giovedì 24 marzo 2005

Formazione, ricerca e sviluppo, innovazione (da governareper.it)

Per far fronte alla stagnazione della crescita nelle maggiori economie industriali dell’Europa non è sufficiente, come spesso si ripete, concentrare l’attenzione solo sull’innovazione, intesa come accesso alle moderne tecnologie, in particolare dell’informazione e della comunicazione. Occorre invece che si realizzi un complesso insieme di condizioni, la cui attuazione richiede anche una rivalutazione del ruolo dello Stato.

Di Mario Amendola e Cristiano Antonelli

Il testo che presentiamo costituisce la sintesi dei lavori del secondo di quattro gruppi che hanno operato nell’ambito della sezione di Scienze sociali della Fondazione Di Vittorio. Questi quattro gruppi, che sono iniziati nell’autunno del 2003 e che si stanno concludendo ora, si sono avvalsi del contributo di più di cento fra economisti, giuristi e sociologici. Con il coordinamento generale di Marcello Messori e con il coordinamento specifico di sei studiosi (Mario Amendola, Cristiano Antonelli, Renzo Costi, Silvia Giannini, Marcello Messori e Carlo Trigilia), essi hanno affrontato i seguenti temi: «Finanza, concorrenza e regolamentazione», «Formazione, ricerca e sviluppo e innovazione», «Lavoro, sistemi locali e decentramento», «Fisco, welfare e distribuzione del reddito». L’ambizione è che l’insieme di tali lavori fornisca un contributo significativo per la costruzione di un progetto capace di individuare le linee di un nuovo sentiero di sviluppo per il sistema economico e sociale italiano. La sintesi dei lavori del primo gruppo è stata pubblicata nell’aggiornamento del 16 marzo scorso. Il testo è pubblicato anche nel sito della Fondazione Di Vittorio:
www.fondazionedivittorio.it/sezionescienzesociali.php








Crescita economica e processo di innovazione


Alla stagnazione della crescita nelle maggiori economie industriali dell’Europa, ed in particolare nell’economia italiana, vanno ricondotte le difficoltà nel mantenere i livelli di occupazione, i risultati in termini di Stato sociale ed i livelli di benessere che hanno rappresentato finora il tratto specifico ed il vanto di tali economie.


La risposta corrente a tale problema pone il fuoco sull’innovazione, intesa come accesso a quelle moderne tecnologie, in particolare alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che rappresenterebbero il modo principale di ridare vita al processo di crescita oggi in Europa fortemente rallentato o addirittura interrotto. E questo sopratutto in Italia, dove una dinamica demografica ancor più povera che negli altri paesi dell’Europa, non permette di contare su questo importante fattore di crescita concentrando necessariamente l’attenzione solo sugli incrementi di produttività. Su come ottenere ciò si è andato formando un consenso quasi generale, basato essenzialmente sullo sfavorevole confronto con i risultati ottenuti dall’economia degli Stati Uniti, non solo negli sfavillanti anni Novanta, ma anche in risposta alla più recente crisi che ha fatto seguito allo scoppiare della bolla speculativa finanziaria ed ai tragici avvenimenti del settembre 2001. Secondo tale consenso il motivo per cui le economie europee sarebbero state incapaci di accedere in modo sostanziale alle tecnologie cui sono connessi alti livelli di produttività, e cioè di avere accesso all’economia dell’informazione, è da vedersi nelle caratteristiche strutturali delle economie stesse, e cioè nelle regole istituzionali che governano i loro comportamenti ed il funzionamento dei loro mercati.


Tale spiegazione fa riferimento ad un quadro interpretativo che pone il fuoco sull’affidabilità di un contesto macroeconomico assicurata in modo particolare dalla stabilità dei prezzi e da bilanci pubblici in ordine, quale momento preliminare necessario per la realizzazione delle riforme strutturali cui viene in modo diretto collegata la possibilità di dare vita a processi innovativi di avanguardia. Tali riforme strutturali sono volte all’implementazione di una politica della concorrenza. Un mercato perfettamente concorrenziale, e la minimizzazione delle distorsioni monopolistiche, sono visti infatti come il motore dell’innovazione e della crescita. Riforme strutturali ritenute necessarie all’eliminazione di qualsiasi rigidità e quindi smantellamento delle istituzioni e delle regole ritenute intralcio alla flessibilità richiesta dal gioco della concorrenza, con particolare riferimento al mercato del lavoro, sono indicate come le misure necessarie alla realizzazione di un simile mercato.


Questo consenso deriva da un’errata visione della relazione fra progresso tecnico e crescita economica, e, di conseguenza, del ruolo svolto dal mercato in tale contesto. Il fatto è che non esistono risultati economici imputabili semplicemente a sviluppi scientifici o tecnologici. Perché dalla tecnologia si passi a rendimenti economici effettivi, e quindi alla crescita, occorre un processo di carattere economico, che è essenzialmente un processo di coordinamento. Il progresso economico consiste, infatti, nella comparsa di nuovi beni e servizi a seguito di qualche forma di innovazione (di tipo tecnico, organizzativo, di mercato….). Nuovi beni richiedono nuovi processi produttivi, quindi nuove attività che a loro volta richiedono nuovi tipi di interazione fra gli attori e le istituzioni esistenti o anche la comparsa di nuovi attori ed istituzioni. La effettiva crescita economica dipende quindi dal successo di un complesso processo economico caratterizzato dalla partecipazione di una pluralità di attori privati ed istituzionali. Tutto ciò richiede il funzionamento di efficaci meccanismi di coordinamento, sia a livello microeconomico che a livello macroeconomico.


Il processo di innovazione si realizza in primo luogo attraverso la creazione di nuova e diversa capacità produttiva. Tale processo di ristrutturazione implica rotture distorsioni e squilibri che dal processo produttivo si estendono all’attività economica nel suo complesso. Ciò implica la necessità di un intervento esterno per contenere spinte inflazionistiche e riassorbire l’eventuale disoccupazione: un intervento volto a ricreare quel coordinamento dell’attività economica disturbato dallo shock tecnologico. Questo deve consistere essenzialmente nel permettere quell’afflusso di risorse produttive nel tempo che renda possibile mantenere una struttura equilibrata della capacità produttiva e così eliminare gli squilibri di mercato conseguenti ad una distorsione di quest’ultima. Accanto all’impiego ed alla gestione delle risorse, e complementare a questi, i regimi di allocazione delle stesse risorse rappresentati dai sistemi di determinazione di prezzi e salari concorrono a determinare il funzionamento dei meccanismi di coordinamento richiesti. In particolare a questi regimi è demandato di evitare scosse troppo violente, spostamenti di reddito e di domanda troppo marcati a seguito degli squilibri originariamente indotti dalle distorsioni della capacità produttiva conseguenti ad uno shock tecnologico. In quest’ottica una certa vischiosità di prezzi e salari è un modo per frenare processi cumulativi che potrebbero dar luogo a forti instabilità piuttosto che motivo essa stessa di distorsioni, come nell’analisi dominante.


In conclusione, la chiave del successo è data dalla realizzazione del complesso insieme di condizioni che rendono possibile un processo di accumulazione e di ristrutturazione della capacità produttiva di una certa regolarità. Ciò non può essere ridotto alla scelta di un quadro istituzionale che si presuma ottimo. Contrariamente a quanto postulato dal consenso corrente la stabilità del quadro macroeconomico non può essere vista come una pre-condizione della crescita consistente in un insieme di regole volte a garantire stabilità monetaria e disciplina fiscale, ma appare piuttosto come il risultato di un processo, risultato che, si è appena visto, richiede interventi discrezionali per essere ottenuto. La razionalità di tali interventi è del tutto opposta a quella sottostante le misure di politica economica invocate dal consenso in parola e menzionate nella precedente sezione. Essa implica in particolare che:


- La politica monetaria dovrebbe promuovere strutture e comportamenti delle banche volti a rendere possibile l’investimento richiesto da processi di ristrutturazione produttiva e non a mantenere un devastante vincolo di liquidità per le imprese al fine di garantire una piena stabilità dei prezzi.


- La protezione dell’occupazione, e più in generale, regole che garantiscano la coesione sociale, dovrebbero essere considerate come un mezzo per permettere all’economia di fronteggiare le turbolenze associate a ristrutturazione produttiva, garantendo in tal modo la regolarità di quel processo di apprendimento essenziale per assicurare il coordinamento e quindi la fattibilità del processo di innovazione.


- Le politiche di concorrenza e di regolazione dovrebbero considerare le imperfezioni di mercato come un aspetto intrinseco e quindi necessario del processo di produzione e di diffusione di nuova conoscenza in un’economia di mercato, e cioè come una caratteristica naturale di un processo economico di distruzione creativa.





Politiche economiche


Alcune implicazioni dei punti appena menzionati meritano di essere sottolineate. Per quanto riguarda la politica monetaria, le implicazioni per il sistema finanziario e per quello bancario in particolare, principale fonte di liquidità dell’economia, sono evidenti. Strutture, regole e comportamenti di tali sistemi hanno come compito principale di allentare i vincoli finanziari ai processi di accumulazione veicolo dell’innovazione, fornendo nelle quantità e nei tempi necessari quei flussi di liquidità essenziali onde evitare distorsioni eccessive della capacità produttiva e gli squilibri di mercato a questa conseguenti, e contribuendo in tal modo a ristabilire quel coordinamento dell’attività economica che solo permette di realizzare effettivamente i ricavi economici dell’innovazione in termini di produttività, crescita ed occupazione. Per quanto riguarda la risorsa umana ed il mercato del lavoro, il consenso più volte menzionato pone la flessibilità di tale mercato come il principale obiettivo da realizzare per favorire l’innovazione, la crescita e l’occupazione, ed interpreta la flessibilità stessa in termini di flessibilità salariale e di piena libertà di impiego e di licenziamento.


In questa prospettiva, in particolar modo quando ci si renda conto che l’apprendimento è un aspetto cruciale di un reale processo di innovazione, la flessibilità del mercato del lavoro nel senso sopra inteso appare piuttosto come un ostacolo all’effettuazione di investimenti di lungo periodo in capitale umano, data la possibilità per gli imprenditori di perdere repentinamente tale capitale, ed allo stesso tempo scoraggia gli sforzi effettuati dai lavoratori per acquisire competenze specifiche che possono risultare inutili se vi è il forte rischio di perdere il tipo di lavoro cui tali competenze sono connesse. Il successo di un processo di innovazione dipende dalla capacità di apprendimento e tale capacità è favorita non quando le turbolenze di mercato naturalmente associate a cambiamenti strutturali vengono sistematicamente favorite ma piuttosto quando vengono limitate e ricondotte nell’ambito di strutture stabilizzate.


Quanto finora detto a proposito della protezione del lavoro riguarda anche i regimi salariali. Una certa rigidità salariale, impedendo forti redistribuzioni di reddito e di domanda, impedisce anche alle fluttuazioni che caratterizzano il processo di innovazione di divenire così forti da mettere in pericolo il processo stesso La politica della concorrenza usualmente invocata ha un punto di riferimento, lo stato di concorrenza perfetta, ed è volta ad avvicinarsi il più possibile a tale stato in ciascun settore industriale. In altre parole si tratta di una politica definita ed attuata prescindendo da altre forme di intervento, muovendo dal presupposto che in quanto tale concorra a determinare una massimizzazione del benessere. Se definiamo però la concorrenza come un processo piuttosto che come uno stato, non si può prescindere dalla considerazione delle effettive dinamiche del mercato. In particolare, alla luce delle caratteristiche del processo di innovazione sottolineate, la concorrenza imperfetta deve essere chiaramente distinta dai fallimenti del mercato, sempre definiti in relazione ad uno stato di concorrenza perfetta.


La visione dominante dei rapporti fra istituzioni, tecnologia e crescita, più volte menzionata, ha dato luogo all’affermarsi in questi ultimi anni di una fiducia quasi religiosa nel ruolo del mercato interpretato come concorrenza nelle sue forme estreme, ed al contemporaneo sbiadirsi, se non ad una vera e propria condanna, del ruolo dello Stato, alla cui presenza, ritenuta eccessiva, viene essenzialmente attribuita inefficienza ed incapacità di innovazione e di crescita. Le considerazioni svolte in queste pagine conducono invece ad una riconsiderazione in luce diversa del ruolo svolto dal mercato e, allo stesso tempo, ad una rivalutazione del ruolo dello Stato, intendendo per questo una istituzione capace di effettuare dall’esterno quegli interventi necessari al coordinamento e quindi al successo del processo di innovazione.


La stabilità dei prezzi, la flessibilità di mercato, l’equilibrio di bilancio, di per sé non sono in grado di far sì che le imprese, e più in generale gli agenti economici, si impegnino effettivamente in un rischioso processo di trasformazione strutturale quale richiesto da una reviviscenza della crescita. Ciò di cui questi hanno bisogno è la convinzione di essere effettivamente e fortemente sostenuti ed aiutati a condurre a termine tale processo, di cui stabilità ed equilibrio appaiono più propriamente risultati che non prerequisiti. Una delle ragioni dell’insoddisfacente comportamento delle economie europee in confronto a quella statunitense è proprio il fatto di aver considerato le condizioni menzionate come l’obiettivo da perseguire, piuttosto che porsi il problema del perché non essere riusciti a realizzarle, in tal modo equivocando quanto verificatosi negli Stati Uniti. La differenza fondamentale rispetto a questi ultimi è l’assenza in Europa di un’autorità in grado di inviare i forti segnali assolutamente necessari a spingere ad intraprendere e perseguire la via dell’innovazione e del cambiamento e di coordinare dal centro e con attività fortemente pervasiva il cambiamento stesso per assicurarne il successo, non il permanere di strutture e di regimi di mercato ritenuti in astratto non adeguati. Le politiche che al momento l’Unione europea è in grado di condurre dati i vincoli imposti dalle istituzioni esistenti non sono in grado di ottenere un simile risultato.




Un nuovo ceto sociale


In quanto una innovazione che ha successo comporta in una prima fase una rottura della struttura di mercato esistente, seguita successivamente da una stabilizzazione della nuova struttura emersa, essa può anche necessitare di una modificazione delle regole e delle istituzioni esistenti. In effetti in mercati che crescono rapidamente i mutamenti di regole operano come un incentivo per iniziative che danno luogo a forti modificazioni delle strutture industriali. Ma la stabilizzazione delle nuove strutture industriali può richiedere pratiche monopolistiche e nuove forme di regolazione volte a modellare le nuove relazioni interindustriali. Nei processi di innovazione le strutture di mercato che massimizzano la crescita della produttività emergono quale risultato dell’operare di meccanismi di coordinamento che non sono altro che connessioni di mercato (imperfezioni). Complementarità e rivalità sono ambedue fattori essenziali del processo di innovazione. Appare evidente che una politica economica attiva ed esplicitamente volta a rafforzare l’efficienza dinamica del sistema è non solo necessaria, ma indispensabile. Una politica economica capace di compensare i pesanti effetti di alterazione della distribuzione del reddito in corso è del pari urgente.


La struttura sociale dei paesi che hanno sviluppato il modello dell’economia della conoscenza sembra caratterizzata da dinamiche nuove di particolare interesse. Appare sempre più evidente un vistoso processo di redistribuzione del reddito che accresce fortemente le disuguaglianze sociali con una crescente capacità di nuovi gruppi sociali di intercettare quote crescenti del reddito e una contrazione delle quote di reddito disponibili per il resto del sistema sociale. Sembra in effetti che sia in corso un processo di riorganizzazione della middle class con processi di segmentazione verso l’alto e di frammentazione verso il basso. In buona sostanza si assiste alla formazione di un nuovo ceto sociale di dimensioni ormai non trascurabili, costituito da produttori e manipolatori di simboli e conoscenza. Questa upper middle class ha accumulato uno stock considerevole di capitale umano, piuttosto che monetario, da cui estrae rendite e salari elevati che hanno inoltre sperimentato una forte crescita a partire dagli anni Novanta. Il nuovo ceto medio-superiore ha modelli di formazione omogenea a livello globale e comprende non solo gli imprenditori e manager e le professioni classiche (avvocati, notai, architetti, ingegneri, psicologi) ma anche le ormai numerose professioni moderne, e le attività più direttamente coinvolte nella produzione di conoscenza come agenti di borsa, consulenti finanziari, assicuratori, consulenti della logistica e dei sistemi informatici, o degli investimenti, funzionari delle società di validazione dei bilanci societari, pubblicitari e designer, e anche scienziati.




Linee guida


Le linee guida di un progetto di intervento di politica della ricerca e dell’innovazione finalizzato a promuovere il coordinamento dinamico dell’innovazione nel sistema italiano sono chiare:


A) Lo strumento privilegiato appare l’organizzazione di grandi progetti nazionali. Tali progetti devono avere un grande raggio di azione, capace di coinvolgere non solo le grandi imprese, ma anche la tecnostruttura pubblica e il sistema delle piccole imprese, in iniziative di grande respiro temporale e grande impegno tecnologico. Un’iniziativa basata su un numero limitatissimo di grandi progetti nazionali può avere successo in quanto produce processi di coordinamento dinamico tra agenti diversi, che operano in tecnologie e industrie diverse e tuttavia hanno elevati livelli di complementarietà potenziale. Importanti sfide energetiche in particolare si annunciano all’orizzonte e solo l’azione concertata delle grandi imprese energetiche, meccaniche ed elettroniche nazionali può mobilizzare le risorse e le competenze necessarie per innovare in modo radicale e al tempo stesso coordinare piani di investimento a lungo termine, processi di formazione in sede universitaria, assi di ricerca accademica e pubblica, piani finanziari e modelli di consumo. Un’azione di politica della ricerca e dell’innovazione, basata su grandi programmi nazionali, può contribuire al rafforzamento della crescita del gruppo di imprese medio-grandi del secondo capitalismo e sembra necessario al fine di ricostituire un nucleo centrale del capitalismo italiano basato su grandi imprese. La grande impresa continua a svolgere un ruolo troppo importante specie nella sua proiezione sui mercati internazionali per trascurare le opportunità offerte dalla nuova ondata tecnologica.


B) Un intervento basato su incentivi a sostegno delle attività di ricerca svolte da singole imprese non sembra adeguato alla situazione. Una vasta letteratura ha già analizzato e dimostrato le forti tendenze a processi di sostituzione interna ai budget aziendali, che vengono innescate dalla concessione di incentivi. La difficoltà di definire concretamente le attività di ricerca e sviluppo aumenta i margini di ambiguità. La riduzione del costo delle attività di ricerca, in particolare per quanto riguarda il peso del prelievo fiscale, rischia di avere effetti limitati e comunque circoscritti alla ridotta platea di imprese che già svolgono attività di ricerca. Solo interventi mirati a sostenere i tassi di crescita delle attività innovative potrebbero essere eventualmente considerati. L’intervento pubblico invece deve concentrarsi su interventi disegnati nello specifico intento di rafforzare la cooperazione nella produzione di conoscenza tra imprese e tra imprese e l’interazione tra l’apparato di ricerca pubblica, accademica e non, e il sistema delle imprese. L’Università deve saper offrire capacità di ricerca in outsourcing alle imprese minori. La formazione di un mercato della conoscenza deve diventare un obiettivo intenzionale che deve essere perseguito con gli strumenti della politica economica. Di nuovo l’Università ha un ruolo centrale, in quanto depositaria prevalente delle capacità di ricerca del paese. La riduzione del costo delle attività di ricerca, in particolare per quanto riguarda il peso del prelievo fiscale, rischia di avere effetti limitati e comunque circoscritti alla ridotta platea di imprese che già svolgono attività di ricerca. Per allargare l’area delle imprese attive in questo campo è necessario creare meccanismi di interazione tra il sistema della ricerca pubblica e le imprese che non fanno ricerca. Il finanziamento pubblico dovrebbe orientarsi in modo prevalente verso il sostegno dei contratti di ricerca assegnati dalle imprese ai centri di ricerca pubblici e privati, sviluppando così la formazione di una domanda nel mercato della ricerca.


C) L’Università ha un ruolo centrale da punto di vista formativo. Dal punto di vista della ricerca, tuttavia, si impongono processi di selezione sia delle aree disciplinari che anche delle sedi universitarie e dei centri di ricerca. Il paese deve identificare un numero limitato di saperi scientifici e tecnologici in cui opera già sulla frontiera delle competenze internazionali e lì concentrare le risorse aggiuntive disponibili. L’intervento statale deve promuovere e sostenere la partecipazione attiva delle nostre residue grandi imprese, dei consorzi di piccole imprese e delle stesse Università nei progetti di ricerca e sviluppo promossi dall’Unione europea. Tale presenza dovrebbe essere progettata a tutti i livelli e andrebbe incentivata con risorse statali. In particolare, l’intervento statale di promozione e coordinamento delle iniziative italiane di partecipazione ai bandi europei, potrebbe avvenire mediante la diretta responsabilizzazione degli enti pubblici di ricerca che dovrebbero estendere a livello europeo una funzione attiva e sistematica di cerniera fra richiedenti ed erogatori di ricerca. Ciò dovrebbe aumentare il grado di partecipazione e di prossimità degli attori italiani a un mondo europeo, che è oggi guardato con indifferenza. I ritorni di questa partecipazione promettono di essere positivi sotto vari profili: in termini di confronto e di circolazione di idee, metodi e procedure; in termini di accesso a fonti europee di finanziamento; in termini di futuri accordi per processi di ricerca o per realizzazioni innovative.

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