lunedì 31 ottobre 2005

Bipolarismo imperfetto in Italia e in Europa (di Massimiliano Borotti)

Da Libertà del 31/10 proponiamo questo intervento di Massimiliano Borotti (Segreteria e Direttivo UIL Emilia-Romagna) su "Riformismo e riformismi: allargare gli spazi della democrazia e della libertà"

Ritengo necessario parlare di riformismo perchè c'è, infatti, la necessità di chiarire, visto che mai come in questi tempi la parola è inflazionata Occorre, allora, domandarci: qual' è il riformismo che vogliamo?
Innanzitutto il riformismo moderno, anche sulla base del lascito di Bissolati, di Bonomi, e di Calogero, presuppone che si deve espandere dunque la democrazia e la libertà, non deprimendo, ma anzi incrementando la produzione e la ricchezza, l'alleanza con le forze progressiste. Secondo questo riformismo non basta dunque aumentare la ricchezza, occorre nel contempo allargare gli spazi della democrazia e della libertà, alla luce delle mutate sfide dei mutamenti interni ed internazionali.
E se, poi è vero che " la giustizia è la convivenza delle libertà", entra in scena il tema della giustizia e della giustizia sociale. Guido Calogero, uno dei padri di questo riformismo, in risposta alla critica secondo la quale solo i ciarlatani e gli utopisti possono promettere insieme la libertà e l'uguaglianza, ricorda, invece, che "Questo è l'ideale supremo di ogni ordinamento sociale: in cui la giustizia deve servire alla libertà, perché la libertà possa accrescere la giustizia, e in cui la libertà deve servire alla giustizia, perché la giustizia possa accrescere la libertà". Ne scaturiva la "radicale unità dei due ideali della giustizia e della libertà, l'inscindibile connessione, e presupposizione reciproca, degli istituti giuridici e politici chiamati a realizzarli nella vita".
Ed in ciò sta anche "la funzione etico-educativa delle norme della libertà e della giustizia per rendere gli uomini sempre meno bisognosi delle norme e capaci di creare norme migliori, sempre in vista del medesimo fine". Individuava così una teoria del progresso sociale e civile non deterministica, ma fondata su responsabili scelte etiche individuali.
Certamente questo riformismo pare ancora attuale e fecondo di ispirazione ideale, oltre che base valutativa per riforme istituzionali, politiche e sociali, e per concreti programmi di lavoro.
Il riformismo di oggi ha dunque un grosso debito con il pensiero Liberal Socialista. Come è noto il "Liberalsocialismo" fu solo un movimento, la cui nascita ufficiale si può far risalire al 1940 con la data del suo primo manifesto. Questo ed altri movimenti, come il "Socialismo liberale" e "Giustizia e libertà" di Carlo Rosselli, organizzazioni ed esponenti repubblicani, liberali, cattolici come Capitini, confluirono poi nel 1943 nel Partito d'Azione, e con un programma fortemente e radicalmente innovativo sulla base di quei valori liberalsocialisti.
Dopo l'importante contributo dato alla redazione della Costituzione, forse il più grande momento riformista del nostro Paese, il Partito d'Azione, senza una base di massa, insieme alla sua radicale e riformistica modernità fu presto soffocato, dai contrapposti moderatismi della DC e del PCI (e del PSI purtroppo a ruota), più sostanziale il primo, più tattico il secondo, forse in attesa di tempi migliori.
Queste radici del riformismo dovrebbero essere ancora una forte attuale di ispirazione ideale e di programmi concreti perché concentra l'attenzione del riformista sulla condizione attuale della libertà e della democrazia, per una loro difesa ed estensione nei vari ambiti della vita individuale ed associata; sulla condizione e sulla estensione della giustizia sociale.
Questo riformismo lavora per migliorare gli istituti della libertà e quelli della giustizia sociale; e solo se necessario ne crea altri.
Si può essere, infatti, riformisti anche senza fare riforme; spesso basta far funzionare quelle esistenti, magari con qualche aggiustamento. Popper lo chiamava riformismo "a spizzico"; che è meno pericoloso di quello "in grande", visto che anche i riformisti possono sbagliare!.
Programma concreto perché già il migliore pensiero economico e sociale, a cui ha contribuito l'economista e filosofo Amartya Sen, ha individuato con l'ISU, l'Indice dello Sviluppo Umano, riconosciuto a livello internazionale, una serie di parametri con cui valutare l'avanzamento civile di una nazione. Parametri che tengono non solo conto del reddito medio pro-capite, ma anche la sua distribuzione, la condizione di alfabetizzazione, delle condizioni sanitarie, culturali, ed altro.
Un'altra valutazione della condizione civile di un Paese è quella che considera lo stato delle sue libertà, ad esempio la libertà di informazione, e delle istituzioni che dovrebbero garantirle. Insomma vari parametri che tengano conto insieme dello stato della giustizia, della libertà e democrazia di un paese. Ebbene sappiamo che in base a queste griglie di valutazione il nostro paese scende ben al di sotto del sesto o settimo posto, in cui si colloca qualora si consideri solamente il PIL o il reddito medio; è compito del buon riformista migliorare quelle posizioni.
Questo riformismo, vale la pena ricordare, si pone il problema dell'altro, del "prossimo" non per natura, o per nazione, o per razza, ma per scelta etica, e su questo terreno è evidente l'incontro con i valori del cristianesimo.
Naturalmente l'economia ha molto da dire sullo sviluppo ed oggi ci segnala, in modo unanime, l'urgenza di aumentare la competitività, la produttività, di investire in ricerca, innovazione e in formazione, di aprire più al mercato veramente concorrenziale, e di rafforzare le regole e la guida di uno Stato, che sia veramente tale; ci ricorda inoltre la necessità e l'urgenza di affrontare una difficile riconversione produttiva, con tutti i costi sociali che normalmente questo comporta. Ma tace o dice poco su tante altre cose. Ma su questo è la Politica che deve parlare.
Eppure un grande italiano, Niccolò Machiavelli aveva ammonito che solo i grandi esempi da parte dei governanti e le buone leggi inducono i cittadini al rispetto reciproco, al miglioramento della società ed all'amore per il proprio paese; un concetto abbastanza simile a quanto prima espresso da Guido Calogero.
Se tali sono, dunque, le permanenti ispirazioni ideali e questi gli obiettivi, anche immediati, del nostro riformismo chi potrà meglio difenderli e perseguirli? Quali partiti, quali alleanze?
Ho richiamato prima le sfortune del riformismo italiano, e le responsabilità della sinistra, di volta in volta nelle sue varie articolazioni, le cui sfortune e responsabilità, hanno, per buona parte, causato e coinciso con le sfortune delle classi popolari italiane, e con esse dell'Italia intera, se consideriamo anche la sua attuale condizione sociale ed economica. Cerchiamo di non insistere!
La debolezza della frazione di Bissolati e Bonomi andata al governo, a fronte della paralisi del Partito Socialista; il soffocamento dello spirito più autenticamente riformistico e progettuale dell'immediato dopoguerra; la sconfitta congiunta del PCI e del PSI uniti su posizioni incompatibili dallo stesso schieramento internazionale; la debolezza del PSI nei governi di Centrosinistra, in conflittualità con il PCI, al di là dei giudizi articolati che è giusto dare di quell'esperienza; le recenti vicende Craxi e Berlinguer, con i rispettivi addebiti di incomprensioni e responsabilità che oggi, in modo più sereno, si cominciano ad assegnare; l'attuale diaspora socialista e repubblicana; l'infinita ed indistinta transizione diessina, ci consegnano un'area del centrosinistra ancora contrapposta, dispersa, afasica ed anonima; mentre dovrebbe pur essere, nella sua maggioranza, elettivamente riformista.
Occorrerebbe lavorare per riannodare e poi riunificare le diverse storie della sinistra, secondo un programma autenticamente e modernamente riformista, e alcuni valori maturati in quel crocevia del pensiero "liberalsocialista", italiano ed europeo, e del Partito d'Azione"; rivendicandone attualità e concretezza.
E questo senza nulla togliere, anzi forse, come maggior contributo, al consolidamento di alleanze e di aggregazioni successive con altre esperienze ed altre storie di riformismo. Anche nel riformismo conviene essere riformisti!
Il Sindacato nasce ed è per vocazione riformista, di quel riformismo, secondo la lezione di Bruno Buozzi. Non può che partire dalla "realtà effettuale", dal lavoratore concreto, dal lavoratore comune, non da quello "tipo" o quello "immaginario". Deve risolvere i suoi problemi immediati e concreti di occupazione, delle morti e mutilazioni per incidenti sul lavoro ancora scandalosamente numerose, delle condizioni di lavoro, della giusta retribuzione, dell'arricchimento formativo, ma anche di tutela delle sue libertà e di democrazia economica, "non deprimendo ma anzi incrementando la produzione"; ha bisogno ancora di adeguate reti ed infrastrutture sociali.
Dovrà accompagnare la profonda e necessaria riconversione produttiva del paese.
Un sindacato riformista, in conclusione, ha bisogno di un più vasto, coeso, progettuale schieramento riformista, sia all'opposizione, meglio, si capisce, se al governo. Così come questi hanno bisogno di un sindacato riformista.
Il riformismo attuale deve misurarsi con i grandi problemi che sono di fronte al mondo in cui operiamo, guardando ad un presente che ha in sé il germe di un futuro che appare contrassegnato da trasformazioni epocali come la globalizzazione, la rivoluzione tecnologica incessante, i problemi dello sviluppo economico e della universalizzazione dei diritti umani, quelli dell'ambiente e quelli aperti dalle nuove scoperte scientifiche.
Sono questioni che richiedono risposte coraggiose, soluzioni concrete e lungimiranti. E ciò all'insegna di quanto affermano i suoi pionieri, secondo i quali il riformismo è il mestiere più difficile del mondo perché non ha risposte prefabbricate, dogmi cui prestare fede, credenze inossidabili. Deve sempre cavarsela da solo, usando i lumi della ragione, non le parole d'ordine.

Nessun commento:

Posta un commento