EDITORIALE dal Riformista
lunedì 13 marzo 2006
PAURE ELETTORALI
L'orgoglio e la rabbia di corso Buenos Aires
Come voteranno quei cittadini milanesi che hanno tentato di farsi giustizia sommaria dei teppisti di corso Buenos Aires? Sarebbe interessante scoprirlo. Sarebbe interessante capire se l'orgoglio e la rabbia, per usare una celebre coppia concettuale generalmente applicata ai nemici esterni della sicurezza, l'orgoglio per la civiltà del proprio stile di vita e la rabbia nei confronti di chi vi attenta, siano ancora dei sentimenti politici, cioè confinati in una ideologia da law and order, o se non stiano invece diventando dei sentimenti sociali, che ormai accomunano le varie tribù politiche in cui è diviso il nostro paese. In una parola: sarebbe interessante scoprire che la paura non è più né di destra né di sinistra.
Si ammette ormai anche nella nostra politologia che la richiesta di sicurezza sia diventata un tratto comune dell'elettorato. Ma ci si riferisce in genere all'insicurezza sociale ed economica che deriva dalla perdita di status dell'Europa e dagli sconvolgimenti che la nuova competizione comporta. Tant'è che il centrosinistra ha messo al centro del suo messaggio la parola d'ordine della «flexicurity». Vuole convincere gli elettori a uno scambio: più flessibilità e rinuncia a diritti ritenuti acquisiti per ottenere nuovi livelli di crescita e di benessere in grado di dare sicurezza. Sfugge però quanto sia coinvolto in questo scambio il bisogno di sicurezza personale. Mentre si chiede agli italiani di accettare il rischio delle riforme, bisognerebbe quantomeno offrir loro protezione da quei comportamenti devianti, anti-sociali, o criminali tout court, che con la globalizzazione hanno a che fare fino a un certo punto.
Se infatti è lapalissiano che il crimine ha le sue cause, non è abbastanza accettata l'idea che il crimine vada represso in sé, indipendentemente dalle sue cause. La chiave della prima campagna elettorale di Blair fu lo slogan «duri col crimine e con le sue cause» soprattutto perché invertiva l'ordine dei fattori tradizionali, e metteva al primo posto dell'endiadi il «duri col crimine». In molte città italiane bisognerebbe aggiungere: «Duri col crimine e con ogni illegalità». Nell'occupazione di case a Milano o a Bologna si incuba l'antagonismo dei black bloc, nell'abusivismo e nel sommerso di Napoli o di Bari si incuba la camorra organizzata e spontanea. L'idea che per combattere l'illegalità bisogna promuovere sviluppo e giustizia sociale è giusta, ma è giusto anche l'inverso: per avere sviluppo e giustizia sociale bisogna prima rimuovere l'illegalità.
Ogni popolo ha la sua particolare insicurezza. E' noto che Bush ha vinto le elezioni perché è parso il più adatto a risolvere il principale problema di sicurezza degli americani, e cioè la minaccia esterna del terrorismo islamista. Ma nelle province dell'Impero occidentale non è meno sentita l'emergenza sicurezza solo perché il pericolo viene dai vicoli del proprio quartiere. Su Repubblica, in una breve, c'era ieri la seguente notizia da Napoli: «La vittima più giovane di ieri ha tredici anni, si chiama Umberto, ed è stato pugnalato perché non voleva cedere il telefonino ai rapinatori. A Ercolano, invece, il muratore Ciro Nocerino, 59 anni, per difendere l'auto dai ladri si è aggrappato alla portiera ed è stato trascinato sull'asfalto: ha battuto violentemente la testa e si è spezzato tutte e due le gambe».
Ci sono sindaci in Italia che mostrano di aver capito che spetta innanzitutto a loro combattere a viso aperto questa battaglia. Dopo i fatti di Milano, forse è più chiaro perché Cofferati aveva ragione, e perché Chiamparino è stato così duro nei confronti delle frange no-tav e no-fiaccola. Non tutto spetta allo Stato centrale. L'altro giorno a Roma, in via Cavour, abbiamo assistito a una scena che dà bene il senso di come anche piccoli comportamenti amministrativi possono dare sicurezza. Un corteo variopinto e rumoroso di giovani anti-proibizionisti era seguito a dieci metri di distanza da una squadra di altrettanto giovani «operatrici ecologiche» in elegante tuta arancione, dotate di due mezzi motorizzati, che rimuoveva sull'istante il mare di bottiglie, vetri, cartacce e detriti che la manifestazione si lasciava dietro di sé. Richiudeva le acque del mar rosso solcato dal corteo, restituendo in tempo reale alla città il suo aspetto civile e ordinato. Sono cose che contano, piccoli segnali che c'è un'autorità, e che veglia sul tuo bisogno di legalità.
Non ci è parso, invece, che le prime dichiarazioni dell'aspirante sindaco di Milano Ferrante, per giunta ex prefetto, abbiano colto questo sentimento. Il problema non è prevenire la violenza trattando con l'illegalità, ma stroncare l'illegalità prima che diventi violenza. Ci piacerebbe che il centrosinistra, se mai governerà dopo il 10 aprile, desse all'Italia un ministro degli interni che la pensa così. Un ministro di ferro. Per risollevare l'Italia sarà importante quanto il ministro dell'economia, se non di più.
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