OLTRE I POLITICI E I PARTITI
di ALBERTO MINGARDI da “IL RIFORMISTA”, 8/03/09
Gli Stati canaglia sono sempre gli altri. Anche per questo, il nuovo libro di Piero Ostellino è destinato a colpire. O meglio, colpisce. Nel segno. Parlando sin dal titolo, con la sorniona autorevolezza che gli deriva dall'essere stato direttore del Corriere della sera a un'età irripetibile, e di esserne ora uno degli editorialisti più limpidi, chiari, e per questo amati dal lettore, di Stato canaglia al singolare. Stato canaglia è quello che sovrasta tutti noi italiani, ma attenzione: il saggio di Ostellino non è l'ennesimo j'accuse giornalistico, un elenco puntuale e urticante di privilegi e prebende e leggi e leggine ad personam. Al contrario, non a caso l'autore misura le distanze dalla Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, che pure editorialmente parlando giocano nella stessa squadra. Per Ostellino, da buoni cronisti Rizzo e Stella «non dicono quale sia il rapporto fra causa - la natura dello Stato e la cultura della sua classe dirigente - ed effetto (gli sprechi, le inefficienze, i privilegi)». A riannodare causa ed effetto è questo Lo Stato canaglia, che completa il best-seller rizzoliano addentrandosi su un terreno più difficile e scosceso. Non solo e non tanto la denuncia della "canaglia di Stato" che come ben sappiamo da anni immemorabili ci sgoverna, con le mani più o meno pulite. Ma la ricostruzione puntuale di ciò che sta dietro, delle molte ragioni per cui lo Stato «è quella grande invenzione grazie alla quale tutti cercano di vivere alle spalle di tutti gli altri», come ebbe a scrivere Frédéric Bastiat.
Ecco, Lo Stato canaglia è assieme un libro potenzialmente sfortunatissimo, e il libro di cui c'è più bisogno in giorni come questi. Perché è un pamphlettone che con dissacrante chiarezza e italiano rotondo accompagna il lettore, per filo e per segno, nell'universo concettuale di ciò che nel mondo si chiama "liberalismo classico" e in Italia, approssimando per difetto, liberismo. Cioè una teoria politica pluriforme e sfaccettata, stonata e minoritaria, che a chi vi aderisce non promette né il paradiso in terra né il senso della vita, quanto la medicina più imbevibile per noialtri "cittadini schizoidi": il senso del limite, un fragile argine contro la strabordante prepotenza dei pubblici poteri.
È il caso, oggi, con la parola "nazionalizzazione" che è entrata di gran carriera nel vocabolario degli anglosassoni, e l'Europa del mercato unico che s'appoltiglia di giorno in giorno, di dissotterrare la lezione di quei Locke, Hume, Hayek, e del nostro Bruno Leoni, coi quali Ostellino cerca di avvicinare anche il lettore che meno frequenta questa periferia del pensiero al "liberalismo, questo sconosciuto"? Di qui la probabile sfortuna del libro, destinato ad essere vissuto come uno scomodo memorandum dai liberali a corrente alternata, ma anche il suo più consapevole merito.
Per Ostellino, «la Casta non è una classe politica disonesta o anche solo incapace» ma lo «Stato stesso; Stato ipertrofico, invasivo; Stato della spesa pubblica e delle tasse elevate; Stato razionalmente consapevole del proprio ruolo e determinato a imporlo. «Stato canaglia» che, attraverso i rappresentanti del popolo al governo, quale ne sia il colore, utilizza l'eccesso di potere di cui dispone per estorcere quanta più ricchezza può al popolo». Su questo terreno, l'ex direttore del Corriere si allontana con serena fierezza da certe esperienze che pure in Italia hanno segnato la parola "liberale" per generazioni. Perché egli è, per così dire, liberale in quanto realista: come dimostra l'allegria con cui dardeggia totem ancora ben saldi, nel nostro discorso pubblico. La rivoluzione francese e, latu senso, la democrazia: che non è il bene assoluto, ma il minore dei mali possibili, non fine ma procedura, metodo imperfetto con cui il suddito sceglie i suoi padroni. La Resistenza e la nostra Costituzione, in cui le culture politiche autoritarie fanno premio sul gusto della libertà, cementando una «falsa coscienza sociale» destinata a produrre «quell'ossessione burocratica» che rende Ostellino dubbioso circa ogni progetto di riforma, di efficientizzazione, dello Stato così com'è: lo si può solo tagliare, non migliorare. L'Unione Europea «e i suoi gesuiti»: qui all'appello non mancano illustri corrieristi d'altra schiatta, fra cui Mario Monti, cui un liberista rimprovera la «difesa europea della concorrenza fondata su normative e procedure di chiara impostazione dirigista, così come lo è l'ambigua espressione "economia sociale di mercato"».
Se il mercato è irriducibile alla caricatura della «concorrenza perfetta», pure esso non è «mercatismo». Tant'é che, ne Lo Stato canaglia, non possono mancare pagine vigorose dedicate alla «enciclica di Giulio Tremonti», nostalgico dell'autarchia quando «sotto il profilo storico, sono state la liberazione dei mercati nazionali, e la loro apertura alle importazioni, l'eliminazione del protezionismo industriale e dei sussidi pubblici alle esportazioni» a spianare la strada alla libertà degli individui. La smithiana "Ricchezza delle nazioni" è coeva della rivoluzione americana.
Questo non è un libro sulla crisi. È un libro sul prima e sul dopo la crisi. Il prima di un'Italia di cui più che i vizi levantini, Ostellino distrugge l'infrastruttura giuridica che quei vizi ha elevato a sistema. E il dopo che vedrà il deja-vù di un'economia statizzata e compressa, e per questo desolata, quando la «strada verso la società aperta» passa per «deregolamentazione e liberalizzazione». Non so se la coerenza iconoclasta di Ostellino gli varrà amici e supporto, nell'establishment di cui a pieno titolo fa parte. Ma Albert J. Nock insegnava che, quando frana il sostegno sociale alla libertà, bisogna preparare tempi migliori predicando al "residuo", ai pochi che hanno ancora la forza di tenere gli occhi aperti. La guerra di Piero è la loro.
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