Dalla Repubblica del 29/10 proponiamo l'intervista di Massimo Giannini a Francesco Rutelli
ROMA - Onorevole Rutelli, incrociamo le dita. È la volta buona?
"Sì, penso proprio di sì.
Dopo l'assemblea della Margherita non ci sono più alibi per nessuno, il partito democratico con Prodi si fa davvero?
"Abbiamo avviato un grande cambiamento, che senza retorica definirei storico. Finora, nel centrosinistra, avevamo sempre discusso di contenitori, di apparati organizzativi, di liste. Ma in fondo, la nostra sembrava un'opera surrealista di Duchamp, o di Christo: una grande scultura impacchettata. Nessuno, alla fine, sapeva bene cosa ci fosse veramente sotto. Ora finalmente lo sappiamo: sotto c'è un'idea grande e innovativa".
Un nuovo partito.
"Appunto. In questi anni abbiamo usato formule astratte, a volte persino un po' ipocrite. La Cosa, la casa comune, il nuovo "soggetto". Ma nessuno capiva bene di cosa si trattasse. Ora l'abbiamo capito. È il partito democratico, che è il cuore del nostro progetto unitario, che ha un limpido profilo riformista, e che ora si inquadra in un orizzonte nuovo, e finalmente condiviso, nel quale la tappe intermedie acquistano un significato diverso. L'accordo elettorale, la lista unitaria alla Camera che permetterà a Prodi di guidarla e di condurre la battaglia a viso aperto con Berlusconi, il mantenimento delle sigle e dei simboli al Senato, la partecipazione dei nostri gruppi a formazioni unitarie in Parlamento, l'asse del programma di governo...".
Vuol dire che sono finalmente cadute tutte le pregiudiziali, a partire dalle diverse identità degli "ex comunisti" e degli "ex democristiani"?
"A nessuno saranno richieste abiure, a nessuno deve essere imposta la cancellazione della propria storia e della propria identità. Siamo davvero alla vigilia di quello che io ho sempre chiamato un "nuovo inizio", al quale tutti parteciperanno in condizioni di pari dignità. Stavolta la lista unitaria si farà sapendo bene cosa viene dopo. Un progetto di governo, e poi un partito democratico che nascerà nel fuoco dei contenuti e delle scelte politiche della prossima legislatura".
Quindi condivide la soluzione di Prodi? Ci si può unire in Italia, e poi a Strasburgo ognuno si sieda dove vuole?
"Voglio ricordare che Prodi è presidente d'onore del Partito democratico europeo. Ma Romano, in Europa, è anche qualcosa di più. Non dimentico che alla presidenza della Commissione fu candidato da Schroeder, leader dei socialdemocratici tedeschi...".
Sia più chiaro, onorevole Rutelli. Che vuole dire?
"Voglio dire che la Margherita non entrerà nel Partito socialista europeo, e allo stesso modo non pretenderà certo che i Ds entrino nel gruppo dei liberaldemocratici europei. Ma intanto, pur rispettando le nostre attuali appartenenze, cominciamo a lavorare per costruire un'alleanza, un approdo comune anche a livello europeo e internazionale. E così come diciamo che in Italia alla Camera e al Senato le nostre componenti si uniscono pur mantenendo la loro fisionomia politica, quando il partito democratico nascerà concretamente risolveremo anche il problema in Europa. Ma intanto puntiamo a farlo nascere, questo partito democratico italiano, che può diventare il primo per consensi in tutta Europa. Blair ha vinto con 9 milioni di voti, i socialisti francesi ne hanno presi 6 milioni. Il nuovo partito che nascerebbe dall'aggregazione tra Ds e Margherita prenderebbe ben oltre 10 milioni di voti. Già ora sarebbe il primo in Europa per numero di iscritti. Se lo facciamo nascere sul serio, lo diventerebbe anche per consensi popolari. Una forza capace di influire in modo decisivo sul panorama continentale. Ma per riuscirci, e per superare in prospettiva il gruppo dei conservatori, l'unica soluzione è creare una forza nuova e più larga".
Oggi lei non direbbe più che la socialdemocrazia è superata?
"Senta, nessuno toglie al socialismo europeo le grandi conquiste e i grandi valori che ha difeso e affermato nel corso del '900. Ma noi non dobbiamo limitarci a fotografare l'esistente. Se vogliamo raccordarci con i democratici americani, e con i grandi partiti asiatici emergenti che hanno una simile estrazione, nel prossimo futuro dobbiamo pensare a qualcosa di nuovo e di diverso".
Non temete più le pretese egemoniche della Quercia?
"Quando il progetto del nuovo partito decollerà concretamente, ognuno dovrà dare il meglio che ha, senza voler sottrarre spazio agli altri. Quello che posso immaginare, è che il nuovo soggetto sarà federale e federativo. Articolato nelle regioni e nel territorio. Capace di aggregare e includere correnti culturali diversificate: moderati, liberal, progressisti, cattolici. Il partito democratico o sarà pluralista, o non sarà".
Qualcuno dirà che Rutelli continua a porre "condizioni".
"Più che condizioni, chiamiamoli contributi. Obiettivi perché un proposito tanto ambizioso guardi in avanti. Tra questi, ne indico due che mi sembrano importanti. Il primo è l'autonomia, cioè la fine di un certo tipo di collateralismo tra partiti e organizzazioni sociali ed economiche. So bene che il rapporto che lega la Margherita alle cosiddette cooperative bianche è ben diverso da quello che caratterizza i Ds e le cooperative rosse. Ma so anche che noi, pur avendo ottimi rapporti con la Cisl, con le Acli e con i movimenti cooperativi non abbiamo mai chiesto a nessuno di fiancheggiare le nostre iniziative politiche, e viceversa. Nell'ottica del partito democratico, questo principio dovrà valere per tutti: non potranno e non dovranno esserci canali privilegiati di alcun tipo. Il che vale anche per il mondo delle imprese".
E il secondo "contributo" qual è?
"Il pluralismo culturale. Il partito democratico non dovrà essere né laicista né confessionale. Dovrà essere il luogo laico nel quale si riconoscano e convivano con la stessa legittimità credenti e non credenti, liberi di far valere ispirazioni e sensibilità diverse".
Su questo Prodi concorderà. Non ci sono più ombre, tra voi?
"Assolutamente no. Con Romano, come con Fassino e gli altri leader, i rapporti sono quotidiani. Ormai ci lega un orizzonte comune, e su questo base potremo appianare i nodi irrisolti".
Onorevole Rutelli, oggi lei la rivendica, ma non può negare che la sua, sul partito democratico, sia stata una svolta. A maggio la Margherita aveva dato un colpo di freno al processo unitario.
"No, continuo a dire che quella scelta non fu affatto divisiva. Fu una scelta dettata dalla necessità di garantire un miglior rendimento della coalizione, in base alla legge elettorale che regolava quel voto: due schede con il maggioritario, la terza con il proporzionale. Se oggi abbiamo deciso di cambiare strategia, non si può non vedere che l'abbiamo fatto perché è mutato proprio il sistema elettorale col quale andremo al voto ad aprile. La prepotenza del centrodestra, che con questo sciagurato ritorno al proporzionale punta a ridimensionare la nostra possibile vittoria e cerca di scompaginare il nostro campo, esigeva una risposta forte, non difensiva ma politicamente offensiva. Questa risposta l'abbiamo trovata. Si chiama unità di Ds e Margherita. Si chiama lista unitaria alla Camera, e poi si chiamerà partito democratico. Questa è l'enorme sfida che abbiamo deciso di proporre. Fino a ieri era la logica stessa del maggioritario che ci spingeva a stare insieme. Ma con il proporzionale non potrà essere più la semplice "meccanica" elettorale a tenerci uniti. Servirà un collante diverso, e di qualità infinitamente superiore. Servirà un progetto politico vero, stabile e duraturo".
Diciamo la verità: dopo il trionfo di Prodi alle primarie la Margherita non aveva altra scelta, se non quella di cavalcare l'onda.
"Certo, anch'io sono convinto che quei 3 milioni di elettori che hanno votato per Prodi siano molto più interessati al partito democratico, che non ai destini dei nostri singoli partiti. Ma il pur clamoroso successo di quella domenica è un fiore che non sboccia dal nulla. È un seme che i partiti stessi hanno piantato, hanno annaffiato, hanno fatto crescere".
Questo, ormai, lo riconosce anche il Professore.
"E ne sono felice. I partiti restano la carne viva della società, e sono l'architrave della nostra democrazia rappresentativa, come dice l'articolo 49 della Costituzione. Debbono saper interpretare i cambiamenti e guidare decisioni che le sfide globali rendono oggi più difficili. C'è bisogno, insomma, di più partecipazione dei cittadini e di una politica più solida".
Ma vi fissate una data per far nascere il nuovo partito, o continuate a ragionare in termini di ere geologiche?
"Il processo sarà lungo, serviranno passione e pazienza. Ma io, realisticamente, credo che il nuovo partito dovrà vedere la luce entro l'arco della prossima legislatura. E dovrà nascere sui contenuti della nostra azione politica. Dovremo recuperare il senso di patria, e l'orgoglio di un Paese che deve ritrovare fiducia in se stesso dopo i guasti compiuti dal centrodestra. Dovremo avere il coraggio di porre di nuovo l'Italia al centro dell'Europa, e di rinnovare l'alleanza transatlantica sulla base di un multilateralismo efficace. Lo stesso referendum costituzionale in Iraq può e deve rendere possibile un disimpegno militare confermando il nostro impegno per stabilizzare quel Paese. Dovremo riformulare la nostra strategia sulla sicurezza e la legalità: i temi posti da Cofferati a Bologna ci riguardano tutti. Dovremo ridare ossigeno all'economia, sostenendo la ripresa con liberalizzazioni massicce nei servizi e nelle professioni e risanando la finanza pubblica con un giusto mix di rigore e di equità".
Non sarà facile trovare un accordo, su temi così delicati.
"Forse no, ma sta in questo il fascino e la grandezza del progetto. Ecco la nuova stagione di governo che ci aspetta. Ecco il terreno sul quale si fonda il grande sogno del partito democratico. Entro e non oltre i prossimi cinque anni abbiamo un occasione con cui rispondere alla fiducia dei nostri elettori: trasformare questo sogno in realtà".
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