domenica 5 luglio 2009

DUE DIMENSIONI DI COMUNICAZIONE POLITICA

VOTO EUROPEO


di MARCO ALMAGISTI da www.comunicatoripubblici.it/ newsletter A. VII n. 349 (26/06/2009)

Uno degli interrogativi che hanno dominato il dibattito sulle recenti elezioni europee concerne il mancato plebiscito per Silvio Berlusconi, che ha dovuto “accontentarsi” di vincere le elezioni, ma ottenendo un risultato inferiore, sia in termini percentuali sia in numero di voti, rispetto alle elezioni politiche del 2008.

Considerato l’investimento personale del premier e la sua esposizione mediatica in vista di queste elezioni, qualcuno potrebbe ipotizzare che la comunicazione politica costituisca soltanto una variabile secondaria delle vicende elettorali. Si tratta di un’ipotesi che circola periodicamente nel dibattito politico italiano, ma che risulta sostanzialmente sbagliata. In molteplici occasioni lo stesso comportamento di Berlusconi ha rivelato quanto egli ritenga importante la comunicazione di massa, sia quando ha cercato (come in queste settimane) di impedire la diffusione di immagini della sua vita privata che giudica sconvenienti, sia quando si è opposto (come in questi quindici anni) all’approvazione di leggi sul conflitto di interessi che potrebbero ridimensionare la sua posizione dominante sul mercato dei mass media italiani.

Nei sistemi politici contemporanei il controllo dei mezzi di comunicazione di massa costituisce una questione essenziale. Tuttavia, non si deve dimenticare che quella che avviene tramite i mass media è soltanto una parte della comunicazione politica. Un’altra dimensione molto importante attiene ai rapporti di prossimità, faccia a faccia, che avvengono sul territorio.

Se osserviamo la scena politica italiana alla luce dei risultati delle elezioni europee, oltre al partito fortemente personalizzato del premier (e a quello del suo antagonista principale, Antonio Di Pietro), sono presenti, con un radicamento territoriale più profilato, la Lega Nord, presente soprattutto nel Nordest, e il Partito democratico, la cui flessione nei consensi risulta meno ingente in regioni quali l’Emilia Romagna e la Toscana, ossia laddove può attingere alla rendita costituita dal radicamento del vecchio PCI.

Tuttavia, il radicamento di questi due partiti scaturisce da strategie diverse: nel caso del PD esso è avvertito, da parte della leadership progressista, quale residuo del passato, poco attinente all’era del vaticinato “partito leggero”, caratterizzato da pochi funzionari e organizzazione snella. Invece, la Lega utilizza esplicitamente la propria robustezza organizzativa e il proprio radicamento territoriale quali poderose risorse politiche. In tal senso, il partito di Bossi presenta evidenti analogie esteriori rispetto ai partiti di massa del Novecento italiano (e segnatamente con il PCI): militanti e simpatizzanti della Lega sono presenti sul territorio, cercano di alimentare l’esistenza di corpi intermedi connessi con il partito, organizzano occasioni d’incontro e feste anche nei più piccoli comuni (soprattutto nella campagna urbanizzata del Veneto), mantengono un rapporto prossemico con i cittadini dei ceti meno elevati e, pertanto, più esposti ai rischi dell’anomia e dell’insicurezza.

Si tratta di una somiglianza organizzativa cui non corrisponde necessariamente un’analogia ideologica; se l’hardware leghista è simile a quello dei partiti di massa (anche se su scala territoriale ridotta) il software risulta diverso: infatti le parole d’ordine della Lega fanno sempre riferimento immediato alle peculiarità delle società locali.

Nonostante sia stato raccomandato per decenni da molti politologi, lo snellimento delle strutture partitiche comporta il risultato non trascurabile della rinuncia al ruolo di “cinghia di trasmissione” del consenso sociale e di “sensore” delle aspettative almeno di iscritti e simpatizzanti, se non della società più vasta, che solo una struttura organizzativa radicata nel territorio può garantire, pur con gli effetti collaterali del caso. Infatti, molti amministratori locali del PD, soprattutto nel Nord, hanno lamentato la difficoltà del partito a recepire le domande della società locale o semplicemente a esperire con essa un linguaggio condiviso, mentre la Lega si è radicata nella semiosfera locale, utilizzando simboli di immediata ricezione popolare.

Pertanto, si può affermare che anche le più recenti vicende elettorali italiane confermano la salienza dei rapporti fra politica e territorio e la considerazione della comunicazione politica quale insieme di dimensioni eterogenee e complesse.

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