Rutelli: se in Italia ci vogliono 67 autorizzazioni per aprire una carrozzeria, ciò riguarda tutti noi
Dal COrriere della Sera del 5/3/06
«Come si dice in inglese carrozzeria?» Silenzio in sala, sorrisi di cortesia. Francesco Rutelli torna a porre la sua domanda più volte. Alla fine qualcuno fra gli interpreti di Palazzo Ducale lo aiuta («bodyshop») e lui riparte: «Se in Italia ci vogliono 67 autorizzazioni per aprire una carrozzeria, ciò riguarda tutti noi. Te, Massimo - continua rivolto al sindaco di Venezia Cacciari - ma anche la crisi europea». E qui il leader della Margherita, chiamato ieri a chiudere due giorni di confronto fra i centrosinistra dell’Ue, sembra quasi il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. «L’Europa ci ha aiutato, ma le sue norme si stratificano come livelli di adempimento che uccidono il nostro paese». Nessuno raccoglie l’affondo. Il seminario organizzato da Glocus (il centro studi della Margherita) con gli omologhi londinesi e blairiani di Policy Network è al termine. Ma sarà che - a ragione o no - il centrosinistra italiano si sente ormai vicino alle leve del governo, certo le parole di Rutelli segnalano che quest’incontro è diverso da altri del passato: la visita dei cugini europei è non solo un’occasione per prestare ascolto, serve a sfoggiare il modello che l’Unione ritiene d’incarnare. Il leader della Margherita vi si mette al centro: «Se vinciamo, abbiamo bisogno di un processo politico per cambiare l’Italia: non basta solo la guida del governo, occorre la fondazione di un’entità politica» dice davanti a un Tony Giddens di fresca nomina alla Camera dei Lord di Londra, a Carlo Mulas Granados (consigliere del premier di Madrid Josè Luis Zapatero) e a Tobias Dürr, uomo di fiducia del segretario della Spd tedesca Matthias Platzeck. A nessuno di loro sfugge la divisione dei compiti che l’ex sindaco di Roma sta implicitamente proponendo: a Romano Prodi Palazzo Chigi, ma a lui ora interessa plasmare il partito democratico. L’Europa, dice, è il contesto nel quale «si scioglie il nodo della sua nascita». Poi insiste: «Avremo un’inversione di tendenza per l’Italia e insieme la genesi di una forza garante della svolta in economia perché motore di quella in politica».
Marisol Touraine, animatrice del pensatoio socialista francese Gauche en Europe , di divisioni e disfatte della sinistra ne sa qualcosa. Una vittoria dell’Ulivo spingerebbe a un esame di coscienza anche a Parigi, prevede. Ma, appunto, l’umore della squadra dell’Unione è particolarmente assertivo a Venezia, al punto che sfuggono qua e là frecciate in altri tempi impensabili. Inizia Linda Lanzillotta della Margherita, animatrice di Glocus. «Speravamo che Tony Blair desse forza all’Europa - azzarda - ma ha dovuto registrare un passo indietro e sul bilancio dell’Ue non ha ribaltato la situazione». Né basta a tacitare la fronda il «moderato disaccordo» espresso da Giddens, o il suo scaricabarile sulla Francia delle responsabilità per lo stallo europeo. Perché lo stesso Rutelli torna all’attacco. Prima indica la crescita del club dell’euro come unica via d’uscita possibile dalla crisi dell’Ue (quindi Londra non ci sarebbe), poi eccede nei riferimenti al nuovo, energico leader conservatore inglese David Cameron. Alla fine Giddens lo interrompe spazientito: «Cameron non vincerà». «Lo spero - è la replica - ma è un cambio culturale che avete».
Più anglofili i «democratici» della Margherita in economia, e non solo perché presiede il dibattito il blairiano Antonio Polito. Tiziano Treu mette in guardia la sinistra: «Prima viene lo sviluppo - dice - senza crescita non ci sono risorse da redistribuire, non basta un welfare potente a spingere la domanda e quindi l’economia». Lazillotta è invece quasi ruvida con il leader della Cgil, Guglielmo Epifani: «Bene l’idea di un patto fiscale per rilanciare il potere d’acquisto, ma a condizione che includa i giovani (ossia i contratti dei precari, ndr ). Senza, sono solo politiche regressive». Insomma, i leader del partito sembrano così a loro agio nelle leggi del mercato che Massimo Cacciari li richiama: «Non riduciamo tutto a ingegneria finanziaria».
Federico Fubini
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