dibattito Romano Prodi si è persuaso di avere vinto nuovamente, e allora ha potuto gigioneggiare: si è perfino attribuito da solo la personalità e la psicologia del curato di campagna. Autoironia firmata Mortadella, bonomia all´emiliana, nella consapevolezza però che Berlusconi era in difficoltà. Prodi aveva cominciato malino come al solito, con la consueta difficoltà a tirare fuori le parole. Si è rinfrancato non appena si è accorto che il suo avversario non risultava credibile. Il presidente del Consiglio stava producendo la solita slavina di cifre. Ma dentro quel cumulo di numeri era difficile trovare un indizio di realtà. Fra il paradiso in terra raccontato da Berlusconi e la quotidianità italiana c´è un abisso. Dietro le strabilianti politiche per la scuola dell´età berlusconiana, con i prodigi delle tre "i", e la promessa che i diciottenni raggiungeranno una competenza nell´inglese come se fosse la «seconda madrelingua», c´è la desolazione che chiunque può riscontrare mettendo piede in una scuola qualsiasi. Non appena Prodi ha ricordato l´umiliazione professionale e sociale degli insegnanti, il castello di cifre innalzato dal premier si è afflosciato. Lo stesso schema si è verificato ogni volta che Prodi ha portato lo sguardo sul terreno dell´economia e dei conti pubblici. Una battaglia tutto sommato agevole, perché Berlusconi non ha risposte molto facili da dare: non può rispondere allo scialo dell´avanzo primario, e neppure può obiettare alcunché sulla crescita zero; non è in grado di obiettare praticamente nulla sulla spesa pubblica scappata di mano. È rimasto in seria difficoltà allorché Prodi ha affondato il colpo sull´evasione, dal momento che il premier è un sostenitore degli effetti salutari dell´economia informale. Una volta riportato il discorso sulle cose, e non sulla meraviglia virtuale raccontata dal suo avversario, il candidato dell´Unione si è sentito a suo agio. Ha ripreso a cercare con gli occhi l´ispirazione nel cielo, ha disteso le guance, ha tirato le labbra nei sorrisi più ampi, ha soffiato le sue parole buone e anche buoniste. Come è abitudine dei vecchi ragazzi di parrocchia, ha tirato anche la gomitata, citando la vecchia storiella dei numeri che sono come i lampioni per gli ubriachi: si è preso dell´utile idiota da Berlusconi, ma il capo di Forza Italia risulta piuttosto meccanico con l´anticomunismo post-storico. E Prodi allora ha istrioneggiato, prendendosi con un sorriso disarmante quell´insulto quarantottesco, e facendo la scena del buon parroco, in un sentore rassicurante di canoniche. Prodi era arrivato stremato a questo incontro. Si è trovato di fronte un esercito politico e mediatico guidato da un Berlusconi che è riuscito a compiere un rovesciamento spettacolare, presentandosi di fatto come il capo dell´opposizione. Con un´operazione spregiudicata, e spericolata, il Cavaliere ha organizzato la protesta preventiva contro il "regime" delle sinistre. La farraginosità dell´Unione, le parole in libertà sul tema fiscale, il balletto sconclusionato delle cifre hanno messo Prodi in una trappola da cui doveva svincolarsi. Doveva dissolvere il polverone sulle tasse, una tempesta alzata per far dimenticare cinque anni di governo. Non c´è riuscito del tutto, e non perché Berlusconi ha fatto il "numero" dell´abolizione dell´Ici (le promesse fatte a meno di una settimana dal voto, e a un minuto dalla fine del confronto televisivo, sono altamente sospette). Ma una certa evasività prodiana sulle misure fiscali deriva evidentemente dalla sfiducia nei conti pubblici lasciati da Berlusconi e Tremonti. Quindi la preoccupazione principale del leader dell´Unione consisteva nel proiettare sul futuro, sul dopo-elezioni, la sua qualità principale: che non è quella del politico, e meno che mai del polemista, bensì quella dell´uomo di governo. Com´è noto, Prodi è una figura abituata a stare dentro gli establishment, a contatto con le istituzioni, a pensare in chiave di governo. L´esatto opposto di Berlusconi e di molti esponenti della Casa delle libertà: a cui sembra interessare il colpo gobbo, il trucco, il tentativo di pareggiare i conti di cinque anni di governo fallimentare con l´asso nella manica dell´abolizione della tassa sulla prima casa. Pratiche da bari, secondo il punto di vista prodiano. In diversi momenti della sua prestazione televisiva, Prodi è riuscito a parlare al paese: ha dimostrato con i gesti e con le parole di essere e di voler essere in sintonia con la società italiana, con l´Italia più profonda, quella che vive con maggiore difficoltà e più tensione la perdita di potere d´acquisto e il degrado quotidiano delle strutture civili. Certo, Berlusconi era meno in difficoltà rispetto al duello precedente: ma era ugualmente teso, vagamente minaccioso, tutto intento a voler inchiodare nella testa degli italiani l´idea che stiamo vivendo una nuova età dell´oro (e se gli italiani non ci credono lui è disposto a martellarli sempre più incattivito). Ma alla fine di questa campagna elettorale, l´opinione pubblica ha potuto misurare la distanza effettiva che corre fra i due leader: perché mentre il Cavaliere illustra con uno sforzo prometeico i risultati straordinari dei suoi cinque anni di governo, le grandi opere realizzate, i benefici distribuiti nella società, la ricchezza dilagante, il Professore si rivolge al popolo, e chiede un giudizio affidato semplicemente al buon senso. Non dovrebbero esserci troppe difficoltà a riconoscere che dalla parte di Berlusconi c´è l´illustrazione di un paese immaginario; dalla parte di Prodi c´è il senso di un paese reale.

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