sabato 19 novembre 2005

Libertà e laicità di Benedetto Croce (di Valerio ZANONE)

Dal quotidiano "EUROPA" del 19/11/05 segnaliamo l'intervento di Valerio Zanone del Direttivo nazionale della Margherita DL

Quanto liberalismo c’è oggi in Italia, e quanto ne servirebbe? Lasciamo perdere il luogo comune, che induce a ritenere per vera una illusione: l’illusione che del liberalismo non ci sia più bisogno visto che tutti si dicono liberali. La circolazione verbale del liberalismo è analoga alla circolazione monetaria in fase di inflazione, produce il solo effetto di svalutare il termine di riferimento. Guardiamo ai fatti, ed i fatti dicono che da cinque anni è al governo una destra che ogni tanto si proclama liberale al solo scopo di lucrare sulla rendita emotiva della parola, ma è quotidianamente illiberale nei risultati che produce. E c’è una opposizione che si dichiara riformista, ma dovrebbe tenere conto del fatto che il disegno riformista del futuro partito democratico può prendere corpo soltanto dall’incontro fra le tre tradizioni storiche della democrazia europea, quella cattolicodemocratica, quella socialdemocratica e quella liberaldemocratica. Per intendersi sul liberalismo di cui c’è bisogno, è consigliabile il recente libro di studi crociani scritto da Corrado Ocone e pubblicato da Rubbettino, Benedetto Croce, il liberalismo come concezione della vita. Ne segnalo un paio di argomenti piuttosto attuali. Il primo si può estrarre dallo storico confronto a distanza fra il liberalismo etico- politico di Croce ed il liberismo economico di Einaudi. Sulla connessione fra libertà politica e libertà economica aveva nella sostanza ragione Einaudi, nel senso che una società liberale richiede un’economia di mercato ad essa conforme, e d’altra parte una economia di mercato che non sia la giungla del “tutto è lecito” richiede un ordinamento giuridico conforme ai criteri della trasparenza, della libera concorrenza e dell’equità sociale. Ma Croce ci interessa ancora, perché sosteneva che degli affari economici si deve sempre parlare in termini ipotetici, ossia sottoposti a veri- fica, mentre della libertà si deve parlare in termini apodittici, come di un valore autoevidente. Con ciò il filosofo della distinzione insegnava che il liberalismo non può ridursi al suo impianto procedurale né identificarsi con l’ideologia dei beati possidentes. Dobbiamo al rentier agrario, nominato senatore per ragioni di censo, l’insegnamento di non ridurre il liberalismo agli interessi di classe, di ri- fiutare per il partito liberale la definizione corrente di “partito dei signori”, una definizione che è costata cara ai liberali italiani. Il secondo argomento riguarda la laicità dello Stato, oggi tornata all’onore delle cronache. Croce celebrava la rivoluzione morale del primo cristianesimo, quello che ha impiantato in Europa e poi nel mondo la centralità della persona e la dignità dei diritti individuali. Ma escludeva la “morale governativa” che vorrebbe assumere le regole di fede come instrumentum regni; e ironizzava sul “cattolicesimo ateo” dei miscredenti che brandiscono la religione per fini politici. Ironizzava sulla destra francese dell’Ottocento, fortunatamente ignaro che il cattolicesimo ateo sarebbe tornato in auge con la destra italiana del 2005.

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