I veri candidati di Paolo Franchi
Non se lo aspettava Alessandra Mussolini, che ancora in mattinata si dichiarava pessimista. Non se lo aspettava Francesco Storace, convinto che la partita fosse chiusa, e, almeno all’apparenza, tranquillissimo di fronte alle accuse di chi parlava di un Laziogate. E non se lo aspettava nemmeno Piero Marrazzo, che sul Riformista di ieri si dichiarava avverso alla «via giudiziaria alla vittoria», e trovava giusto che pagasse dazio chi, come la Mussolini, aveva violato la legge (una legge discutibile quanto si vuole, ma comunque una legge) presentando firme false per la presentazione della propria lista. Ma i pronostici della vigilia si sono rivelati del tutto sbagliati. La sentenza con la quale il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso dei legali della Mussolini contro la decisione del Tar del Lazio riporta tutti ai blocchi di partenza. Compresa, ovviamente, Alternativa sociale, questa curiosissima miscela dei più svariati neofascismi capitolini, con l’eccezione di quelli che hanno preferito accasarsi con Storace.
Adesso, ovviamente, gioisce la Mussolini, protesta indignato il centrodestra, pudicamente cerca di astenersi da commenti troppo entusiasti il centrosinistra, che pure gongola: saranno fascisti, ma se i loro voti serviranno a far cadere Storace, meglio così, e poi, come dice Romano Prodi, così si allarga la lotta democratica. In realtà, su questa storia, che è cominciata male e che prosegue peggio, farebbero bene a riflettere un po’ tutti: non sarebbe bello per nessuno scoprire, la sera del 4 di aprile, che a Roma, capitale d’Italia, e nel Lazio l’esito della partita è stato deciso da una lista delle destre estreme antisistema.
E una sorpresa ancora più sgradevole sarebbe constatare tra qualche tempo che le elezioni nel Lazio sono state invalidate, perché parte delle firme presentate da As, e incautamente autenticate, erano false davvero: sempre che, naturalmente, a questo punto non divenga necessario rinviarle. Ma, anche a non voler tenere in troppo conto queste ipotesi estreme, la storia resterebbe pessima ugualmente: le firme diciamo così non in regola, autenticate anche (ma non solo) da esponenti del centrosinistra, la vicenda, oscura, dell’accesso abusivo al sistema informatico del Comune di Roma, di cui si sta occupando la magistratura, un clima di lotta senza quartiere e senza esclusione di colpi che sembra fatto apposta per suscitare una reazione di rigetto tra gli elettori. Venirne a capo in pochi giorni è impossibile, tutto parla in senso contrario. Eppure qualcosa si dovrebbe fare. Rispettare le sentenze, per esempio. E rifiutarsi solennemente all’idea che tutti i mezzi, nessuno escluso, sono buoni per vincere. E magari anche (è un’utopia?) togliere la nipote del Duce dal centro della scena, per porvi invece i due candidati veri e i loro programmi. Marrazzo, prima della sentenza, lo assicurava: se ne è capace, confermi le sue buone intenzioni. E Storace, se sa e può, faccia lo stesso. Ci guadagnerebbero tutti e due.
Corriere della Sera, 23 marzo 2005
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