mercoledì 5 agosto 2009

Servono regole, ma immutabili

Lo scontro che segnera’ il nostro tempo non e’ regolamentazione contro anarchia, ma politica contro regole
di Alberto Mingardi
Da Il Giornale del Popolo, 21 luglio 2009

Servono nuove regole per raddrizzare il corso dell’economia mondiale? Quando il professor Guido Vestuti, sul Giornale del popolo, scrive che la scelta e’ ancora fra Hayek e Keynes, scommette su una dimensione “razionale” del dibattito politico che spesso, semplicemente, non c’e’.

Dal 15 settembre in cui Lehman Brothers e’ stata lasciata a se stessa, non abbiamo sentito, da parte degli esponenti politici, che goffi tentativi di sistematizzare cio’ che fino ad allora era avvenuto: cioe’ una politica del giorno per giorno, messa in atto sulla base di criteri arbitrari e comunque opachi agli occhi dell’osservatore, con assoluta discrezionalita’ da parte dei tecnocrati.

Tutto quanto si e’ scritto in seguito sulla necessita’ di nuove regole e’ stato strumentale, in un certo qual senso, a coprire l’ “arbitrarieta’” degli interventi messi in atto. Anche da questo punto di vista, la contrapposizione fra Hayek e Keynes e’ particolarmente significativa.

A scatola chiusa, si scommetterebbe che lo statalista Keynes sia risolutamente a favore delle regole, e il liberista Hayek invece contro. E’ vero il contrario. Nel pensiero di Keynes, il diritto occupa un ruolo marginale. Alla “forma” delle regole, Keynes preferisce la “sostanza” degli atti. E questo e’ tanto evidente dalla lettera dei suo scritti, quanto dalla sua riconosciuta tendenza a mutare d’avviso (“quando cambiano i fatti, cambio le mie opinioni”), quanto dalla sua intensa e vissuta esperienza di uomo pratico, accorto consigliere del principe e osservatore attivo dei fatti della storia. Non e’ un caso se il “keynesismo” e’ la coperta che tirano credenti e praticanti del “pragmatismo”. Cambiano i fatti, cambino le politiche.

Questo approccio e’ pero’ incompatibile con una riflessione sulle “regole”, che furono il tarlo di tutte le meditazioni di Hayek quale teorico politico. Hayek sapeva che arbitrario, per definizione, e’ il potere. Il potere assoluto e’ quello che non ha bisogno di giustificazioni, che agisce nella sua brutalita’ senza omaggi al consenso o alla convenienza. Frenare, canalizzare, ingabbiare il potere. E’, a questo, non ad altro, che servono le regole. Ed e’ per questo che serve che esse siano fatte in un certo modo.

Non c’e’ norma che possa essere “nuova”. Se cambia una volta ogni sei mesi, in tutta evidenza non e’ una regola. Gli attori economici hanno bisogno di stabilita’. Di un quadro normativo che e’ “certo” perche’ non cambia, o perche’ puo’ cambiare solo attraverso un tipo, ben codificato, di procedure (come nel caso del diritto “fatto dai giudici” dei regimi di common law puri).
La contrapposizione ideologica che si e’ riaperta dopo il collasso di Lehman Brothers verra’ riletta in futuro in modo radicalmente. Scesa la polvere, sara’ finalmente chiaro che chi crede nelle “regole” non e’ chi invoca nuovi interventi o nuove norme. Quella e’ la “guerra regolatoria di tutti contro tutti”, nella quale non a caso la produzione normativa e’ ostaggio di ben definiti interessi particolari, pronti a tarare sui vincitori e sui vinti che essi auspicano ogni innovazione normativa. Al contrario, le regole devono essere stabili. Devono costituire un sistema di punizioni e premi valido nel tempo, indipendentemente da fattori esterni. Devono essere neutrali rispetto agli interessi specifici, lasciando che siano i consumatori - e non i politici - a decretare il successo di prodotti, imprese, manager. Lo scontro che segnera’ il nostro tempo non e’ regolamentazione contro anarchia, ma piuttosto politica contro regole.

Il problema del dibattito ricordato da Vestuti e’ che si inserisce in un tempo, il nostro, in cui e’ la politica a dare le carte - anche perche’ siamo abituati a chiederle molto, troppo. Ma come un governo che puo’ darti tutto puo’ toglierti tutto, cosi’ un governo che puo’ “salvare” l’economia puo’ decretarne l’inesorabile rovina.

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