Un articolo di Repubblica ed un commento di Cristiano Zironi
La pensione in anticipo, l'auto blu, l'indennità che migliora la vita:
radiografia del Palazzo. Dove tutto costa meno ed è più facile
Nel Belpaese dei privilegi quell'extra che rende diversi
di ANTONELLO CAPORALE
Sarà un anno orribile questo, l'ha garantito ieri Giulio Tremonti. La fila dei disoccupati agli angoli delle fabbriche misura oramai esattamente la distanza che separa la moltitudine, di ogni ceto, razza, lingua e religione, dagli eletti. Segno dei tempi è il ragù politico, il piatto di pasta servito alla buvette dei senatori il cui costo - collassato a un euro e cinquanta centesimi per deliberata e generosa scelta del gestore del catering - è stato fatto subito risalire dal presidente del Senato a un euro e ottanta, più in linea e rispettoso dei sentimenti dell'opinione pubblica. (sic! N.d.r.)
C'è una parola, una sola, che pone alcuni lavori fuori dal comune, li innalza e li tonifica: il privilegio. L'extra che cambia il corso della busta paga, consola la vita anche quando è sul punto di finire. E produce quel miracolo che appunto si definisce privilegio, frutto del diritto che cambia natura.
Tutto ha un prezzo. Il silenzio, per esempio. Stare zitti è una fatica e ha il giusto costo. E morire, oltre al dolore inconsolabile, comporta una serie infinita di pratiche e di cerimonie che vanno obbligatoriamente fatturate. L'Iva, la maledetta Iva.
Il premio alla carriera. Una questione a parte, senza volere entrare nel merito del tema che qui lambisce la terra e il cielo, è il pacchetto dei premi fine vita. Apriamo parentesi. Prima della morte, ma forse più dolorosa di essa, c'è la fine della carriera politica, la fine dei sogni e della gloria. Il politico che lascia ottiene un vitalizio. Lo dice la parola stessa: il vitalizio non è la pensione e quindi lo si può raccogliere, a certe condizioni, anche da giovani. E' qualcosa di diverso e, stando all'etimo, sicuramente di vitale.
Antonio Martusciello a soli 46 anni ha lasciato Montecitorio. Per quattordici anni di fila ha servito le Istituzioni e Forza Italia. Se riscatta quattro anni di contributi può godere di un vitalizio formidabile: 7.958 euro (lordi) mensili. E il 49enne Alfonso Pecoraro Scanio, 16 anni trascorsi a Montecitorio, con un minimo riscatto raggiunge il traguardo degli 8.836 euro (lordi) in tasca, senza temere i nuovi ricalcoli pensionistici, il famigerato scalone, espressione che indica ancora lavoro e ancora per tanti anni per i sessantenni.
Oltre al vitalizio, conquistato calcando la scena, a fine carriera si aggiunge un affidamento in danaro a titolo di "solidarietà" o di "reinserimento sociale". L'assegno è pari all'80 per cento dell'indennità per il numero degli anni in cui ha frequentato il Potere. Ti hanno cacciato dal Parlamento e ora? L'anziano Armando Cossutta ha ottenuto 345.600 euro, per esempio. Il più giovane Clemente Mastella 307.328 euro. Proprio Mastella, causa licenziamento, ha raccolto il dovuto: vitalizio (9.600 euro lordi mensili) e assegno di solidarietà. Ma il reinserimento sociale non è riuscito, Clemente ha vagato meno di un anno e sta per tornare nel punto esatto da dove era partito.
L'indennità funeraria. Trombato e premiato perciò. L'indennità, e qui entriamo in una speciale categoria, accompagna la vita del vivo e permette di dare sollievo ai familiari qualora il de cuius abbia davvero deciso di smettere e per sempre. In Veneto si chiamava indennità funeraria. In Sicilia, forse per non dare nell'occhio, la tipologia si è classificata più proletariamente come "sussidio di lutto". Così, il deputato palermitano Giovanni Ardizzone non ha fatto mistero di aver avuto una qualche perplessità anche di natura scaramantica allorché, nel corso del suo mandato di questore dell'Assemblea siciliana, si è trovato a firmare un paio di provvedimenti che erogavano "sussidi di lutto". E ha scoperto, dopo aver chiesto delucidazioni, che nella ricca e antica collezione di decreti del consiglio di presidenza dell'Ars c'è un atto che concede una somma fino a 5 mila euro per le spese relative a funerali di deputati in carica o cessati dal mandato. Soldi ovviamente destinati alle famiglie del caro onorevole estinto. Se l'è cavata magnificamente Ardizzone: "Cosa dire? Noi parlamentari siamo previdenti: pensiamo al nostro futuro. Anche dopo la morte".
Nel 2007 per i "sussidi di lutto" in Sicilia sono stati spesi 36.151 euro. In Veneto non si sa, ma il presidente del consiglio regionale, il leghista Marino Finozzi, interrogato sul triste tema del trapasso, ebbe come un sobbalzo e sinceramente rispose: "Io penso che un contributo pubblico alle spese di funerale per una persona che ha speso 10, 15 o più anni della vita per servire le istituzioni e i cittadini non sia un grande scandalo".
Tocchiamo ferro e badiamo al presente. È un'ora grave, la recessione economica sta travolgendo consuetudini quasi secolari: il Quirinale ha detto addio a 37 corazzieri (da 260 passeranno a 223) le senatrici hanno visto abolito il loro assegno per il parrucchiere, un bonus mensile di 150 euro. "Sono ancora piccole cose", hanno scritto i senatori questori. Piccole ma che danno il segno di un'era nuova, e dei sacrifici che attendono davvero tutti.
La corsia preferenziale. Le piccole cose si fanno poi grandi col crescere delle responsabilità. Conoscete un privilegio più tondo ed esibito di una guida contromano? Il comune di Palermo ha deliberato che i politici, di ogni risma e colore, debbano essere agevolati nel loro movimento. Viaggeranno in corsia preferenziale, ridurranno a una legittima concessione contromano l'attesa di far presto e bene. Ogni cosa al suo posto e ogni responsabilità al livello che merita. Il 22 agosto scorso una circolare di palazzo Chigi ha riclassificato le urgenze e le potestà mutando nel profondo le condizioni del passaggio aereo di Stato. Romano Prodi aveva incautamente ristretto il numero dei beneficiati obbligando persino fior fiore di ministri a giustificare la propria richiesta di volare alto e bene. Silvio Berlusconi ha ricondotto la spesa nei suoi limiti fisiologici: qualche milione di euro in più si spenderà, e però vuoi mettere la resa? Efficienza e velocità per tutti. Quindi tutti imbarcati: premier e consiglieri, ministri e viceministri, persino sottosegretari. Quando e come chiedono, facendo attenzione solo alle coincidenze.
Il costo del silenzio. Bisogna capirsi - e una volta per tutte - dove finisce il privilegio e dove inizia il dovere. L'obbligo per esempio di tenere la bocca cucita. Quando i capi dei servizi segreti Emilio Del Mese, Niccolò Pollari e Mario Mori hanno lasciato il comando, l'Espresso - curioso - fece due conti sulla liquidazione straordinaria che avrebbero ricevuto: la fissò in un milione e ottocentomila euro. Tra le tante voci che avrebbero prodotto una pensione da favola (circa 31 mila euro lordi al mese) per una carriera quarantennale davvero straordinaria bisognò tener conto anche del tributo a una vita pericolosa e soprattutto silenziosa. Allo stipendio si aggiunge infatti, per chi opera nei servizi, un'indennità particolare di funzione che, tra gli addetti, viene definita "indennità di silenzio" e quasi raddoppia l'emolumento base. Voce che poi, alla fine della carriera, viene conteggiata per la quiescenza. Silenzio d'oro, compenso perpetuo. Ma è un trattamento riservato unicamente ai capi. I sottoposti, al momento della pensione, non si portano dietro quella ricca indennità.
Questi tempi moderni hanno anche impresso un'autentica accelerazione allo scambio di idee e di proposte. Con internet tutto si è fatto non solo più semplice ma straordinariamente veloce. E sia il Senato che la Camera consegnano a ciascun eletto, ad ogni inizio di legislatura, hardware e software necessari. Il parlamentare riceve il suo computer (che a fine mandato conserverà) in modo che ovunque si trovi, ovunque, sia nella condizione di lavorare. Qualche mese fa la signora Anna, disperata, (tre figli minorenni e senza lavoro) ha scritto una mail a tutti i parlamentari e ha invocato aiuto. Anna non esisteva e la sua disperazione era finta. Era un modo per testare l'apparato tecnologico in dotazione. Dal momento dell'invio al momento della lettura della mail sono trascorse in media due settimane. Il 42 per cento dei senatori aveva però e purtroppo la casella di posta piena. Alla signora Anna hanno alla fine risposto in 26 che, su 994 destinatari, rappresenta il 2,7 per cento. Non male.
Auto blu e super autista. A ciascuno il suo e ad alcuni autisti, per esempio, una retribuzione maiuscola, calcolata sul giusto: il rischio, la velocità, la fatica di guidare anche di notte. Di pochi giorni fa la notizia che la Camera dei deputati ha riconosciuto, dopo una annosa vertenza, il secondo livello retributivo ai suoi autisti. Porterà a 10.164 euro la retribuzione mensile lorda (dopo 35 anni di lavoro) a chi conduce l'auto blu. Più di quattromila euro netti al mese. Tre autisti dell'Atac ci vogliono per farne uno della Camera. Ma il Parlamento è un mondo a parte, non fa testo. Un bravo barbiere, se riesce a imboccare il portone di Montecitorio, supera in progressione e di molto lo stipendio di un magistrato d'appello (fermo a 98mila euro l'anno), e un operaio specializzato (tubista, elettricista) se ha la ventura di lavorare alla Camera è sicuramente nella condizione di raggiungere e superare lo stipendio di un professore universitario, persino di un cattedratico barone. Alla Camera ogni cosa ha costi elevatissimi, e persino le spese minute diventano mostruose: l'anno scorso 650 mila euro sono volati via proprio per la minutaglia, le spese vagabonde. Ma lì anche gli appendiabiti e chissà quale altro accessorio dei guardaroba (giacché le guardarobiere sono pagate a parte) sono valsi nell'ultimo bilancio un accantonamento monstre: 205 mila euro. Disse Goffredo Bettini, al momento di metter piede a Montecitorio: "Mio padre mi ha lasciato ricco. Sono diventato assai meno ricco quando per anni, come segretario del Pci di Roma non ho preso lo stipendio. Tuttavia il mio partito mi ha restituito i privilegi eleggendomi prima alla Regione e poi in Parlamento". Privilegiato, esatto. Tra le cento carezze parlamentari anche una voce destinata alla lingua, a parlar bene e a farsi intendere meglio. Per la formazione linguistica ai deputati investiti nel 2008 ben 900mila euro. In Parlamento si parla, nevvero?
(6 marzo 2009)
COMMENTO di PCZ.
Anche l’articolo di Caporale conferma quanto dettatomi dalla personale esperienza. Nella tanto vituperata “prima repubblica”, soprattutto prima dell’ultima fase, conclusasi non a caso con Tangentopoli, la condizione e quindi il costo dei parlamentari era ben diverso e ridotto. Intanto occorre una premessa, all’epoca (dal dopoguerra a fine anni settanta) l’elezione dei parlamentari avveniva sulla base di designazioni dei partiti e con l’esercizio della preferenza. Le preferenze, ovviamente andavano a chi aveva maggior radicamento sul territorio e maggiore rappresentatività reale. Nella DC gli eletti venivano sostenuti e votati dalle associazioni di categoria e dalle forze sociali che li esprimevano: l’azione cattolica, i coltivatori diretti, le associazioni degli artigiani e dei commercianti, in sostanza forze realmente presenti dentro la società e che quindi convogliavano ingenti consensi. Senza contare che la rappresentanza effettiva dei collegi elettorali da parte dei deputati e senatori li obbligava a – come si diceva – a “curare il collegio” in tutti i fine settimana e quindi a farsi carico di conoscenze dirette e di coinvolgimento di persone e associazioni. Oggi tutto questo è sparito e con l’elezione senza preferenze, l’eletto, melius il “designato”, deve rendere conto solo al suo “sponsor”.
Qual è la conseguenza? Molto semplice. I parlamentari di una volta potevano usufruire delle strutture immobiliari e logistiche dei partiti e delle loro organizzazioni di riferimento. Quelli di oggi sono spesso “gentili signori o signore” che rappresentano solo se stessi e sono stati scelti dai leader nazionali con un occhio di riguardo all’estetica e alla comunicazione, ma non rappresentano nessuna forza sociale né alcun ambito o categoria reali.
Nell’articolo di Caporale si dimentica, inoltre, la massa più ingente dei costi politici e parlamentari: gli immobili, le attrezzature, i servizi ed il personale che è stato predisposto a favore dei mille parlamentari. Non è tanto lo stipendio, cioè l’indennità, ma il coacervo delle aggiunte e non solo i privilegi esposti nell’articolo, ma quelli più normali, ordinari.
Una volta deputati e senatori a Roma se volevano un ufficio, una struttura di segreteria e il relativo personale e servizi, se lo pagava o, meglio, utilizzava quelli di partito. Il Pci aveva la gigantesca struttura di via delle Botteghe Oscure. La DC aveva il palazzaccio dell’EUR, oltre a sedi prestigiose come piazza del Gesù, corso Rinascimento 113, la Camilluccia per le riunioni ed i corsi di formazione. In quelle sedi si posizionavano i parlamentari che, prevalentemente, erano anche responsabili di uffici di settore del partito.
Con la scusa di Tangentopoli, per evitare – si diceva – che i parlamentari fossero spinti a incassare tangenti per pagarsi le spese “di lavoro”, fu deciso di aumentare le indennità, di caricare sui bilanci delle camere tanti uffici quanti sono i parlamentari (Rastrellando tutti gli antichi palazzi della zona e riducendo tutto il “super”centro storico di Roma ad un club esclusivo di politici e portaborse), con relativo mobilio, attrezzature informatiche e comunicazionali, ovviamente con la messa a disposizione di personale, auto, materiali di consumo e cancelleria, ecc. ecc. Per sopperire alle esigenze “di collegio”, anche se non c’è più la rappresentanza di collegio, sono stati introdotti fondi per pagare segretari e segretari anche nel luogo di residenza. Sono questi servizi cosiddetti istituzionali e ordinari che rappresentano un vero “privilegio”. Certamente che oltre al lavoro di aula o di commissione, il poter disporre di comodi uffici (il cui costo base, più luce, riscaldamento, confort vari è a carico della collettività) mette i deputati e senatori di stare meglio, ma purtroppo non garantisce che anche “lavorino meglio”, cioè con maggiore impegno, efficacia e professionalità, quando questa manca per il reclutamento originario di base. Di qui la ribellione verso la “Casta” del buon Gian Antonio Stella!
La cosa più scandalosa, in questo bailamme di privilegi parlamentari, è infine la questione pensioni, o meglio vitalizi. Primo per come sono originati e devoluti. Secondo per la loro cumulabilità con qualsiasi altro trattamento professionale o pensionistico. Terzo per il trattamento fiscale. Quarto per tutti gli altri “paracadute” che i parlamentari hanno quando escono di scena, solo in parte colti dall’articolo. Caporale si occupa delle scene ad effetto come l’indennità mortuaria, che non hanno consistenza economica e non rubano a nessuno. Invece il grave è che un deputato quando cessa, trova subito una presidenza di un ente, un riciclaggio negli enti locali o nelle loro aziende speciali, e se è nella manica del suo leader di partito, addirittura nomine di alto bordo: direttore generale (figura totalmente inventata!) del gruppo parlamentare, presidente di una società a partecipazione statale (ce ne sono ancora, nonostante la sparizione dell’IRI che funzionava bene), la Rai, le Autority, perfino la Treccani!
Comunque torniamo al t.f.r. (trattamento di fine rapporto) dei parlamentari. Il vitalizio viene finanziato e assegnato indipendentemente dal periodo di servizio (una volta scattava la pensione solo dopo due legislature intere, poi anche se una era stata troncata da uno scioglimento anticipato, poi da una sola legislatura ed ora anche da meno di mezza!). Non succede da nessuna parte ed in nessun settore lavorativo. Se un dirigente viene a cessare il rapporto di lavoro, il tfr vale per il periodo effettivamente svolto. Se l’azienda chiude, l’Inps corrisponde temporaneamente un’indennità. Ma nessun vitalizio, cioè una corresponsione per tutta la vita, magari fino a oltre 90 anni.
Inoltre il t.f.r. delle persone normali ed una volta anche dei deputati era originato e finanziato da dei prelievi effettivi, tant’è vero che si chiamava “retribuzione differita”. Oggi il vitalizio viene coperto da impegni della camera o da pure anticipazioni sul trattamento futuro. Cioè mi pago una pensione futura, con un prelievo che risulterà parte, piccola parte, di quella medesima pensione! In pratica di mio non ci metto né ci verso subito niente! E comincio a riceverlo, prima ancora dell’età pensionabile.
Infine esso è cumulabile con qualunque altra pensione, perfino statale, per cui posso cumulare 9.900 euro mensili di vitalizio, con una pensione di superburocrate o di ex-ministro di 15-20.000 euro (per gli ex-di enti economici importanti o di Bankitalia la cosa è pazzesca). Sul trattamento fiscale, dopo un tentativo di renderlo del tutto esente, oggi comunque gode di un trattamento di favore, senza incremento di aliquota.
Questi sono i costi ingenti dei parlamentari. Ridurne il numero, è demagogico, ma non molto rilevante. Sarebbe meglio togliere tutti i suddetti privilegi e far tornare i parlamentari ad aver bisogno del collegamento con i propri mondi di riferimento e magari portarli ad essere eletti non per cooptazione, ma realmente scelti dagli elettori.
Concludo con un post scriptum che in parte è collegato ai ragionamenti sopra esposti. Il povero Veltroni ed i suoi giannizzeri hanno contrabbandato come una vittoria l’aver accettato il quorum del 4% per le elezioni europee con la permanenza delle preferenze. Vuoi vedere che anche così i due “partitoni” (Pdl e purtroppo anche PD) riusciranno a neutralizzare la possibilità di scelta degli elettori e ad imporre i propri vassalli? E come? In modo semplicissimo. Poiché non sono state eliminate le doppie, triple e infinite candidature, succederà che Berlusconi sarà capolista in ognuna delle 5 circoscrizioni, inoltre saranno inseriti i ministri e personaggi nazionali più rilevanti (che poi si dimetteranno). In pratica in ogni lista i residui posti saranno rappresentati dal numero di seggi che si prevede di conquistare. Quindi i candidati sono automaticamente eletti, indipendentemente dalle preferenze, con l’aggravio di giocare anche sulle opzioni fra i vari collegi! Veramente indegno.
Comunque concludo per sottolineare che, in buono sostanza, l’articolo di Repubblica come tanti altri scritti analogamente, anche in perfetta buona fede contro la “casta”, non colgono il fulcro del problema né si fanno carico di una stagione, molto deviata per no dire qualunquistica, portata più a criticare l’inefficienza di un “organo collegiale” come il parlamento che non a mettere gli occhi puntati sopra una deriva autoritaria che è rappresentata da un “organo monocratico” come il Premier. Già oggi, con un migliaio di parlamentari che bene o male “sentono” il loro ruolo e si presume che lo vogliano difendere contro le sopraffazioni e le derive autoritarie, c’è – non solo da parte di Berlusconi, ma anche da tanti “nuovisti” magari ex-Ds! – la tentazione di svilire il parlamento, utilizzando lo strumento dei decreti-legge, l’abuso della questione di fiducia, la contrazione dei tempi di discussione, ecc. Una volta che il Senato fosse composto solo dai rappresentanti designati dalle Regioni (come oggi avviene per i “grandi elettori” del presidente della repubblica) e quindi non avesse più la rappresentanza generale del Paese e si trovasse limitato perfino nella funzione legislativa, nel senso di consentirgli l’esame dei soli provvedimenti localistici riguardanti le regioni e privandolo quindi totalmente della “seconda lettura” delle leggi nazionali, una volta che la Camera dei Deputati fosse ridotta di numero in modo significativo (perché non avrebbe senso “risparmiare” solo di 30 o 40 seggi, ma si parla in progetti già presentati di non più di 400 deputati), ed inoltre considerando che dei 400 residui, magari, 250 sono blindati nella maggioranza, quindi alle “dipendenze” (sic!) del Governo, in pratica la libertà di espressione e di critica e la stessa rappresentanza degli interessi generali del Paese sarebbe molto ridotto e conculcata. La nostra da repubblica parlamentare diventerebbe inevitabilmente una repubblica presidenziale o un mostriciattolo para-autoritario. E’ questo il timore più che legittimo che si appalesa dietro certe smanie riformatrici, pur se si presentano ammantate demagogicamente e furbescamente di ipotesi di risparmio e di efficienza.
Possibile che solo dei grandi vecchi come Dossetti, Scalfaro e Andreotti avvertano tali rischi e si esprimano con dubbi fondati verso le ipotesi di parlamenticidio?
Il mio invito è a vigilare, a pensare in profondità oltre le mode e a cercare di rimettere in piedi dei partiti che abbiano una cultura istituzionale seria e profonda e non siano schiavi dello spadroneggiamento mediatico.
Cristiano Zironi, Padova
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