La mancanza di alcuni diritti fondamentali spiega molto poco del basso costo del lavoro in Cina e della competitività dei suoi prodotti. L'obiettivo condivisibile di migliorare le condizioni dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo non può tradursi in misure protezionistiche, che avrebbero il solo effetto di far crescere la loro povertà. Lo stesso problema si pone anche nel caso estremo del lavoro dei bambini. Un miglioramento si può avere solo attraverso la crescita del reddito nei paesi poveri, dunque aumentando le esportazioni di merci ad alta intensità di lavoro.
dal sito www.lavoce.info
Si discute molto dei fondamenti morali della competitività cinese, ossia quanto questa sia basata sul mancato rispetto di regole o valori condivisi dalla comunità internazionale.
Da più parti è stato giustamente sollevato il problema della contraffazione e i policy makers nazionali ed europei sono stati invitati a intervenire per eliminarla o almeno ridurla.
Il dumping sociale
Ma la Cina è anche e spesso accusata di dumping sociale: condizioni di lavoro "ingiuste" mantengono basso il costo del lavoro e dunque rendono i prodotti cinesi "ingiustamente" competitivi. I contrasti politici tra i 25 paesi dell’Unione Europea (che certo non si sono risolti ad Hampton Court) derivano in parte dalla difficoltà di trovare regole condivise per governare la crescente interdipendenza tra mercati di lavoro con condizioni e regole profondamente diverse. Questo vale all’interno dell’Europa, ma è chiaro che la globalizzazione rafforza questa interdipendenza in senso generale e appunto nei rapporti tra Europa (e tutti i paesi industrializzati) e Cina.
L’argomentazione del dumping sociale viene così utilizzata frequentemente per richiedere che l’apertura dei commerci con la Cina sia accompagnata da un’armonizzazione delle condizioni di lavoro a standard internazionali. Richiesta che unisce in un’improbabile alleanza i produttori di calzature, in difesa delle loro aziende, e i no global, in difesa dei diritti dei lavoratori nei paesi poveri.
Il dumping sociale è però un problema ben più complesso della contraffazione e deve essere analizzato in due tempi: primo, chiedendosi se la competitività cinese sia effettivamente "ingiusta", ossia causata dalle condizioni "ingiuste" dei lavoratori cinesi; secondo, se abbia senso sanzionare la Cina con barriere commerciali, ossia legando la liberalizzazione degli scambi a un miglioramento delle condizioni dei lavoratori cinesi.
La competitività cinese è ingiusta?
Il punto è che argomentazioni morali totalmente condivisibili (le condizioni di lavoro violano principi morali condivisi) non tengono conto del contesto socio economico in cui si innesta il problema.
Purtroppo, quanto per noi è moralmente inaccettabile, in molti paesi è economicamente inevitabile. Quanto del più basso costo del lavoro cinese è attribuibile a condizioni di lavoro universalmente ingiuste (mancanza del diritto di formare un sindacato, discriminazione dei lavoratori, lavoro minorile) e quanto, piuttosto, alle caratteristiche economiche del paese, al fatto che grande povertà, una riserva infinita di braccia e una produttività più bassa inducano i lavoratori cinesi a lavorare per un salario bassissimo e in condizioni spesso precarie? Se teniamo conto che l’ingresso di Cina, India e Russia sul mercato internazionale ha di fatto raddoppiato la forza lavoro mondiale, non è difficile dare una risposta.
La mancanza di alcuni diritti fondamentali spiega molto poco del basso costo del lavoro in Cina, della competitività delle sue esportazioni. Insomma, la questione morale ha poco a che fare con il fatto che i lavoratori tessili italiani perdano il loro lavoro.
Combattere la questione morale con il protezionismo?
Bene, ma la questione morale rimane. Ha senso allora sanzionare un paese che non garantisce alcuni diritti fondamentali, per quanto questa mancata tutela non spieghi il basso costo del lavoro, sollevando delle barriere commerciali?
La risposta può essere data solo tenendo conto del punto di vista dei lavoratori cinesi. Il problema è che le condizioni di lavoro nelle imprese esportatrici sono spesso migliori di ogni altra alternativa disponibile. Dunque, l’obiettivo condivisibile di migliorare le condizioni dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo, se venisse tradotto in misure protezionistiche, avrebbe il solo effetto di aumentare la povertà di quei lavoratori, che probabilmente perderebbero la migliore opportunità di impiego possibile nella loro economia.
Il problema si pone anche nel caso estremo del lavoro dei bambini. Un esempio chiaro di quanto sia complessa la questione ci viene dagli Stati Uniti. Nel 1993 il senatore Tom Harkins propose una legge che vietasse l’importazione di beni prodotti con lavoro minorile. La conseguenza immediata della legge fu che le imprese tessili del Bangladesh licenziarono tra trenta e quarantamila bambini. Tre anni dopo, Oxfam condusse un’inchiesta per scoprire cosa era successo a questi bambini. Trovò che circa diecimila erano tornati a scuola, ma gli altri avevano trovato lavori ancora peggiori, compresa la prostituzione.
Dunque, se i lavoratori cinesi ci stanno realmente a cuore, invece di sanzionare le importazioni sarebbe molto più efficace promuovere interventi mirati per lenire le loro condizioni più estreme, come ad esempio finanziare la scuola a bambini per i quali la strada è l’unica alternativa a cucire palloni.
I paesi in via di sviluppo, da parte loro, sono molto attenti al rischio che l’argomento del dumping sociale sia utilizzato a fini protezionistici. È infatti emblematico che l’elenco dei quatto standard minimi dei lavoratori condiviso dalla comunità internazionale e messo a punto dall’International Labor Organization, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa dei problemi del lavoro, e dall’Ocse includa solo libertà di associazione, diritto di formare un sindacato, proibizione del lavoro forzato, definizione di un’età minima per lavorare e divieto di discriminare i lavoratori. Garanzie di condizioni di lavoro accettabili, dal salario minimo a un numero massimo di ore di lavoro non sono incluse.
Allo stesso modo, i paesi in via di sviluppo si sono fieramente opposti all’apertura di un negoziato sull’armonizzazione delle condizioni di lavoro nell’ambito della World Trade Organization e dunque a legare esplicitamente le condizioni dei lavoratori alle regole del commercio internazionale .
Il nodo della questione è che le condizioni dei lavoratori dei paesi poveri possono solo migliorare attraverso una crescita del reddito e dunque attraverso la (da noi) temuta conquista di quote crescenti sui mercati internazionali di prodotti ad alta intensità di lavoro.
Eliminare la povertà nel mondo è il grande obiettivo del nostro secolo. Non è dunque pensabile chiedere l’applicazione di standard che rischiano di eliminare il solo vantaggio comparato dei poveri nell’economia mondiale: lavorare per un basso salario.
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