Il 15 febbraio scorso è entrato in vigore il Protocollo di Kyoto. Si tratta di una rivoluzione epocale che richiede profonde politiche di ristrutturazione energetica e di riconversione industriale. Ancora una volta, l’Italia è in grave ritardo. Il governo in carica non crede alle potenzialità del protocollo di Kyoto in termini di crescita economica e di sviluppo sostenibile.
di Antonio Nicita
Il 15 febbraio scorso è entrato in vigore il Protocollo di Kyoto. Si tratta di una rivoluzione epocale per quello che esso rappresenta, sia in termini di politica economica che per il metodo negoziale sperimentato dai paesi coinvolti. È un accordo che riguarda un caso di inquinamento globale che coinvolge tutti i paesi come vittime e come inquinatori. E non c’è un giardino siderale nel quale veicolare i rifiuti. I 128 paesi che hanno ratificato il protocollo, tra i quali si conta l’Italia ma non gli Stati Uniti e il Giappone, si sono impegnati a ridurre tra il 2008 e il 2012 le proprie emissioni dei gas serra, principalmente il biossido di carbonio, del 5,2% circa rispetto ai livelli del 1990. E non è finita qui. Dopo il 2012, nuovi impegni di riduzione delle emissioni di gas serra, persino più aggressivi di quelli finora assunti saranno necessari, come conferma il documento proposto dai Ministri Ue dell’ambiente in queste settimane (15-30% entro il 2020 e 60-80% entro il 2050).
Questa drastica inversione di marcia richiede profonde politiche di ristrutturazione energetica e di riconversione industriale nei paesi firmatari. Molti paesi hanno già adottato piani pluriennali di abbattimento delle emissioni e politiche industriali eco-compatibili. L’Italia è, invece, in grave ritardo. I nodi politici ed economici aperti dal protocollo sono essenzialmente tre. Il primo riguarda il fatto che i paesi firmatari rappresentano solo il 55% delle emissioni globali di gas serra e ciò pone un problema di equità intra-generazionale. In questo quadro i paesi virtuosi subirebbero da un lato il maggior costo delle politiche ambientali e dall’altro una riduzione della propria competitività negli scambi internazionali con i paesi non firmatari (oltre gli Usa e il Giappone, i paesi in via di sviluppo con elevati tassi di crescita come la Cina). Un secondo nodo riguarda l’equità inter-generazionale. Le emissioni di gas serra in atmosfera tendono a stabilizzarsi per un periodo che va dagli 80 ai 150 anni. Ciò significa che le politiche che adottiamo oggi andranno a vantaggio dei nostri nipoti, mentre la generazione attuale subisce i danni ambientali dovuti all’instabilità del clima e ai costi economici delle politiche ambientali adottate. Infine, il terzo problema riguarda le misure selettive di intervento nella implementazione del Protocollo e il loro l’impatto locale, ovvero la scelta dei settori industriali sui quali intervenire e il governo delle ricadute locali delle politiche poste in essere.
Questi nodi hanno rappresentato fino ad oggi i principali cavalli di battaglia dei Kyoto-scettici e hanno costituito il maggior freno all’avvio delle politiche di abbattimento dei gas. Eppure il metodo dell’adesione volontaria «tra chi ci sta» ha funzionato. Alla razionalità economica di breve periodo si è sostituita una visione di speranza, di impegno costruttivo, di fiducia, di responsabilità. La principale scommessa riguarda il fatto che le politiche di trasformazione e riconversione industriale, necessarie per l’abbattimento delle emissioni inquinanti, non costituiscono solo un costo per le generazioni attuali ma anche una enorme opportunità di risparmio energetico, e dunque di riduzione dei costi di produzione industriale, e di conservazione e riqualificazione del territorio, e dunque di rilancio della fruizione turistica e ambientale che attrae una quota sempre crescente del consumo dei paesi industrializzati avanzati. Si tratta, come si vede, di generare, attraverso il vincolo ambientale, anche benefici economici di breve periodo su altri settori industriali oggetto di crescente domanda. Sotto il profilo internazionale poi, si presenta l’opportunità di coniugare le politiche di abbattimento delle emissioni con altre politiche di scambio commerciale e di partnership, sia tra i paesi avanzati che tra questi ultimi e i paesi in via di sviluppo non firmatari. In un momento in cui si agita lo spettro anacronistico dei dazi per dare fiato alla competitività del paese contro le importazioni provenienti da paesi a basso costo di manodopera come la Cina, il rilancio della questione ambientale, indotto dal protocollo di Kyoto, permette di cambiare prospettiva. È pensabile, ad esempio, adottare tetti importazione, nei confronti dei paesi non firmatari, variabili in funzione delle politiche di abbattimento delle emissioni che questi paesi sapranno intraprendere. Ciò significa scambiare merci con ambiente pulito e con tecnologie pulite, ripristinando una parità nei costi tecnologici di produzione tra paesi avanzati firmatari e paesi in via di sviluppo.
L’adozione di tali politiche è resa ancora più agevole dalla Direttiva comunitaria 2003/87/CE che prevede, nell’ambito del tetto di emissioni comunitario, che i paesi membri possano scambiare quote delle proprie emissioni, in funzione del costo-opportunità dell’adattamento. In tal modo gli obiettivi ambientali possono essere conseguiti in modo flessibile ed economico. L’Europa è in prima linea in questa sfida che vede purtroppo l’attuale governo italiano, in una posizione di retroguardia culturale e politica, agitare gli spettri dei pericoli derivanti dall’incremento dei costi economici. Ma è il ritardo a comportare i costi maggiori. Secondo alcuni calcoli effettuati dal Kyoto Club l’Italia sarà costretta ad indebitarsi da subito con emissioni di altri paesi, per un ammontare compreso tra 0,5 e 5 miliardi di euro, al fine di conseguire gli obiettivi previsti entro il 2012, in quanto le emissioni italiane sarebbero già oggi aumentate del 9% rispetto ai livelli del 1990. L’agenda delle politiche industriali ed energetiche del paese, per i prossimi decenni, non potrà prescindere dalla rivoluzione di Kyoto. Una scommessa che serve al mondo che verrà, ma anche all’Italia di oggi.
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