da Il Riformista del 11 settembre 2008
L’epicentro della crisi finanziaria era e resta in America, ma è l'Eurozona che taglia le stime di crescita ed è a rischio recessione. In Italia, in particolare, l'ultima proiezione sul Pil parla di un più 0,1% nel secondo semestre 2008 (-0,3 rispetto al primo trimestre, -0,1 rispetto al secondo semestre dell'anno scorso). In due parole: crescita zero.
E’ il numero con il quale ci irride, sui muri di Caracas, il presidente venezuelano Hugo Chavez. Mentre non ci resta che abbozzare, attendiamo curiosi un commento di coloro che (come Mario Monti) nelle ultime settimane hanno biasimato gli "scompensi" della regolazione dei mercati negli Stati Uniti, indicandone esplicitamente il contraltare in un più virtuoso modello europeo. La riscoperta dell'«economia sociale di mercato» è solo uno dei tanti segnali, mandati da quanti, in momento di turbolenze nella finanza internazionale, suggeriscono che sia meglio stabilizzare quanto possibile un'economia, che imboccare il sentie o (rischioso) della flessibilità e della crescita pervicacemente battuto negli Usa. Si riassume così anche il senso dell’intervista di Giulio Tremonti ad Avvenire, nella quale il ministro ha spiegato che «l 'Italia ha risentito meno di altri dell'ideologia mercatista e della finanziarizzazione dell'economia: le pensioni italiane non dipendono dai corsi di Borsa, la nostra industria è rimasta manifatturiera e le famiglie non sono state prese dalla vertigine del consumo a debito».
Proprio le prime due considerazioni di Tremonti contribuiscono a spiegare alcune ragioni strutturali della crescita zero. L'Italia ha un mercato finanziario debole, centrato sui prodotti del mondo bancario, sostanzialmente privo degli strumenti più opportuni per stimolare I'innovazione imprenditoriale. Di un mercato finanziario dinamico, i fondi pensioni sono uno degli elementi portanti e di stabilità - ma restano compressi, in un sistema pubblico o semipubblico. La persistenza del manifatturiero, e per cui di una produzione per lo più con uno scarso contenuto tecnologico, è lo stesso fattore che ci faceva piangere, ieri, per l’assalto delle merci cinesi. Oggi «stabilizza», perché ha retto bene (grazie agli imprenditori italiani) l'urto della globalizzazione, ma ieri «stagnava», lasciandoci intravedere un futuro da comprimari sulla scena mondiale.
Questi elementi strutturali si sommano ad altri, che pure ben conosciamo (a cominciare dall'alta fiscalità), e valgono all'Italia un posto da paradigmatico "sistema europeo". L'Italia che è rimasta immune al mercatismo, si rifiuta di crescere.
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