L'amico Luigi Gazzola ci propone una riflessione sulla situazione politica italiana a partire dalla contestazione studentesca
Il crollo delle borse ci ha proiettati in una crisi finanziaria storica e di proporzioni globali. Viviamo un tempo segnato da trasformazioni che richiederebbero continui cambi di passo e direzione. Gli Stati Uniti hanno invertito la rotta eleggendo un presidente democratico, addirittura nero, che mette l’ambiente in cima alle priorità politiche. L’UE gioca d’anticipo e punta sul verde, clima e energia rinnovabile come nuove opportunità di sviluppo. Il nostro premier con entusiasmo e consueta lungimiranza si accoda, convinto che “occuparsi di clima adesso è come avere la polmonite e pensare alla messa in piega”. In Italia i timori generati dalla recessione accrescono un già consistente substrato di paure, in parte indotte ed abilmente alimentate fin dall’ultima campagna elettorale. Le risposte governative, fatte in prevalenza di annunci, sono insufficienti a contenere l’allargamento delle fasce di povertà verso l’ex ceto medio e inadeguate a sostenere i livelli di reddito delle fasce deboli e occupazionali.
La perdita del lavoro, i salari insufficienti, i mutui a rischio, le crescenti difficoltà non vengono però addebitati alla responsabilità del governo che continua a godere, malgrado la congiuntura sfavorevole, di forte quanto inspiegabile consenso.
Il Paese sembra affetto dalla “sindrome di Stoccolma”, “tiene” per i suoi sequestratori. Di diritti, di speranza e di futuro. Autentici Robin Hood all’incontrario che tolgono a chi non ha o ha poco per dare a chi ha o ha molto. Gran parte degli italiani in ostaggio subisce la ridondante azione mediatica che quotidianamente magnifica le gesta governative e di conseguenza crede alle false promesse di libertà e prosperità sapientemente inculcate. Non pare rendersi conto dei pericoli e della gravità della situazione che si profila. Diffida della proposta dei “liberatori”, di una opposizione cioè sempre più disorientata, incerta sulle strategie ed autoreferenziale, incapace di un colpo d’ala. Del resto se i soccorritori agiscono in ordine sparso e non sono all’altezza, è giocoforza confidare, se non nei patetici inviti all’ottimismo e agli acquisti, quanto meno nella clemenza dei carcerieri.
Tuttavia qualcosa si muove. Lo scossone prodotto dalla mobilitazione giovanile contro i tagli alla scuola ha prodotto una forte incrinatura in un clima politico che si palesa sonnolento e immutabile. Un evento che per le sue modalità ha un significato che va oltre quello importantissimo della difesa del diritto all’istruzione. Con mezzi scarsi, senza televisioni, senza bandiere di partito e condizionamenti ideologici, mossi solo dall’indignazione, i ragazzi dell’Onda hanno messo in seria difficoltà un governo sostenuto da una solida maggioranza.
Una indignazione che ha altrettanto solide motivazioni nei tagli del decreto Gelmini, nelle condizioni di vita sempre meno sopportabili dentro e fuori la scuola, in una aspettativa di futuro precario e perciò drammatico. La protesta dei giovani non ha avuto nulla di estremista, come pure la si vorrebbe dipingere, piuttosto è pacata e seria, costruttiva. Sostiene Nando dalla Chiesa, che chi vuole contestare una società cialtrona, villana e rancorosa non può che essere serio, gentile e gioioso, che è l’unico modo, oggi, per essere alternativi. I giovani non si rifanno a modelli del passato, non si scontrano con una società autoritaria, con genitori “matusa”, non vogliono sostituirsi agli insegnanti. Non devastano vetrine e imbrattano muri, semmai coinvolgono insegnanti e genitori, cercano il contatto con la gente per spiegare le proprie ragioni, riuscendo a mettere insieme nord e sud attorno ad interessi alti, studio e lavoro. Non distruggono ma cercano di costruire con spirito riformatore. Riformista. Per questo non delegano. Sono loro il cambiamento che desiderano - direbbe Ghandi - e deliberatamente ignorano i partiti, come ignorano le provocazioni e le istigazioni a delinquere di matrice cossighiana.
Le agitazioni studentesche indicano un segnale di ripresa, di risveglio dal sonno dogmatico in cui il Paese sembra precipitato.
E’ difficile ipotizzare quali potranno essere le conseguenze della contestazione in atto, anche se la parziale marcia indietro del governo sulla scuola è un primo risultato significativo. L’auspicio è che il movimento degli studenti e dei professori, sostenuto dalle famiglie, non si arresti ma sia in grado di proseguire il cammino e passare da un piano rivendicativo ad uno più politico, legando, nel proprio sforzo riformatore, i destini della scuola a quello della società nei suoi molteplici aspetti. Se ciò accadrà il giudizio non riguarderà più un singolo ministro ma l’intera maggioranza e il consenso di cui il governo ha potuto sin qui disporre potrebbe trasformarsi in un generale rigetto, giacchè l’impopolarità è la condizione che spesso segna l’inizio della fine di una fase politica.
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