venerdì 3 marzo 2006

Linee di una politica economica per il futuro Partito Democratico

Un intervento pubblicato da Libertà il 23 febbraio 2006.

Autori:
Nicoletta Barbieri (Fiorenzuola d’Arda)
Alessandra Fanti (Fiorenzuola d’Arda)
Sara Felloni (Fiorenzuola d’Arda)
Alberto Lapi (Fiorenzuola d’Arda)
Valentina Magnani (Fiorenzuola d’Arda)
Luca Quintavalla (Castelvetro)
Massimo Ziliani (Lusurasco)
Paolo Ziliani (Cortina)

Il sistema economico-sociale del nostro Paese si basa sulla protezione degli interessi consolidati. Le poche aziende che riescono a competere sui mercati internazionali sono principalmente di tipo industriale e di medie dimensioni. A queste è demandato il mantenimento della bilancia dei pagamenti con l’estero. Esse stanno facendo da traino per tutto il sistema produttivo del nostro paese e, con il loro “indotto” legato alla necessità di finanziamenti e di risorse energetiche, all’esigenza di velocizzare le pratiche amministrative, di avere servizi assicurativi, di avere dipendenti formati e preparati, rappresentano l’immagine dell’Italia all’estero.
Le altre aziende (utilities, servizi bancari ed assicurativi, università, mondo delle professioni, sistema televisivo ed ovviamente pubblica amministrazione), non competono e, ancor meno, stanno giocando un ruolo di player all’estero. Si muovono in un mercato locale, protetto, regolamentato (spesso male) a tariffa, con pochi rischi, e nel quale i consumatori (o utenti che dir si voglia) possono essere impunemente “spremuti”.
Si pensi soltanto alla vicenda Trenitalia (monopolista nel settore della mobilità di persone e merci su rotaia). La sua recente decisione di rivedere orari e modalità di trasporto (il nuovo orario è entrato in vigore l’11.12.05) ha messo in crisi migliaia di lavoratori che si spostano ogni giorno sull’asse Bologna-Piacenza-Milano. Una decisione inappellabile per tutti i pendolari a fronte dell’assenza di competitors..
Quanto avvenuto al sistema bancario italiano è un’ulteriore dimostrazione di questa anomalia nel sistema. La scarsa concorrenza, le limitate dimensioni e la buona salute dei conti economici delle banche nostrane (grazie anche alle condizioni gravose imposte ai correntisti) le ha rese in anni recenti appetibili a diversi colossi stranieri. In questi ultimi mesi l’olandese Abn Amro e lo spagnolo Banco di Bilbao sono apparsi sulla scena e si sono candidati a prendere il controllo di Antonveneta e BNL.
La Banca d’Italia, dopo avere per anni scoraggiato l’aggregazione tra banche nazionali, in una sorta di “divide et impera” (grave vizio della classe dirigente del Paese), si è trovata nella necessità di identificare quelle risorse imprenditoriali sul territorio nazionale che potessero fronteggiare l’attacco dall’estero e preservare un capillare sistema di interessi che, nel nostro Paese, fa, appunto, perno sulle banche. Dove queste risorse erano venute a mancare, non restava che inventarle, meglio ancora se ambiziose ed abbastanza spregiudicate da minacciare una scalata al “Corriere della Sera” favorita da forti legami politici lungo tutto l’arco istituzionale.
Gli episodi di arricchimento personale fatti emergere dalla magistratura, non sono che una delle conseguenze, seppure particolarmente grave, di un quadro complessivamente stagnante. Tale sistema, purtroppo, non si limita ad un congenito protezionismo del quale le nostre maggiori realtà economiche non esitano a beneficiare, abituate a scaricare le proprie inefficienze sui cittadini, ma si estende alle forze politiche, troppo spesso tentate di giocare un ruolo attivo negli assestamenti finanziari e industriali che, al contrario, solo il mercato dovrebbe determinare. Riteniamo legittimo che la politica rappresenti anche alcuni interessi economici, ma non ci ritroviamo in una politica che giochi a definire nuovi equilibri o, addirittura, che si faccia subalterna a certi disegni finanziari.
Occorre più apertura e, al tempo stesso, più mercato, regolato da autorità indipendenti ed infine una più autonoma e penetrante capacità della politica di governare i processi reali. E’ necessaria una visione più ampia: una classe dirigente lungimirante, meno legata alla tutela di interessi contingenti, e regole più trasparenti, in grado di garantire operazioni economiche sane e, quindi, gli interessi dei risparmiatori; capace di indirizzare gli incentivi in modo mirato verso fattori di crescita più duratura del sistema produttivo (in primis, ricerca e innovazione) anche attraverso nuovi e diversi processi di concertazione con i soggetti protagonisti dell’economia e società.
Queste sono le battaglie che deve condurre il centrosinistra e, in particolare, quelle su cui deve misurarsi il futuro partito democratico. La formazione politica riformista è la sola che, all’interno del centrosinistra, possa garantire un effettivo ricambio generazionale e un approccio diverso nell’individuare una mission veramente innovativa per il futuro del Paese. Tale progetto dovrà avere origine dal basso attraverso un confronto serrato che potrà anche iniziare da partiti strutturati (Ds e Margherita) ma che, per portare ad un’effettiva discontinuità, dovrà vedere il coinvolgimento di persone “nuove” servendosi dei contributi provenienti dal mondo delle professioni e dell’associazionismo più avanzato. Per una nuova stagione di diritti e di doveri.

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