martedì 10 marzo 2009

Diamo credito al tentativo di Franceschini

Bisogna dare credito al tentativo di Dario Franceschini. Bisogna persino essere generosi con lui, e dunque col partito che dirige. Per quanto ci riguarda, l’impresa non è facile. Non ci è piaciuto il modo in cui Franceschini è diventato segretario del Pd, e non l’abbiamo nascosto...

Antonio Polito
Il Riformista
10/3/09

Re Franceschiniello, l’abbiamo definito, per segnalare la stranezza di un partito che si affida a un reggente a tempo, per giunta all’indomani della gravissima crisi politica e di leadership che ha portato alle dimissioni di Veltroni. Ma ora che quella scelta è stata fatta, bisogna dargli credito. E proverò qui a spiegare perché.

Con Franceschini, le ambizioni e i progetti del Pd sono infatti radicalmente cambiati. Diciamo che se con Veltroni il Pd giocava per lo scudetto - perso malamente alle elezioni, per poi franare radidamente verso il fondo della classifica - con Franceschini il Partito democratico lotta per non retrocedere. In termini politici, si è passati dalla vocazione maggioritaria alla vocazione minoritaria. E a un allenatore che lotta per non retrocedere i critici non possono chiedere il bel gioco, la visione, l’invenzione, perché non è con quelle qualità che si resta in serie A. Nei quartieri bassi della classifica (22% alle ultime rilevazioni demoscopiche), ci vogliono grinta, corsa, voglia di combattere su ogni pallone, a testa bassa e gomiti alti.
Del resto è stato Franceschini stesso a dettare l’agenda della sua reggenza: il mio compito - ha detto - è impedire che l’astensionismo, la delusione, il disincanto, portino via così tanti voti al Pd alle europee da mettere a rischio la sua stessa esistenza, dando di converso al Cavaliere una forza strabordante e irrefrenabile, del tutto anomala in una democrazia bipolare.

e si tratta di lottare per non retrocedere, alla Carletto Mazzone tanto per proseguire nel paragone calcistico, Franceschini sta facendo abbastanza bene. Si può criticare - e su questo giornale è stato criticato - quel tanto di demagogico che c’è nelle sue ultime proposte, quella dell’assegno per chi perde il lavoro e quella dell’uso dei risparmi dell’election day per le forze dell’ordine. È chiaro che non sono questi gli ingredienti con cui si costruisce una ricetta credibile per il governo futuro del paese. Né bastano a identificare una via d’uscita da sinistra alla formidabile crisi economica che investe l’intero Occidente. Ma, di questi tempi, chi lo fa? Vedete forse qualcuno a sinistra, Obama compreso, che sia in grado di accendere una luce in fondo al tunnel della sinistra mondiale, che sembra travolta dal crollo di quel mondo di turbo-finanza e iper-liberismo che pure aveva così criticato? E, per essere onesti, vedete forse a destra qualche Messia? Berlusconi forse? O Tremonti?

No, la verità è che la confusione è massima sotto il cielo, e che la situazione non è affatto eccellente. Chiedere a Franceschini oggi, in questo bailamme, di costruire in quattro e quattr’otto quella Weltanschauung riformista che in Italia la sinistra non è riuscita a costruire neanche negli anni della Terza Via di Clinton e Blair, sarebbe davvero troppo.

Nelle condizioni date, dunque, Franceschini sta facendo il suo onesto lavoro. Innanzitutto sta tornando «back to basic»: la sinistra si occupa innanzitutto della condizione di vita della gente. Veltroni abbaiava alla luna, disegnava grandi progetti, sognava un’Italia che non c’è. Si perdeva dietro a questioni morali e costituzionali che portavano solo voti a Di Pietro. Franceschini, almeno, parla di soldi, assegni, benzina alle auto della polizia. Con l’eccezione dell’iniziale giuramento sulla Costituzione - più un tributo a Veltroni che al padre partigiano - parla di solito come la gente mangia. In secondo luogo non disegna grandi scenari planetari di economia e finanza, ma tenta di tradurre ogni proposta in un modo che passi al tg della sera. In terzo luogo, lancia una proposta alla volta, invece di riunire pletorici governi ombra che partorivano interminabili conferenze stampa.

Cerca, chiaramente e semplicemente, voti. E non li cerca dove in queste condizioni non li potrebbe prendere, dalle parti di Berlusconi; li cerca tra quelli che gli spetterebbero e se ne sono andati, tra gli astensionisti, tra i dipietristi, e, perché no, nell’elettorato smarrito della sinistra radicale. Finora il tentativo non è riuscito. Il 22% è una condanna. Ma può riuscire. Non può portarlo molto in là, ma può portarlo sopra la linea di galleggiamento. Può evitare al Pd l’annegamento.

Questo, di per sè, è già un degno obiettivo politico per il segretario di un partito. Ma noi vorremmo aggiungere un’altra ragione che ci spinge a dar credito al tentativo di Franceschini, meno partigiana e più nazionale, se così si può dire. E la ragione è che l’Italia, proprio nella crisi, ha bisogno di un’opposizione che morda. Guardate alla storia dell’assegno. Quella proposta ha quanto meno avuto il merito di svegliare il governo da quello che Emma Marcegaglia aveva definito il suo «immobilismo». Hanno rifatto i conti, hanno visto che si poteva trovare un gruzzoletto in più da destinare agli ammortizzatori, si sono affrettati a convocare il Cipe per rigiocarsi i 17 miliardi per le infrastrutture.

Questo è accaduto perché la proposta dell’assegno, nella sua semplicità e forse anche semplicismo, conteneva un problema e un bisogno, dava corpo all’allarme che c’è nelle famiglie tra chi rischia di perdere il posto, a tempo determinato ma più ancora a tempo indeterminato.

A questo serve l’opposizione, in democrazia: a tenere sulla corda la maggioranza e a costringerla a una competizione. Se l’onesto lavoro da mediano di Franceschini ottenesse anche solo questo, sarebbe già un passo in avanti per un sistema politico chiaramente e pericolosamente squilibrato. E se invece non ci riuscisse, se davvero alle europee Berlusconi doppiase il Pd, come gli augurano i sondaggisti amici, non sarebbe affatto un bene per la democrazia italiana. Tutt’altro.

Per questo il tentativo di Franceschini di evitare questo esito va apprezzato. Non disegnerà certamente il sol dell’avvenire della sinistra italiana. Ma nessuno lo disegnerà per un bel po’, se tra tre mesi non ci sarà più il Pd.

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