venerdì 12 settembre 2008

Senza idee forti per l’autunno, la speranza Pd e la piazza di ottobre

da Il Sole 24 Ore del 11 settembre 2008

di Stefano Folli


L’ insistenza di Giorgio Napolitano, come già il suo predecessore Ciampi, sul tema del «patriottismo costituzionale» ha finito per generare ieri un’incomprensione poi chiarita, ma in cui si coglie una traccia della tensione politica che avvolge il Paese. Il Capo dello Stato ha auspicato che tutte le forze politiche sappiano vedere il nesso che esiste fra la Costituzione della Repubblica e quella sorta di Costituzione europea che è il trattato di Lisbona, così da calarsi nel nuovo quadro sovranazionale con uno spirito adeguato alla grande sfida ancora incompiuta: l’unità del continente.



È un classico argomento dell’europeismo, che riprende e proietta su scala più vasta la visione patriottica legata alla Carta fondamentale e alla radice repubblicana dello Stato. Il fatto che Napolitano ne abbia parlato come di una «questione aperta», con riferimento al trattato di Lisbona, non significa che abbia voluto attaccare qualche partito della maggioranza: magari la Lega, che certo è la meno propensa ad abbracciare la tradizione europeista. Il Quirinale ha semmai voluto indicare un terreno virtuoso, dove le forze politiche possono ritrovarsi per condividere valori comuni.



Tuttavia queste parole scivolano su di uno sfondo sovreccitato. Ogni pretesto è utile per aprire qualche polemica. O per subire la tentazione di farlo. Il problema è che non conviene tirare in ballo il presidente della Repubblica a sproposito. E assai miope dipingerlo come schierato contro La Russa e Alemanno, ieri, e contro qualche altro spezzone del centro-destra, oggi.



Viceversa è interesse generale, ma dell’opposizione in primo luogo, lasciare Napolitano nella sua neutralità istituzionale (ruolo, peraltro, che il Capo dello Stato interpreta con evidente naturalezza). Proprio la difficoltà politica in cui annaspa il Partito democratico suggerisce l’opportunità di non cercare in Napolitano un alleato impossibile. Anche perché, se il presidente della Repubblica fosse davvero costretto a intervenire per denunciare l’incompatibilità con la Costituzione di questa o quella forza, vorrebbe dire che la situazione del Paese è terribilmente grave. E sarebbe un’altra storia.



La verità è che il Pd veltroniano è ancora alla ricerca di un’idea forte per l’autunno. Non avendola trovata, il surrogato è una sostanziale svolta a sinistra, così da mobilita- re i simpatizzanti e rincuorarli. Il discorso di Firenze, sotto questo aspetto, ha costituito il segnale di una nuova partenza. E la polemica sulle ipotetiche nostalgie fasciste del sindaco di Roma ne è il corollario. Anche se è abbastanza ovvio che il richiamo all’antifascismo non è in grado da solo di colmare il vuoto di idee nei prossimi mesi.



Ma come titolava ieri "Europa", «Pd di lotta contro il governo (sperando che litighino): Veltroni lancia la mobilitazione permanente». Sintesi efficace. Il vertice del Pd si sta concentrando sulla manifestazione oceanica del 25 ottobre, sperando che prima o poi i soci di Berlusconi litighino fra loro. Magari proprio sul federalismo.



S’intende che puntare tutto sulla piazza comporta un prezzo. Non avrebbe più senso la discriminante a sinistra, soprattutto se davvero l’antifascismo tornasse d’attualità. Ecco allora che i toni intransigenti e l’appello in difesa della democrazia possono servire a ridurre lo spazio in cui si muove Di Pietro, recuperando anche l’opinione di estrema sinistra. Ma così salta - è bene saperlo la premessa politica su cui nacque il Pd.

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