domenica 20 novembre 2005

Parisi: questi partiti sono a termine (Intervista dal Corriere della Sera del 20/11/05)

L’appello a Quercia e Margherita: basta frenare su primarie e soggetto unico Il tesoro di Prodi? Serve una cassa comune, l’amministrino pure Lusi o Sposetti

«Ho l’impressione che in troppi nel centrosinistra considerino le primarie una sorta di Opa ostile sui partiti, mentre io non dimentico che è grazie ai partiti che quella straordinaria giornata di partecipazione è stata possibile». Il professor Arturo Parisi è nel buen retiro bolognese dopo una dura settimana romana. «E' passato solo un mese dal giorno delle primarie ma già vedo i segni di una rapida conversione a U. Sento chiedere regole per difendersi dal rischio-primarie invece che istituzionalizzare la novità e farla diventare prassi ordinaria. Eppure proprio grazie a quella esperienza l’Italia non è più riferimento patologico in Europa ma è diventata modello positivo. Che i socialisti francesi abbiano invitato Romano Prodi al loro congresso per parlare delle nostre primarie vorrà ben dire qualcosa?». Qual è la radice di questo dietrofront di Margherita e Ds?
«Le primarie chiedono ai partiti di ripensare il proprio funzionamento, di rimettersi in gioco e da qui nascono le resistenze. Propongono un’idea competitiva della democrazia contraria alla cultura consociativa che era tipica della Prima Repubblica».
Le primarie, a suo giudizio, sono una cesura tra vecchio e nuovo maggiore di quanto sia stata Tangentopoli?
«Sì, perché questa volta la novità è data da persone in carne e ossa. Nel passaggio tra Prima e Seconda Repubblica è cambiata la geografia dei partiti, ma non perché si sia dissolta la tentazione oligarchica che accompagna da sempre la storia dei partiti. Con le primarie è possibile invece immettere vera partecipazione dentro le strutture tradizionali della politica, una nuova e più vasta partecipazione. È una vera rivoluzione. Come in una Apocalisse, si è disvelata una realtà che era già presente anche se non ancora visibile. Invece di oligarchie che decidevano le candidature in tavoli più o meno segreti, qui sono i cittadini che governano anche i passaggi intermedi e anche per i candidati fanno scelte alla luce del sole».
Alcuni dirigenti della Margherita e dei Ds invece...
«Vedono giustamente la competizione nelle primarie come un momento di divisione. Ma dimenticano che anche le elezioni ordinarie sono un momento di divisione: una divisione che serve tuttavia a legittimare una scelta che vale poi per tutti».
Ma se, come nel caso siciliano, i cittadini rischiano di scegliere il candidato (Rita Borsellino) con minori chance di successo non è da masochisti ricorrere alle primarie?
«Le ricordo Vendola, anche allora si diceva così e io sostenevo Boccia. Ma non eludo la domanda: una scelta trasparente è sempre più efficace, e comunque più valida per l’avanzamento della democrazia, di una decisione appartata presa in tavoli più o meno segreti. Ha più chance di competere un candidato prescelto alla luce del sole di un tecnocrate designato dall’alto. Quanto alla vittoria, si può trionfare o perdere con l’uno e con l’altro metodo».
Nella sua visione i partiti non servono più?
«Non è così, riconosco la nobiltà e i meriti di chi si dedica alla politica nella quotidianità. Ma i dirigenti devono alimentare continuamente la partecipazione, devono essere un ponte verso i cittadini non un diaframma».
Di fronte a ragionamenti di questo tipo nella sinistra scatta l'accusa di nuovismo.
«Per vivere la democrazia deve rinnovarsi continuamente. Anche se mi sembra difficile classificare le primarie regolate e organizzate fino al limite della burocrazia come nuoviste o movimentiste. Nella tranquilla e festosa serenità di quelle code c’è la richiesta di una politica normale. La stessa domanda di partecipazione che avevamo intravisto nei girotondi e, vista la connotazione generazionale, prima ancora nella grande esperienza degli anni ’70».
Prodi come figlio del Sessantotto?
«Diciamo che le primarie rappresentano la stessa passione che aveva animato i baby boomers, quella prima rifondazione della politica che esplose nel dopo Concilio e nel ’68».
Il professor Gregorio Gitti ha sostenuto sul Corriere che le primarie costituiscono già un'associazione visto che chi ha votato si è registrato e ha pagato anche un contributo.
«Aggiungo la più grande associazione politica dell’Europa».
… che deve solo trasformarsi in un grande Partito Democratico?
«Se fossimo già arrivati alla scelta del nome preferirei chiamarlo Partito dei democratici per sottolineare la pluralità di storie e culture che vi devono confluire. E anche per dire che non potrà essere la sezione italiana del Partito Democratico Usa. E lo dice uno che scelse per una nuova formazione politica proprio il loro simbolo, l’Asinello. Né mi sembra abbia senso identificare questo progetto come blairiano, i problemi che hanno affrontato i laburisti inglesi sono troppo diversi dai nostri. Né contrapporlo all'Ulivo che del partito per il quale lavoriamo è da 11 anni un segno anticipatore».
Quali sono i passi concreti da fare per costruirlo davvero questo nuovo partito?
«Il primo è riconoscere esplicitamente come obiettivo comune la costruzione di un partito nuovo. Una affermazione rivoluzionaria che da sola dichiara le attuali formazioni come partiti a termine, passaggi e non mete, mezzi e non fini. La considera una proposta indecente? La feci già a Veltroni nel 2000 alla vigilia del loro congresso di Torino, fu presa come una provocazione ma noi il nostro partito lo sciogliemmo».
Il recente consiglio nazionale dei Ds ha già assunto come proposta la creazione del Partito Democratico.
«È vero ma allo stesso tempo nel documento finale non ho letto nulla sui gruppi unitari in Parlamento. È una frenata che rischia di fornire alibi a chi, anche nel mio partito, sembra non aspettare altro».
E il secondo passo concreto?
«L’assunzione del metodo che ha permesso di costruire l’Europa. Non limitarsi a proclamare la meta finale, ma procedere per obiettivi successivi come è stato per il Mec, Maastricht, Schengen, l’euro. Cominciamo con il creare un unico gruppo parlamentare. Ma costruiamo subito strutture realmente comuni, piccole ma sincere».
Vuol dire affrontare il problema dei finanziamenti.
«Come non vedere che la discussione sul tesoro di Prodi nasconde in realtà quella su quanto si vuole bene all'Ulivo. Mi ami, ma quanto veramente mi ami? È sempre spiacevole parlare in pubblico di soldi ma non è casuale che la fu-Fed si bloccò proprio su questo tema. Decidiamo che una quota di finanziamento pubblico destinato all’Ulivo resti nella cassa comune. Poi la amministri pure uno dei due tesorieri attuali, Lusi, Sposetti o altri, ma in quanto uomo dell’Ulivo».
Dovrà avere una doppia maglia?
«Il nuovo partito deve avere organi di direzione propri, persone che si dedicano solo all’Ulivo. Anche qui ci viene in soccorso la metafora europea. Un commissario giura fedeltà all’Europa e da quel momento prende commiato dal Paese d’origine, così deve essere per i dirigenti dell’Ulivo. Prendono commiato dal partito d’origine. E se abbiamo convinto i tedeschi a far l’euro riusciremo a convincere i dirigenti di Margherita e Ds a lasciare le loro appartenenze per creare qualcosa di più grande ».
In questo modo rischia di attirarsi l'accusa di voler destrutturare i Ds.
«Non credo proprio, l’unica forma strutturale della politica è la partecipazione. È un discorso che vale per tutti. Semmai i Ds dovrebbero essere proprio gli ultimi ad aver paura di far appello alla partecipazione. E questo vale anche per il finanziamento: è meglio far crescere la democrazia tendendo la mano al cittadino che sta in fila per le primarie, che fare del finanziamento pubblico uno strumento che ci allontana dalla gente».
Dario Di Vico

Nessun commento:

Posta un commento