giovedì 20 ottobre 2005

Chi ha paura di Bolkenstein? (Di Enrico Letta)

Pubblicato su Europa del 14/10

L'idraulico polacco, dopo aver fatto irruzione improvvisa nella campagna referendaria sulla costituzione europea in Francia, finirà per diventare il totem delle prossime elezioni italiane? Domanda assai surreale se si guarda a quanto il governo Berlusconi ha fatto in quattro finanziarie e mezzo sui temi dell'economia e dello sviluppo. E soprattutto se si guarda al dibattito in corso oggi sui fatti concreti della politica italiana. Eppure l'impressione che da parti diverse si pensi di spostare il centro della discussione è forte e anzi negli ultimi giorni appare sempre più marcata. Diciamo che se c'erano degli indizi generici, oggi siamo di fronte a qualche abbozzo di prova concreta. Da una parte il ministro delle politiche comunitarie Giorgio La Malfa, responsabile per l’Italia del piano di Lisbona, annuncia di voler portare all’approvazione in Italia della direttiva Bolkestein che ancora non esiste. Scontando tra l’altro forti opposizioni nella stessa maggioranza di governo. Dall'altra forze politiche e sociali di sinistra, con le quali condividiamo la battaglia di opposizione a Berlusconi e lo sforzo di elaborazione di un programma comune per rilanciare il paese sotto la guida di Prodi, individuano nel mercato unico dei servizi un nemico francamente sproporzionato.

La direttiva Bolkestein è infatti per ora una proposta di direttiva. Oggetto di critiche più o meno ampie da parte di governi e partiti, di destra, di centro e di sinistra. L'iter che sta faticosamente percorrendo la sta migliorando. Aumenta il profilo di potenziale strumento di crescita e di vantaggio per i consumatori. Si riducono gli aspetti potenzialmente antisociali che, incrociati con l’allargamento ai paesi dell’Europa centro-orientale, e in particolare con i prossimi ingressi di Romania e Bulgaria, avevano giustamente creato resistenza anche in chi, come noi, vede con grande favore l’ampliamento della concorrenza in Italia e in Europa. Oggi si tratta di affrontare nel merito la discussione del provvedimento per concluderlo rapidamente migliorandolo.

Approvarlo oggi in Italia prima che sia defitivamente completato il suo cammino europeo, come propone La Malfa, o abbatterlo tout court come se fosse la causa dei mali dell’economia europea e italiana rappresentano due approcci che fanno prevalere l’ideologia sulla necessaria concretezza. In Francia la discussione mediatico-ideologica sull’idraulico polacco è servita a tanti come coperta per evitare di discutere in concreto su mali e sui rimedi. Non vorremmo avvicinarci in Italia a un esito simile. Sarebbe un errore perché dopo quattro finanziarie e mezzo di Berlusconi il paese è fermo. Ha la più bassa crescita in Europa e contemporaneamente il deficit e il debito aumentano. Si sommano, cioè, gli elementi peggiori delle due classiche alternative, politiche di rigore e restrittive o di sviluppo e lassiste.

A noi, a tutto il centrosinistra, tocca individuare i veri bersagli e gli strumenti giusti per realizzare una politica che unisca crescita e coesione sociale. Obbiettivo che peraltro è il cuore del primo documento sul programma nato dal seminario dell’Unione della scorsa estate e che i prossimi passi programmatici confermeranno e svilupperanno nel concreto.

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