Carlo Annoni sulla vicenda dell'impianto Biogas di Lusurasco.
Una vicenda che spiega il declino italiano
La tortuosa vicenda dell'impianto BIOGAS proposto da Conserve Italia presso lo stabilimento di Lusurasco di Alseno, merita una riflessione pubblica in quanto esempio di progetto industriale economicamente e ambientalmente vantaggioso per la comunità, e purtroppo bloccato da chiacchiere, ignavia e opportunismi.
Prima di azzardarmi a qualche considerazione vorrei sintetizzare la vicenda, il cui avvio formale è datato febbraio 2008:
* Stiamo parlando di un impianto per la cogenerazione di calore ed energia elettrica alimentato a Biogas della potenza di circa 1MW elettrici e come tale classificato nei piccoli impianti di produzione energetica
* L'impianto, per la produzione del biogas, sfrutta la digestione anaerobica degli scarti (o meglio sottoprodotti) di origine agricola provenienti dalle lavorazioni dello stabilimento (che ricordo produrre mais dolce)
* L'impianto permetterebbe alla azienda di produrre 8.000.000 KWh/anno di energia elettrica oltre al calore che verrebbe utilizzato nel ciclo produttivo aziendale, con un ricavo o risparmio per la stessa di centinaia di migliaia di euro all'anno.
* L'impianto consentirebbe di evitare la dispersione in atmosfera di metano e altri gas serra (equivalente a migliaia di tonnellate di CO2), cui va aggiunta la compensazione di alcune migliaia di tonnellate equivalenti di CO2 recuperate con la produzione di energia e il mancato traffico di camion. Per avere un confronto si pensi che un'auto di media cilindrata percorrendo 12.000 Km all'anno produce meno di 2 tonnellate di CO2.
* La tecnologia utilizzata per l'impianto è matura e in Europa sono migliaia gli impianti esistenti, in genere localizzati proprio nei Paesi con maggiore sensibilità ambientale (Germania, Danimarca, Austria, Svezia)
* Da prima della formalizzazione della richiesta è già attivo un comitato locale contro l'impianto
* La Conferenza dei Servizi, organo preposto dalla Provincia alla approvazione del progetto, il 16/12/08, decide che, "pur a fronte di valutazioni di tipo ambientale non sfavorevole, ritenuto di esprimersi per la necessità di sottoporre il progetto alla procedura di VIA [nda: VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE], in considerazione della ravvisata non conformità urbanistica del progetto stesso alle previsioni del vigente piano strutturale del Comune di Castell'Arquato"
Che dire ora, dopo aver elencato i fatti?
Partirei dal fatto che ci troviamo, dopo quasi un anno dalla richiesta, con un importante investimento economico e ambientale fermato da una nuova richiesta di produzione di documentazione e adempimenti burocratici.
Certo che, se un impianto da energie rinnovabili da 1MW (quindi un impianto per legge non soggetto al VIA), si trova a sottostare alle stesse incombenze e lungaggini di una centrale nucleare, ci sembra evidente che in Italia le energie rinnovabili non riescano a crescere e si riparli invece di nucleare, per il quale se non altro gli interessi e gli appetiti sono ben maggiori.
Mi sembra anche evidente del perchè l'Italia attiri così pochi investimenti esteri: quale capitalista investirà mai in Italia vista la totale incertezza delle procedure decisionali? Visti i tempi indefiniti con cui si potrà realizzare l'investimento?
Cito a proposito le conclusioni di uno studio commissionato da APER (Associazione Produttori Energie Rinnovabili) riportato sul sito ENEL.IT e che afferma
È tuttavia importante ricordare che per tutte le fonti, secondo APER, oltre ai costi di produzione riportati nello studio, vanno considerati degli extra-oneri imputabili all’inefficienza del “sistema Italia”. Extra costi che attualmente gravano per circa il 35% oltre ai costi reali. Si tratta di oneri non connessi alle tecnologie, bensì al “rischio” del processo autorizzativo, alla dipendenza da tecnologie di importazione, agli effetti della sindrome NIMBY [NdA: Non nel mio cortile], agli oneri compensativi eccetera.
Ora questo problema riguarda certamente le energie rinnovabili, ma in realtà riguarda tutte le imprese, anche se con percentuali di aggravio diverse.
Ma ci possiamo permettere questi costi aggiuntivi?
La risposta ce la darà nei prossimi anni chi, come Conserve Italia, vede i propri progetti industriali fermati da argomenti incosistenti che trovano nell'opportunismo dei politici (in questo caso quelli della opposizione del centro-destra che ha cavalcato irresponsabilmente la protesta di pochi) e nella ignavia di tecnici e amministratori preoccupati di porsi contro qualche potenziale elettore.
L'impianto di Lusurasco, se l'investimento dovesse ancora tardare, diventerà probabilmente antieconomico in tempi brevi e quindi ci dovremo aspettare la crisi di una azienda oggi sana e vitale.
Come ha affermato recentemente Michele Lodigiani, Presidente di Confagricoltura Piacenza, in relazione a questa vicenda e alla decisione della Conferenza Servizi: "Chi pensa che gli imprenditori possano lavorare in queste condizioni è al di fuori della realtà."
Non ultimo, grazie a (non) decisioni come queste, la politica del governo Berlusconi troverà motivi e ragioni per frenare accordi europei e internazionali di difesa ambientale. E di questo ci ringrazieranno i figli e le generazioni future.
Vorrei, se possibile, essere ancora piu' negativo nel fare un bilancio di questa vicenda.
Nei giorni scorsi Mario Spezia, vice-presidente della Provincia di Piacenza, ha inviato una lettera aperta a Conserve Italia per stigmatizzare le non-decisioni della Provincia stessa.
Riporto letteralmente le conclusioni per poi soffermarmi su alcune di queste:
.. sono anche io [Mario Spezia] deluso dal risultato finale della Conferenza dei Servizi
* come cittadino per la mostruosità di una burocrazia che ha ormai acquisito enormi strumenti legali per procrastinare all’infinito ogni decisione;
* come Assessore all’Agricoltura per il danno di immagine e di prospettiva di sviluppo economico che da questa vicenda può derivare al nostro sistema agricolo ed agroalimentare in una fase di costruzione (attraverso il PTCP) delle future politiche territoriali che vogliamo, invece, incentrare proprio sul mantenimento della ruralità del territorio e, quindi, del sostegno al mondo agricolo;
* come iscritto e militante di un partito, e sostenitore della democrazia e della partecipazione quale unico ed effettivo momento di crescita e di progresso sociale, per la ennesima certificazione della “inutilità della politica” che, autonomamente, ci siamo rilasciati.
Ora, quando la vita delle imprese (e dei cittadini) è in balia dei capricci della burocrazia, sappiamo bene che si creano le condizioni perchè dalle strade ufficiali si passi alle scorciatoie. Non è un caso che la corruzione sia maggiore nei Paesi in cui alla certezza delle leggi e dei tempi subentrano la discrezionalità dei potenti di turno (non necessariamente i politici, ma spesso alti funzionari e burocrati), che utilizzano la burocrazia ai propri fini.
Sappiamo anche che i capitali sono nomadi, e che, se non trovano adeguati modi di investimento in un Paese, vanno altrove.
Il problema della crisi italiana è anche questo.
Infine la "inutilità della politica", o meglio direi della inutilità della democrazia, che sembra palesarsi a fronte della incapacità della democrazia a decidere.
Se la democrazia diventa incapace di decidere è evidente che, alla prima situazione di crisi, si consideri la democrazia stessa come un lusso di cui si può e si deve fare a meno.
Se la democrazia non decide allora la società cerca e cercherà risposte che garantiscono decisioni, pur che sia, vuoi attraverso mezzi extra-legali vuoi sospendendo nei fatti la democrazia partecipativa.
Tendenze entrambe non puramente teoriche nell'Italia attuale.
I partiti che incoraggiano o semplicemente subiscono veti e ricatti sanno che stanno minando la democrazia alle fondamenta, perchè una democrazia che non decide è un orpello inutile che prima o tardi verrà sacrificato alle necessità della società.
Per questo ritengo sia importante affrontare con evidenza pubblica questo piccolo caso, che altro non è che il paradigma di uno Stato che non funziona e rischia di fallire. Con tutti noi.
Carlo Annoni
Presidente Associazione "Libertà e Responsabilità"
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